Simbolo e sentimento

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di Mariano Colla

Due eventi, quasi contemporanei, ma dall’esito assai diverso, hanno caratterizzato la serata sportiva di domenica sera all’Olimpico di Roma.
Dinanzi a un folto pubblico e a una nutrita rappresentanza delle istituzioni, era in programma la finale di calcio tra Napoli e Juventus, per l’assegnazione della coppa Italia.
Tradizione vuole che in questa occasione venga eseguito l’inno di Mameli.
Chi si aspettava un doveroso silenzio e un composto rispetto per l’inno nazionale si è dovuto rapidamente ricredere. Una consistente massa di tifosi ha infatti accolto le note dell’inno con una nutrita salva di fischi, fischi la cui durata si è protratta, senza soluzione di continuità, per l’intera esecuzione.
A seguire viene richiesto al pubblico di onorare con un minuto di silenzio le vittime dell’attentato di Brindisi e del terremoto in Emilia. Improvvisamente ogni voce si è placata e un silenzio irreale si è dispiegato nello stadio.
Al termine del doveroso omaggio un fragoroso applauso di solidarietà ha sancito la partecipazione di tutto il pubblico presente ai recenti drammi che hanno colpito il nostro paese.
Mi sono chiesto, quali motivazioni possono aver giustificato comportamenti così emotivamente diversi, a distanza di pochi secondi?
Azzardo qualche ipotesi e riflessione.
La ragione più banale è ritenere che la contestazione all’inno sia opera dei soliti imbecilli, e, in parte, può essere vero.
Ma ritengo che un’altra ragione potrebbe risiedere nel fatto che gli emblemi in cui la collettività, o parte di essa, si identifica, mutano nel profilo e nel contenuto simbolico in funzione delle circostanze.
L’inno, è un simbolo strettamente legato al concetto di Nazione, alla sua storia, alle sue tradizioni e incorpora un senso di appartenenza e di dedizione a tutto ciò che la Nazione rappresenta. In gran parte dei paesi del mondo, l’inno nazionale tuttora costituisce un emozionante momento di coinvolgimento popolare, in occasioni sia pubbliche che private.
Quanto accaduto a Roma, peraltro non unica manifestazione in tal senso verificatasi in questi ultimi anni, sembra segnalare una progressiva disaffezione popolare, appunto, all’inno come simbolo, al di là di un giudizio di merito sugli esecutori materiali della contestazione.
Il simbolo viene privato del suo significato originario perché probabilmente, limitandoci al nostro paese, sta venendo meno, non tanto e non solo, una concezione ideale unitaria di nazione, quanto il suo rapporto con il concetto di Stato.
L’inno viene in parte privato della sua purezza istituzionale per una discutibile e criticabile, quanto si voglia, ma purtroppo reale, associazione con le vicissitudini di un’Italia che da alcuni anni si dibatte in una crisi etico-politica, oltre che economica, dagli effetti fortemente nocivi sulla credibilità di alcune funzioni del sistema Stato.
I cittadini sono stanchi degli scandali, della corruzione diffusa, delle iniquità fiscali e reddituali, delle presenze malavitose, e di tanti altri casi di cattiva gestione della cosa pubblica. Sono purtroppo eventi che incrinano il rapporto tra cittadini e Stato, una disaffezione confermata dalle statistiche sulle astensioni al voto o sul parere su partiti e istituzioni. Vengono messi in crisi i valori comuni e l’inno nazionale può risentire di questa disaffezione.
Come se il concetto di Nazione non incorporasse più nulla di carismatico, di elevato, di ideale.
Certamente sono condannabili alcune forme di contestazione spicciola, tra le quali i fischi di Roma, tuttavia non si può ignorare lo stato di malessere diffuso nel paese, una situazione di esteso malcontento che trova, anche in questa forme poco nobili, la manifestazione più evidente di critica e rigetto.
Forse, l’inno nazionale non sa più richiamare quel senso di coesione che ha accomunato gli italiani in tante occasioni.
