Dello Stato Sociale e degli innumerevoli modi per far ballare un’Università

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di Francesco Corbisiero

Il 2011 si è chiuso sotto il segno dell’electro-pop. Dopo un estate romana, quella passata, non quella che s’accinge ad arrivare, passata sulle note delle canzoni dei Cani, dopo Rolling Stone che elegge come canzone dell’anno un pezzo degli M83, dopo la svolta degli Amor Fou in ‘Cento giorni da oggi’, uscito qualche settimana fa (ma di loro parleremo più in là) è arrivato il turno di giovani ragazzi bolognesi che odiano il capitalismo e il cui gruppo si chiama ‘Lo Stato Sociale’.

Capita di assistere al concerto della vita. Intendo, c’è sempre un momento in cui una band indie arriva al grande pubblico, diventa fenomeno di costume e comincia ad essere sulla bocca di tutti, accolta o meno da applausi o critiche. Spesso, quel momento coincide con un nuovo album oppure con la data di un tour. Ieri sera, per esempio, durante la Notte Bianca all’Università La Sapienza, quel momento è arrivato anche per loro. Premetto, non era il loro primo concerto a cui assistevo e proprio per questo mi permetto di parlare in questi termini. Ma sicuramente era il primo a Roma a cui così tante persone (un migliaio o giù di lì) pogavano, partecipavano, cantavano e si divertivano in maniera del tutto disinibita, allegra e sciolta, complici i fiumi di alcool, complice la cappa di fumo (no, non erano sigarette).  Sì, Lo Stato Sociale ieri sera ha preso le gambe degli studenti che s’erano assiepati nel pratone dell’università e le ha scosse e mosse, divertendo e divertendosi, dando tutto sul palco. Non male, visto che le alternative erano varie e disparate e si poteva scegliere se andare a dimenarsi nel cortile della facoltà di Fisica al ritmo di reggae o in quello di Chimica con la techno. Invece la maggioranza dei ragazzi ha scelto di andare a vedere proprio loro.

E’ un miscuglio stano quello de Lo Stato Sociale, cose che non s’erano mai sentite in Italia, non declinate in questa maniera. Come se invitassero i Daft Punk ad assistere a un seminario sul marxismo in qualche circolo a S.Lorenzo. Come se avessero chiesto ad Apparat di descrivere al bar tra gli amici la sua situazione sentimentale mentre il paese è allo sfascio. Come se la buonanima di Rino Gaetano avesse vissuto la svolta della Bolognina e per consolarlo gli avessero pagato il biglietto per andare a vedere i Kraftwerk in una loro data italiana. Cosa ci vuole, in fondo? Basta una chitarra elettrica, un basso e due campionatori e testi incazzati, zeppi di giochi di parole, citazioni alte e basse e pungente ironia, poi tutto il resto viene da sé. Gente che descrive e sputtana l’atteggiamento di innumerevoli ragazzi che bazzicano l’ambiente underground in poche sapienti (spietate) pennellate riuscendo a far cantare quegli stessi soggetti che il sottobosco dell’ indie lo frequentano e ne sono esponenti. Per non parlare di quando trasformano sul palco ‘Quello che le donne dicono’ in un ballo di gruppo da villaggio vacanze Alpitour e cadono rovinosamente per mancanza di spazio. E delle parole di ‘Amore ai tempi dell’Ikea’, accompagnate da quello che sembra proprio un jingle pubblicitario da sottofondo di un centro commerciale dove le giovani coppie vanno a fare la spesa, e di ‘Brutale’, quando urlano ‘Io non sono nato nello stato sociale’ e tutta la gente non può far altro che riconoscersi in quel verso (esattamente come in tutta ‘Mi sono rotto il cazzo’, una versione aggiornata di ‘Nuntereggae più’ 30 anni dopo) in tempi, questi, in cui il welfare state cade sotto i colpi di cancelliere tedesche e politiche di austerity sempre più rigorose. E di Lodo, Bebo e Alberto che sul palco ingaggiano numeri da cabaret, si mettono a fare puro teatro, recitando, catalizzando l’attenzione, incuriosendo e trascinando il pubblico. Puro intrattenimento e affilata satira sociale. Divertenti, intelligenti, un’altalena che oscilla tra cinismo e romanticismo direttamente dalla rossa Emilia-Romagna. Vabbè, in sintesi: ieri sera questi ragazzi bolognesi, affiatati e complici com’erano, hanno spaccato tutto, vinto e convinto, spettinato più di qualcuno e strappato un biglietto per andare al MIAMI di Milano (tra qualche giorno) con credenziali di tutto rispetto.

E poi dopo due EP, ‘Turisti della democrazia’ (con un titolo che è già un omaggio), primo long-playing, è un album accattivante, fresco, pieno di synth, cazzaro quanto basta, discotecaro al punto giusto. Magari non una pietra miliare della storia della musica, ma almeno qualcosa che si piazza in testa e non se ne va, qualcosa che, al contrario della noia, non uccide i ‘Cromosomi’. Suoneranno in tour per tutta l’estate. Noi pensiamo che sia un ottimo motivo e un perfetto momento per andare a vederli dal vivo.

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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