Ecologia del vivere: disperazione e ordinaria follia

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Di Stefania  Taruffi

C’è un clima generale di crisi e ormai, siamo tutti sommersi da un malessere diffuso le cui radici affondano nei problemi quotidiani di sopravvivenza, sempre più pesanti e sfociano in un ostinato rifiuto del sistema politico-economico del nostro paese e di chi ci ha messo in questi pasticci negli anni, politici e amministratori pubblici in primis.  Ci ritroviamo in quest’Italia malandrina che non ci piace più tanto; ormai ci sentiamo abbandonati e non possiamo che subire le conseguenze di un diffuso malcostume, malgoverno, dell’imperante disonestà e incapacità di governare degli ultimi anni. Anche il governo tecnico, in cui molti avevano sperato all’inizio e che si sta dando da fare con tenacia per cercare di aggiustare e risanare il risanabile, non gode più di molta stima: troppe tasse, leggi, complicazioni che sembrano solo tamponare il collasso del paese, senza riuscire a risolvere i problemi dei singoli cittadini. Ormai siamo tutti sulla stessa barca e a lamentarsi sono anche coloro che per anni hanno contribuito a creare la crisi con i loro comportamenti  poco civici ed egoistici: persone arricchite alle spalle degli altri con i soldi pubblici, che hanno evaso il fisco spudoratamente, che hanno approfittato della loro posizione per spartirsi potere e denaro, alle spese del benessere pubblico e di una crescita comune. I tagli, la crisi, il downshifting toccano anche loro. La scure arriva inesorabile per tutti. Perché se l’economia non gira, calano gli affari, il lavoro, la disponibilità, la sicurezza e per alcuni, finisce la vita. Parlando con la gente comune, il quadro è devastante: famiglie con figli in cui entrambi i coniugi perdono il lavoro, aziende in crisi che devono licenziare impiegati che a loro volta hanno famiglia, attività commerciali che non riescono a sopravvivere, affitti ancora alle stelle, benzinai sul lastrico, perfino il Tabacchi della mia strada al centro, che per anni era considerato un privilegiato, sta per chiudere.

L’indebitamento, che per anni ha costituito un modello di vita per molti, ora è diventato un fardello insostenibile per chi guadagna molto meno, o perde del tutto il reddito: mutui, rate, debiti, sono diventati dei veri e propri macigni sulle spalle delle famiglie o di chi ha perso tutto. E per alcuni, da un giorno all’altro, dopo notti insonni e mesi di sofferenze, arriva il momento del crollo, della follia, della morte.  36 sono i suicidi fino ad oggi, dovuti alla crisi economica. E gesti folli, come quello dell’uomo indebitato della provincia di Bergamo, asserragliato in un ufficio dell’Agenzia delle entrate con degli ostaggi, sono solo l’inizio di una follia collettiva. Ce ne saranno molti altri, di gesti estremi, purtroppo. Poi c’è il resto della gente, che ha perso leggerezza, sorriso e serenità. Che sopravvive, si barcamena a stento. Forse molti hanno vissuto sopra i propri mezzi negli anni passati, altri sono stati poco lungimiranti, altri ancora semplicemente sfortunati, ma c’è poca allegria in giro. La società vive una condizione di stress che non ha precedenti nella storia recente del paese, anche perché in questa congiuntura, la percezione di solitudine si coniuga con un pericoloso vuoto d’autorità. Non ci sono più riferimenti sopra di noi: la percezione è quella dei soliti litigi poco costruttivi fra i politici, delle ‘solite facce’ fra i leader di partito, che non ci sia alcuna intenzione e capacità fra essi a risolvere i reali problemi del paese. I canali di comunicazione con il popolo, da parte di associazioni e rappresentanze di categoria, sono flebili e il cittadino si sente sempre più ‘solo’, nutre sempre meno speranze di riscatto collettivo e tende a privatizzare i suoi conflitti e i suoi rancori. Questi suicidi, che non andrebbero enfatizzati a scopi di propaganda politica, sono il segno del divario crescente fra i vari livelli della società e il sintomo di una profonda mancanza di riferimenti , di modelli di vita privati o collettivi, su cui basarsi. Non si vede fra i politici e le associazioni la reale volontà di ricucire, di ricostruire. Ancora una volta, il cittadino deve assistere al triste spettacolo di una classe dirigente che alza la voce, invoca scioperi, promette vendette, è incriminata, o accusata di aver rubato allo Stato. Politici che si cercano avversari, più che alleati, che lavorano a distruggere, piuttosto che a ricostruire. I cittadini sono stanchi di sentire tanto chiasso e ricevere solo conti da pagare, senza nulla in cambio. Sono stanchi di essere soli, ostaggi della propria disperazione. Alcuni hanno deciso di farla finita. La maggior parte invece resiste, ma sta male. Conosco poche persone che in questo periodo  sono serene. L’angoscia è imperante. Il futuro incerto. I giovani sono rassegnati: non hanno più davanti a sé un percorso, solo incognite e difficoltà. Prima era il malcostume, l’ignoranza, la maleducazione, l’intolleranza e l’indifferenza, l’assenza di amore e di speranza a soffocarci. Ora mancano anche il lavoro e quindi soldi. E senza di quelli non si può vivere. Non lo trovo un passo in avanti per migliorare il nostro grado di civiltà. Migliorare la qualità delle persone e del vivere, lavorare su contenuti e valori umani e sociali implica un benessere, sia pure basilare, dal punto di vista economico. Oppure può essere valido anche il contrario: è dalla privazione, dalla sofferenza, dalla perdita della sicurezza che possono rinascere i valori di base che sembravamo aver perso: la solidarietà, la semplicità, il ridimensionamento, la collaborazione, la condivisione, la pietas, la gentilezza, la generosità, l’affettività, il desiderio di cambiare le cose, nuovi modelli sociali. E perché no, anche la ribellione ai vecchi sistemi e la forza di combattere, di cambiare le cose che non vanno. Tutte cose che non costano nulla.

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

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