Le insicurezze dell’Europa

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di Mariano Colla

“L’Europa può ancora crescere o stiamo diventando un continente povero?”. Questa è la domanda che si è posta Lucrezia Reichlin, docente alla “Business school of economics” di Londra, in una conferenza tenutasi all’Auditorium Parco della Musica, nell’ambito della rassegna “Pensare il futuro – lezioni sullo sviluppo”.
La rassegna nasce dalla esigenza di ripensare il futuro alla luce dei problemi posti dalla crescita illimitata e dalla necessità di riprogettare la società nella quale vogliamo vivere secondo nuovi paradigmi, non ultimo quello indicato dell’economista Serge Latouche, dell’abbondanza frugale.
La crisi economica del 2008 angustia gran parte dell’Occidente e vede nell’Europa un anello particolarmente debole nella filiera dei paesi industrializzati. Economisti di tutto il mondo si chiedono se il vecchio continente sarà in grado di risollevarsi e quali strumenti potrà adottare. Per la Goldman Sachs le previsioni non sono ottimistiche.
Lucrezia Reichlin è figura di spicco tra tali economisti, e persona certamente idonea per valutare possibili prospettive di crescita in Europa, dove per crescita l’economista italiana intende l’incremento, in un dato intervallo di tempo, del valore dei beni e servizi prodotti e venduti in un paese o area geografica. Per giungere al nocciolo del problema la Reichlin ha svolto una analisi storica dell’economia del vecchio continente, paragonandola con quella degli Stati Uniti d’America.
Secondo tale analisi l’Europa presentava, già agli inizi degli anni 90, un ritardo di produttività che richiedeva soluzioni di lungo periodo quali: formazione/educazione, una adeguata politica industriale e commerciale che aiutasse l’efficienza del sistema produttivo, un buon governo. A tale criticità va aggiunto un problema di breve periodo, in cui le politiche per la crescita sembrano essere in conflitto con la stabilità.

Lucrezia Reichlin

Guardando alla distribuzione del reddito nel mondo in questi ultimi 20 anni, si nota che l’Europa decresce in modo significativo. Anche gli USA decrescono, ma di meno. Quando si cresce poco per tanto tempo si diventa progressivamente più poveri, e questo è quanto è accaduto all’Europa, ancor prima della crisi del 2008.
L’effetto è evidente sia sul PIL, che sulla ricchezza media individuale, data dal rapporto tra PIL e popolazione, ossia il PIL/capita, pari al reddito medio per persona.
La crescita di un sistema paese, commenta la Reichlin, è definita dalla azione contemporanea di capitale, lavoro e livello tecnologico, ma l’efficienza del capitale fisico, visto come struttura produttiva (fabbriche, macchinari, etc.) non è illimitata e, quando subentrano limitazioni endogene, la crescita, a parità di lavoro, può essere determinata solo dalla tecnologia, intesa soprattutto come innovazione, creatività, conoscenza dei processi.
Quando i paesi ricchi investono nei paesi poveri, dove la remunerazione del capitale è più alta, questi ultimi si indebitano nell’aspettativa di poter crescere in modo significativo e restituire quindi il debito ai finanziatori. Processo ampiamente usato dagli USA, grazie al quale l’Europa è cresciuta sino ad attestarsi, come livello di ricchezza aggregato, al 30% al di sotto dello standard americano, e lì è rimasta, nonostante gli interventi legislativi e monetari (per es. la moneta unica) adottati nel frattempo con l’Unione. La differenza di reddito è rimasta costante, nonostante la diffusione della globalizzazione.

Se la produttività in Europa diminuisce a partire dagli anni 90’, nonostante aumenti la partecipazione al lavoro, ciò è dovuto, secondo la Reichlin, ai non adeguati investimenti in beni intangibili, in ricerca, in innovazione. Pur essendo aumentata la forza lavoro, il sistema produttivo europeo non ha colto il salto tecnologico degli USA, salto concretizzatosi in grandi investimenti in ICT, educazione, managerialità, servizi finanziari, e nel miglioramento del sistema burocratico. L’Europa unita, il mercato comune hanno perso una grande occasione a causa di una inerzia congenita del vecchi continente nell’affrontare le mutazioni economiche e sociali.
L’occidente infatti cresce non tanto con una competizione sui salari e sul costo del lavoro, quanto con il valore aggiunto e l’innovazione.

