Placebo, tutti i colori del nero

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testo di Francesco Corbisiero – foto di Stefanino Benni

Il primo ricordo dell’iconoclastia del rock che possiedo (essendo io nato troppo tardi per vedere coi miei occhi il furore dell’onda punk degli anni Settanta, che di casino se ne intendeva eccome) è conservato prezioso nella cornice di un Festival di Sanremo, anno domini 2000. Piccolo com’ero, non potevo ancora capirlo, dall’altra parte dello schermo. Mi sembrava illogico che un gruppo emergente inglese invitato a suonare lì sfasciasse gli strumenti sul palco dell’Ariston e puntasse alla platea con orgoglio il proprio dito medio. Ma ho capito più tardi, crescendo, che quello era il gesto di sfida incazzato di una star internazionale venuta nel nostro Paese a raccogliere i consensi degli adepti di quella musica che sfonda i muri del suono e trovatasi davanti a signore imbellettate e signori incravattati nel sancta sanctorum della canzonetta formato famiglia, indispettiti per una tale mancanza di rispetto. Indimenticabile.

La notizia oggi è questa: i ‘colpevoli’ dello scellerato atto di cui sopra, che altri non sono che i Placebo, sbarcano in Italia per due tappe: in quel Castello Scaligero di Villafranca di Verona, che sempre più sta diventando il teatro e la tappa italiana privilegiata di grossi eventi di portata internazionale e al Rock in Roma. Un tour europeo prima di chiudersi in studio per registrare il nuovo album. Per sgranchirsi le mani e le braccia e togliere la polvere dagli strumenti dopo una pausa che non li vedeva da queste parti da due anni, reduci da un tour mondiale seguente all’uscite di ‘Battle for the sun’ che ha convogliato intorno a loro 2,5 milioni di persone in tutto, forti di una carriera composta da 6 album pubblicati ( più uno di cover che spaziano da Kate Bush ai Pixies ) e 10 milioni venduti.  I numeri parlano. No, niente male sul serio, ma il punto è un altro.

Dovreste vederli sul palco per quello che sono nella realtà. Non sono per i deboli di cuore, loro. Cantano e mettono su spartito e nelle casse degli amplificatori un coacervo di sensazioni forti e sentimenti contrastanti: le dipendenze, le droghe a gogò ( vi ricordate ‘Special K’? Ecco, care mamme e cari papà, sappiate che quella canzone NON parla dei cereali per la colazione e se vostro figlio/a la canta a perdifiato in giro per casa, siete più che autorizzati a farvi due domande), amori finiti male, sesso, turbamenti, omosessualità, fantasmi, adolescenze difficili. Tagli, spasmi, ferite ricucite male e forse mai del tutto cicatrizzate. E lo fanno centrando tutti i punti nevralgici della musica contemporanea: dal glam al dark, partendo da presupposti post-grunge e punk. Un frullato di David Bowie, Sonic Youth, Cure e Smashing Pumpkins. Un colore tendente al giallo di un livido dopo una forte scossa e tutta la gamma di sfumature che un urlo di rabbia e tristezza racchiude in sé. La voce di Brian Molko, sudante, nasale eppure elegante, androgina, accompagnata da chitarre elettriche feroci e batterie sincopate, poi, è un discorso a parte. Evolvendosi dall’iniziale uso di synth dance e tutt’altro che classici tipici e caratterizzanti dei primi album all’arricchimento delle melodie con archi e altri strumenti alternativi. E può sprecar fiato finchè vuole certa critica musicale, che li definisce ‘piatti e senza spunti’, ma sempre fiato sprecato rimane.

I Placebo dividono più che unire, non sono corali. Si amano o si odiano, visceralmente. E non perdono l’occasione di confermare questa loro indole, anche nei live. Una buona occasione per farsi una idea sarà il 2 agosto all’Ippodromo delle Capannelle. Un concerto in cui sicuramente, al contrario di quanto suggerisce il loro nome, disordineranno un po’ di gente. E non è necessariamente un male.

L’organizzazione degli eventi sarà a cura di VIVO Concerti e The Base/Daniele Mignardi

 

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

One Comment

  1. Enzo
    14 maggio 2012

    Ad un ragazzo appassionato di storia, forse gli farebbe piacere sapere, che, agli inizi degli anni “70” vi era un gruppo coevo dei mitici “Scarafaggi” chiamato T.Rex. Ebbene, giovane “critico”, forse sarebbe salutare ascoltarli e sapere alcune cose che ti racconterò. I T. Rex capeggiati dal cantante Mark Bolan alla fine di ogni concerto sfasciavano sul palco le loro chitarre creando una emulazione di massa che trasformava i concerti in delle bolge colossali dove accadeva di tutto. La polizia come primo provvedimento impedì loro di sfasciare le chitarre ma visto che il pubblico li osannava ed aspettava questo per potersi scatenare dovettero impedire i successivi concerti. Come vedi nulla di nuovo sotto il sole.

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