Rom, storia di un popolo nomade

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Di Valentino Salvatore

La stretta del presidente francese Nicolas Sarkozy sull’immigrazione e in particolare contro i rom sta suscitando furiose polemiche. Ma Sarkò va avanti per la sua strada, intenzionato a chiudere numerosi campi abusivi e procedendo ai “rimpatri volontari” degli occupanti nei paesi di origine. Ogni rom adulto che accetta il rimpatrio riceve 300 euro, 100 per ogni bambino. Questo il prezzo per lasciare la Francia. Una scelta che diventa di fatto obbligata, senza alternative. Chi si rifiuta ostinato, infatti, riceve comunque il foglio di via:  dopo un mese – e senza buonauscita – è costretto a lasciare il paese. 
 Già l’anno scorso il governo francese ne aveva espulsi a migliaia, che però nei paesi dell’Est si sono ritrovati in condizioni peggiori e che sono quindi tornati in Francia. I primi voli per il rimpatrio sono partiti questi giorni, col loro strascico di polemiche e qualche rumorosa protesta. Critiche piovono dalla sinistra francese, che parla di scelta populista, miope e contraria ai diritti umani. Anche dalla Chiesa cattolica si è fatta sentire, prospettando una politica dell’accoglienza e non dell’esclusione. Un monito è arrivato anche dalla Comunità Europea, con l’invito a rispettare le norme sulla libera circolazione. Alcuni si spingono oltre, parlando di decisione che ricalca le tremende persecuzioni naziste. Non va sottovalutato però un fatto: nonostante le polemiche, c’è una parte dell’opinione pubblica francese che sostiene la decisione del presidente. Che starebbe infatti lentamente risalendo la china dei sondaggi.

La drastica decisione francese è arrivata dopo un caso di cronaca avvenuto a luglio. La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, direbbe qualcuno. La scusa per colpire in modo indiscriminato una minoranza scomoda, direbbero altri. Tant’è che a Saint-Agnan, una cittadina nel centro della Francia, un rom ventiduenne non si è fermato ad un posto di blocco, trascinando un poliziotto sul cofano della macchina per alcune centinaia di metri. Il giovane avrebbe poi cercato di sfondare un altro posto di blocco, caricando i poliziotti che però hanno sparato, freddandolo. Diffusa la notizia, cinquanta rom sono scesi in strada hanno creato disordini. Sarkozy è intervenuto, descrivendo i campi rom illegali come “luogo di traffici illegali, di standard di vita scioccanti, di sfruttamento dei bambini per la carità, di prostituzione e crimine”.

Una difficile convivenza, quella tra i nomadi (divisi in vari gruppi, tra cui appunto i rom e i sinti) e gli abitanti dei paesi che questi toccano nelle loro peregrinazioni. Una storia secolare di incomprensioni reciproche, in cui il rom viene sempre più ricondotto allo stereotipo dispregiativo dello “zingaro”. Una vita raminga tra gente estranea che li teme, non li accetta, non ne capisce la lingua e lo stile di vita. Chi li osteggia poco conosce della loro cultura e li considera solo ladri, parassiti, sfruttatori che vivono di espedienti e addirittura rapitori di bambini.

La storia di questi nomadi inizia verso l’undicesimo secolo, quando diversi gruppi lasciano l’India probabilmente a seguito delle invasioni islamiche. Il nome “rom” deriva dal termine “romani” (o “romanes”), che nella loro lingua significa “uomo libero”. Una lunga e faticosa marcia li ha quindi portati  nell’Est Europa, verso il quattordicesimo secolo. In Europa occidentale un paio di secoli dopo, vengono scambiati per invasori ottomani per i loro costumi e il colore della pelle. Sono banditi da alcune zone, non possono acquistare terreni o unirsi a gilde professionali. Di fatto sono costretti sempre a migrare. Sopravvivono con lavori di artigianato, piccolo commercio, impieghi precari e stagionali.

 Come gli zingari capeggiati da Melquiadez in Cent’anni di solitudine, portano un bagaglio di conoscenze arcane e stravaganti. Nel Novecento subiscono pesanti persecuzioni e un vero e proprio genocidio da parte dei nazisti. La shoà degli zingari, il porrajmos (che in lingua romani significa “devastazione”, “grande divoramento”), porta alla morte di circa 500 mila persone. Anche i regimi comunisti dell’Est Europa li colpiscono, obbligandoli in particolare a stabilirsi in veri e propri ghetti come quello di Sofia in Bulgaria.
I rom ormai non sono più nomadi, ma per la maggior parte sedentari. In diversi paesi occidentali l’integrazione è però difficile, dato che molti di loro vivono in condizioni precarie e senza lavoro stabile. Vengono inoltre confusi con altre etnie e popolazioni, come i rumeni, catalizzando una ostilità generalizzata da parte della gente comune.

 I campi nomadi sono spesso abusivi, senza servizi e inevitabilmente fucina di piccola criminalità o di sfruttamento dei minori. Le immagini che scorrono spesso negli occhi di coloro che vivono nelle grandi città sono quelle di bambini sporchi che chedono l’elemosina per strada o sulla metropolitana, di bizzarri suonatori di fisarmonica, di cenciosi accattoni che frugano nei secchi dell’immondizia. Ma sarebbe scorretto e limitante ricondurre i tutti i rom a questi stereotipi di emarginati e di criminali, considerando che tantissimi sono italiani e ben integrati, vivono e lavorano al nostro fianco. Anche se non fanno notizia.

L’integrazione  potrebbe rappresentare una soluzione auspicabile, un’integrazione che parta dai piccoli rom nelle scuole per poi cercare di coinvolgerne le famiglie. Un processo indubbiamente che richiede tempi lunghi e un impegno costante oltre alla  giusta predisposizione da parte degli interessati.  Spesso purtroppo ne scaturiscono solo fenomeni di emarginazione sociale, si erigono muri o ghetti. O si paga un viaggio di ritorno.

 Foto di philippe leroyer  in licenza CC Attribuzione, Condividi allo stesso modo, No Commerciale

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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