Quattro chiacchiere con l’Orso

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di Francesco Corbisiero

In un’intervista data qualche settimana fa a un mio amico di Lecce, anche lui critico musicale per un blog, Andrea Appino degli Zen Circus dichiarò che bisognava guardare alle emittenti radiofoniche universitarie come ad una rivoluzione nel campo della libera circolazione della musica e io che frequento da studente la Libera Università Internazionale degli Studi Sociali posso dire che, almeno per quanto riguarda la radio della mia università, non posso dargli torto. Perché i ragazzi pazzi e geniali di Radio Luiss ne hanno inventata un’altra delle loro: il Chissenefregadellamusica 2012, ossia un festival musicale di 4 giorni all’interno dello spazio ricreativo dell’università, nel piazzale antistante al bar, durante le ore di pausa pomeridiana. D’accordo, non è il Coachella o Glastonbury , ma trovatemi altri speaker ed autori capaci di mettere su un evento del genere e di far suonare nella giornata iniziale giornata la rivelazione di Sanremo Social, Marco Guazzone, e soprattutto (ed è di loro che ci occuperemo) L’Orso

Tommaso è un ragazzo di Milano con lunghi capelli ricci e occhiali dalla montatura spessa, legge Buzzati e Bukowski e ascolta, a quanto mi racconta, musica proveniente da una quantità incredibile di generi, dal brit-pop anni’90 al blues, fino ad arrivare alla fissa di questo momento per il jazz, e suona un basso dello stessa forma e modello di quello che usavano i Beatles agli inizi. Davide, il livornese punk del gruppo con un debole per Chet Baker, suona la tromba e quest’estate l’ha passata tra gli autori russi, in primis Dostoevskij e Nabokov e beato lui che è riuscito a finirli, c’è gente che non ce la fa in una vita intera. Mattia invece ha la barba ed è di Ivrea, ma trapiantato nel capoluogo di regione della Lombardia e mi narra di come i suoi inizi fossero nei meandri del rap italiano e dell’hip-hop e di come in questo periodo tra quelle mani che animano le corde della chitarra del gruppo gli passino in particolar modo volumi sulla storia del calcio.

Tutti insieme appassionatamente sono L’Orso. Ma non di quei grizzly arrabbiati e assetati di sangue che ti ritrovi nel bel mezzo di un film americano quando il protagonista si caccia chissà come in un bosco sulle montagne e deve combattere contro le insidie della natura. Piuttosto uno di quegli orsi di peluche con cui si gioca da bambini, che nessuno ha il coraggio di buttar via una volta passata l’infanzia e che rimane in camera o da qualche parte anche se si è già adulti e qualche volta ci si ferma a guardarli e ci si ritrova a ripensare al passato con gratitudine e delicata nostalgia.

Giusto, delicata nostalgia. Ma anche inquietudine generazionale, gli ostacoli piccoli e grandi presenti sulla lunga strada verso la maturità, l’amore e il romanticismo nell’era dei social network. Questo è il paesaggio interiore delle canzoni dell’Orso, all’attivo nel panorama dei gruppi indipendenti italiani con 3 EP (‘L’adolescente’, ‘La provincia’ e ‘La domenica’, quest’ultimo uscito pochi giorni fa) che in realtà – mi rivelano – dovevano essere 4. Arrivati nella Capitale per il RomaPopFest, in seguito al live al Chissene ‘12 (non me ne vogliano gli amici di Radio Luiss , ma d’ora in poi lo abbrevieremo così ) li prendo in disparte e li porto nel bellissimo studio arancione dell’emittente. Chiudiamo la porta e comincia la conversazione, con qualche domanda sui libri, la musica, i film e tutto ciò che preferiscono, mia personalissima deformazione per capire meglio quale background culturale portano in valigia. Cordiali e alla mano, accettano subito dopo di parlarmi di come è nato il loro progetto: nell’aprile del 2010 e con un altro nome, quando Mattia scriveva i testi e ciò che aveva in mente su un suo blog. La formazione prevedeva 2 chitarre e un basso, gli stessi strumenti con cui incisero il primo EP. Poi ci fu l’introduzione dei fiati durante la scorsa estate, l’arrivo di Davide nella formazione e il loro nuovo, piccolo lavoro. Per arrivare a oggi, tratteggiando a modo loro la via italiana a un band pop-folk statunitense a loro molto affine, per piglio e sonorità: i Beirut.

Ed essendo io al corrente che dopo una certa gavetta e un po’ di olio di gomito, dopo aver ovviamente valutato  i costi e i benefici dell’operazione, le case discografiche (in questo caso la Garrincha Dischi) impongono la creazione di un vero e proprio LP, cerco di tirare fuori l’esclusiva chiedendo se hanno nuove idee e spunti sulla loro prossima opera. No, niente da fare, i ragazzi sono in tour fino a quest’estate in giro per l’Italia, poi vacanze e solo dopo si penserà al disco, per il quale comunque – mi confidano – ci vorrà un po’. Pazienteremo, d’accordo. L’ultima domanda è sulla scena underground italiana. Da osservatore esterno e mediamente attento mi son sempre chiesto con curiosità come si stesse da quelle parti, in un luogo a dir la verità assai affollato. Il giudizio è lapidario, ma condivisibile: troppo dispersiva, piena di tanta gente che sa suonare uno strumento, ma povera di persone che hanno veramente qualcosa da dire. E ci lasciamo così, stringendoci la mano, ringraziandoci per le quattro chiacchiere in compagnia e per il concerto tenuto: bello, breve ma intenso, giocato tutto all’insegna dell’ironia. A loro facciamo i complimenti e a voi chiediamo di seguirli, perché L’Orso una creatura interessante, da far crescere con cura e da non perdere di vista.

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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