Secondo la Reichlin l’euro doveva stabilizzare i tassi di cambio, assicurare stabilità, mantenere bassi livelli di inflazione, garantire una integrazione finanziaria al fine di generare investimenti dal Nord più ricco al Sud più povero. Ora, se in questi ultimi 15-20 anni, a livello aggregato, nulla è cambiato per quanto riguarda il PIL/capita dell’Europa rispetto agli Usa (-30%), la situazione muta se si esaminano i singoli paesi europei. L’Italia, in particolare, dalla metà degli anni 90’ diventa meno ricca. Quali le cause? Commenta la Reichlin, in una battuta, “o a causa dell’euro o della politica, decidete voi”.
Sorprende, ma non più di tanto, che il sud Italia, rispetto al nord, si mantenga, costantemente, a un livello di reddito pro capite inferiore dell’ordine del 40%, nonostante gli investimenti fatti, a dimostrazione di una pessimo impiego delle tre variabili che creano ricchezza, ossia capitali, lavoro, innovazione.
In merito ai problemi finanziari dell’Europa la Reichlin fa notare che il surplus della Germania di fatto ancora compensa il deficit dei paesi più poveri del sud ed est Europa, ma che le aspettative di rientro dei capitali sono fortemente aggravate dalle scarse prospettive di crescita dei paesi indebitati.

Secondo la Reichlin i fattori che hanno determinato la situazione di scacco sono i seguenti.
Primo problema: la competitività, quale elemento legato al tasso di cambio reale (T.R), uguale al tasso di cambio nominale (T.N.) delle divise, aggiustato dalla effettiva differenza di prezzo tra i beni nei mercati di riferimento, per esempio USA ed Europa.
Tale relazione può anche essere espressa come T.R = T.N. + ( costo lavoro europa – costo lavoro paese estero), oppure anche con le differenze dell’inflazione. E’ noto che il sud Europa entra nella moneta unica con un T.N. che lo svantaggia. Le valute locali di Portogallo, Grecia, e anche Italia, sono deboli rispetto all’euro e l’apprezzamento conseguente influisce sulla competitività di tali paesi che, improvvisamente, subiscono l’aumento del costo del lavoro con effetti negativi sulla bilancia dei pagamenti. Il settore maggiormente colpito è quello manifatturiero e quindi, in alternativa, si costruiscono palazzi, villaggi turistici.

Secondo problema: le bolle speculative immobiliari dovute a tassi di interesse molto bassi (vedi in particolare Spagna e Irlanda).

Terzo problema : corruzioni, cattivo governo, istituzioni inefficienti dei paesi debitori .
Quarto problema : le banche, che hanno alimentato il processo di finanziamento nord-sud senza valutare adeguatamente i rischi. Le banche hanno creduto in aspettative irrealistiche di crescita che il tasso di cambio non poteva favorire. Inoltre non esisteva una normativa che regolasse il processo. Quindi le banche hanno assunto grandi rischi con effetti sull’economia.
Con la recessione le banche sono entrate in crisi di liquidità, nel frattempo è aumentato il debito pubblico, perché le banche dovevano essere salvate e, pertanto, è cresciuto il rapporto deficit/PIL.
La crisi dell’euro non è quindi imputabile al debito pubblico ma è una crisi provocata dallo squilibrio tra paesi risparmiatori e paesi debitori.
L’architettura dell’euro è un fattore aggravante, perché non è in grado di fare fronte a una crisi finanziaria, in quanto moneta unica non supportata da politiche fiscali coordinate, da orientamenti macroeconomici comuni e da una regolamentazione bancaria.

Tra le soluzioni che la Reichlin propone per il breve periodo, vi è la necessità di porre meno enfasi sulle politiche di bilancio, a favore di un inserimento di più regole nel settore finanziario, oltre all’auspicio di un più stretto coordinamento europeo sulle politiche macroeconomiche e un maggior impegno del nord Europa a sanare gli squilibri dell’Unione. Non ultimo adottare strumenti fiscali per aumentare la domanda.

Mariano Colla

Mariano Colla

Sono un signore più della 3° che della 2° età, che mantiene una certa curiosità per gli eventi della vita e del mondo. Sono padano di nascita (Torino) ma non leghista. Amo la scienza ( ho una laurea in Fisica ) e la filosofia (che cerco di capire). Mi piace mangiare e bere bene ( sono un sommelier). Che dire altro? Novità quando ci conosceremo.

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