Il vilipendio del tricolore, dell’unità territoriale e dell’inno medesimo, perpetrato da alcune forze politiche, ha contribuito ad alimentare un senso di non appartenenza, a generare il parziale rifiuto di una identità nazionale che, al contrario, si manifesta ancora come spirito di solidarietà quando esso è stimolato dal senso comune di rispetto e partecipazione, sia pure espresso come testimonianza collettiva di sensibilità alla sofferenza altrui.
Il minuto di silenzio ha risvegliato la coscienza comune dinanzi a un dramma che ha toccato la sensibilità collettiva. I sentimenti si sostituiscono agli emblemi e ai simboli dell’identità nazionale, quali immutati portatori di valori di solidarietà in cui la società civile si sente oggi maggiormente rappresentata.
Se è vero che gli emblemi sono catalizzatori del flusso simbolico che dipende dal contesto culturale, ebbene sembra evidente che quest’ultimo stia subendo una radicale trasformazione che, tra l’altro, ha dei segni palesi nell’irrompente antipolitica.
Il Presidente della Repubblica richiama spesso i valori comuni che dovrebbero ispirare ogni cittadino italiano, ma il suo invito non trova la necessaria continuità etica nella classe dirigente che dovrebbe costituire il collante sociale, politico ed economico del nostro paese. Si ama ciò che ci rappresenta, ciò in cui ci identifichiamo. Se il simbolo viene privato di quel contenuto morale e ideologico, oltre che sentimentale, che ne costituisce la forza e il significato, esso cessa di costituire la dimensione unificante e rappresentativa per cui era nato.
Purtroppo alcuni nostri simboli istituzionali sono stati gravemente lesi nella loro rappresentatività, sporcati dai discutibili comportamenti di chi avrebbe dovuto dare l’esempio.
Tutto ciò non mi esime dal criticare ciò che è avvenuto all’Olimpico, ma mi disturba la retorica di chi sembra stupirsi di tali fenomeni. Può anche darsi che si tratti dei soliti imbecilli ma, se il fenomeno è ripetitivo, deve essere analizzato. La passione popolare può anche esprimersi in forme non del tutto corrette, ma rappresenta il sintomo di un malessere che comunque va esaminato.
Del resto, volendo entrare per un attimo in ambito filosofico, è opportuno ricordare che il comportamento umano si colloca nella complessa articolazione del rapporto tra dover essere e voler essere.
La società civile, regola e garantisce entrambe le dimensioni esistenziali con l’obiettivo di non porle in contrasto, ma di gestirne un armonioso equilibrio.
Il dover essere implica un atteggiamento rispettoso di regole, norme scritte e non solo, che determinano, almeno in un sistema democratico, il livello di civiltà di un popolo.
Nel volere essere si colloca tutta la nostra individualità, le nostre aspirazioni, le nostre proteste e critiche, i nostri progetti di vita. E’ uno spazio determinante per la costituzione della soggettività, oltre che della collettività umana.
Coniugare dover essere e voler essere, senza ricadere in eccessi e in manifestazioni irrispettose, è frutto di educazione ed esperienza.
L’assenza di una delle due componenti può essere foriera di comportamenti stravaganti.
Se il rispetto dell’inno può ricadere nel dover essere, quanto accaduto a Roma è sintomo di una refrattarietà alla regola, alla norma, anche se non esplicitamente e formalmente espressa, è sintomo di un non riconoscersi in un simbolo, dove neppure il voler essere può supplire.
Su come riconciliare l’individuo con la norma, con il sistema e con i suoi tradizionali simboli rappresentativi non è facile esprimersi, tuttavia una buona strada è rappresentata dalla coerenza tra l’etica istituzionale e i valori costituzionali di una società civile.

Mariano Colla

Mariano Colla

Sono un signore più della 3° che della 2° età, che mantiene una certa curiosità per gli eventi della vita e del mondo. Sono padano di nascita (Torino) ma non leghista. Amo la scienza ( ho una laurea in Fisica ) e la filosofia (che cerco di capire). Mi piace mangiare e bere bene ( sono un sommelier). Che dire altro? Novità quando ci conosceremo.

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