Il sovversivo Julian Assange e Wikileaks

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Di Paolo Cappelli

Il mondo dell’informazione è cambiato irreversibilmente da quando  Julian Assange, fondatore e direttore del sito Wikileaks, lo ha stravolto rendendo disponibili online quasi 92mila documenti relativi alle operazioni militari statunitensi in Afghanistan dal 2004 al 2009.
Di fatto gli elementi d’archivio svelati da Assange non contengono, per stessa ammissione del Pentagono, informazioni tali da compromettere piani strategici, o elementi nuovi rispetto a quelli già noti, al punto che nessuno dei documenti aveva una qualifica di segretezza tale da impedirne la divulgazione.  Eppure, la pubblicazione di una così vasta mole di documenti su the Guardian, il New York Times e Der Spiegel ha fatto tremare non poco le poltrone dell’establishment a stelle e strisce.
Ma andiamo con ordine, cercando di chiarire tre elementi fondamentali: il chi, il cosa e il perché.
Partiamo dal protagonista della vicenda.

Julian Assange è un geniale visionario, che ha trascorso la sua vita da neo nomade, cambiando casa 37 volte prima ancora di diventare adolescente. E’ uno che non ha un luogo da identificare come ‘casa’ e viaggia con due borse: una per gli abiti e l’altra per il computer. Vita e ufficio, tutto in uno. Preciso all’eccesso, quasi maniacale, è in grado di discutere di politica, di computer e sicurezza. In questi anni ha dimostrato di avere un solo obiettivo: combattere l’opacità che vela il guscio posto a protezione delle istituzioni e rinchiudere queste ultime in una sfera di cristallo ultratrasparente.
E non si può dire che non ci abbia provato: poco più che ventenne fonda un gruppo di hacker, gli “International Subversives” e penetra nei sistemi blindatissimi di Nasa, Pentagono e Dipartimento della Difesa. Nel 2007, dopo una laurea in Fisica all’Università di Melbourne e soggiorni in Kenia, Tanzania, Vietnam, Svezia, Islanda, Siberia e Stati Uniti, fonda Wikileaks, parola composta da wiki (perché l’impianto del sito è lo stesso di Wikipedia) e leaks (dall’inglese to leak, trapelare). Si tratta, in breve, di un sito che consente la fruizione di materiale che le amministrazioni pubbliche, i governi e le grandi multinazionali tengono riservati, ma che concorrono a creare un terremoto mediatico se rivelati. Il concetto alla base di tutto, secondo Assange e i suoi collaboratori, è che la trasparenza dell’attività di gestione ha come conseguenza la riduzione della corruzione e il rafforzamento della democrazia.
Sarebbe sbagliato, tuttavia, pensare che si tratti di un sito anti-americano. Nelle parole del suo stesso fondatore, Wikileaks nasce con “il fine di smascherare le azioni di regimi oppressivi in Asia, nell’ex blocco sovietico, nel Medio Oriente e nell’Africa Sub-sahariana, ma anche di collaborare con le persone che desiderano svelare comportamenti non etici dei loro governi e delle aziende per cui lavorano”.  Un sito di inchiesta a tutto tondo e a tutto campo, dunque, che non si lascia sfuggire l’occasione di far parlare di sé.
Il sito che in realtà esisteva già dal 2006 ha cominciato a destar clamore dopo la pubblicazione del video “Collateral Murder” in cui i piloti di un elicottero Apache USA scambiano i teleobiettivi di un reporter della Reuters per lanciarazzi e aprono il fuoco uccidendo 18 persone, tra queste i due giornalisti della Reuters (Saeed Chmagh e Namir Noor-Eldeen), ma il colpo grosso  Assange lo fa pubblicando on line i  70 mila documenti top secret (i cosidetti War-logs, i diari di guerra) sull’Afghanistan, sue le rivelazioni sul regolamento della prigione di Guantanamo, sull’approssimazione degli studi sul riscaldamento globale. Non mancano incursioni nel settore privato, con il furto dei dati dei clienti dell’istituto svizzero di creditor Julius Bäer, la multinazionale petrolifera Trafigura, accusata di smaltire rifiuti tossici in Africa, Scientology e la massoneria. Fatto sta che da quest’anno Wikileaks è considerato tra i 50 migliori siti nella classifica del Time.  La forza di Wikileaks sta proprio nella sua somiglianza con Wikipedia, sia in termini di interfaccia che di funzioni. Da un lato, la pagina iniziale risulta familiare anche a chi vi accede per la prima volta: tutti possono scrivere articoli e inviare e-mail, anche senza possedere conoscenze tecniche specifiche. Dall’altro, chiunque ha la possibilità di contribuire in maniera totalmente anonima. Così poco tempo dopo l’apertura ufficiale, la casella di posta elettronica di Wikileaks è stata intasata da centinaia di migliaia di documenti che hanno formato la base per le grandi inchieste e le relative, scottanti rivelazioni. Peraltro, come la stessa Wikipedia ha dimostrato, attraverso la raccolta, verifica, analisi e interpretazione di documenti inediti, o comunque posseduti da altri, e la successiva condivisione si può generare una base di conoscenza equa, trasparente e assolutamente democratica e per di più affidabile.
Wikileaks applica questo semplice assunto alle notizie che, per mille ragioni, non vengono condivise o sono tenute occultate. Ed è lo stesso Julius Assange a dichiarare che Wikileaks avrebbe reso disponibili più documenti riservati di quanto non abbia mai fatto la stampa internazionale nel suo complesso.    

E mentre Assange sale sul suo meritato piedistallo di eroe  della controinformazione molti i nemici che si è guadagnato nell’impresa.  Giunge inatteso sul finire d’agosto il mandato di cattura per Assange, partito dalla Procura di Stoccolma con l’accusa di stupro.  Impossibile per molti non collegare l’accusa ad una forma di ritorsione dei servizi segreti.  “Accuse infondate” replica il fondatore di Wikileaks.  Altrettanto inattesa il giorno stesso giunge la marcia indietro del procuratore, Assange è scagionato dall’accusa di stupro anche se resta in piedi contro di lui  l’accusa di molestie.

Nel frattempo il sovversivo fondatore di Wikileaks stava tenendo una conferenza in Svezia durante la quale  confermava la sua intenzione di voler pubblicare altri 15mila nuovi documenti militari riservati sulla guerra in Afghanistan.
Molti dei documenti divulgati sono stati redatti da tal “Cellula Rossa”, un nome senz’altro degno di una spy-story che svelano profili inquietanti  “Alcuni stati Nato, come Germania e Francia, hanno contato sull’apatia pubblica per aumentare il loro contributo alla missione, ma l’indifferenza potrebbe trasformarsi in un’ostilità attiva se i combattimenti in primavera e in estate portino a un aumento dei morti tra i soldati o i civili afghani e se un dibattito come quello tedesco si sviluppi in altri stati che contribuiscono con delle truppe”.  La cellula si prodigava ad analizzare la situazione politica dei paesi in questione suggerendo opportune  strategie di comunicazione utili allo scopo: puntare l’attenzione sugli aiuti che si danno alla popolazione civile afghana, su come una sconfitta possa provocare gravi conseguenze a livello di sicurezza in Germania, ma soprattutto sfruttare l’ascendente che Obama ha in quegli stati, piuttosto che l’immagine della donna in quel paese. 

 Il dado è tratto. Per avere un’idea su cosa rappresenterà Wikileaks per l’informazione basti pensare alla frase di Clay Shirky: “Wikileaks ha fatto più scoop in tre anni di quanti ne abbia fatto il Washington Post in trenta”.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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