Il sisma in Emilia e l’affidabilità dei dati

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di Marco Milano

Gli eventi dell’ultima settimana che hanno colpito in modo drammatico l’Emilia Romagna hanno provocato un terremoto anche in buona parte dell’opinione pubblica, soprattutto per via di un flusso di informazioni più veloce dei tempi necessari per elaborare dati scientificamente corretti – “Come mai è stata proprio l’apparentemente insospettabile Pianura Padana ad essere stata ferita dal sisma?”  “C’erano margini per evitare il bilancio disastroso di vittime e crolli?” “Ci sono elementi che la ricerca scientifica non può spiegare?”

Non è la prima volta che la reazione emotiva conseguente un terremoto di questa portata si trasforma in un susseguirsi di sospetti e illazioni, ma vale la pena ricostruire quanto successo per confermare la validità del supporto scientifico e individuare, di nuovo, i veri motivi che causano bilanci di questa portata.
Grazie alle osservazioni dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, il quadro di quanto è successo nell’area geologica della Pianura Padana è oggi più chiaro. Alle 4.03 (2.03 UTC) del 20 maggio, un sisma di magnitudo pari a 5.9 della scala ritcher ha colpito l’Emilia Romagna, nella zona compresa tra Bologna, Modena, Ferrara e Mantova. La profondità dell’epicentro è stata misurata a circa 6.3 km – più superficiale e tipica dei terremoti appenninici – le faglie interessate sono quelle del cosiddetto Arco di Ferrara, la struttura lungo la quale si è principalmente distribuita la compressione. In generale, tutti gli eventi sismici avvenuti negli ultimi decenni in quella zona sono stati di magnitudo comparabile all’ultima settimana. E’ l’avvicinarsi tra la Placca Adriatica e la Catena Appenninica ad accumulare deformazioni di diversi mm all’anno e che vengono rilasciate con terremoti di “magnitudo moderata” (5.5 – 5.6) e “sporadici” – come l’ultimo, appunto. La differenza rispetto ad altre zone di sismicità analoga in altri continenti, è che la compressione non è così veloce – come in Giappone, ad esempio – e la loro frequenza è più bassa, non consentendo di comprendere in modo sistematico la deformazione a cui comunque il nostro Paese è sottoposta in modo costante.

Nonostante sia stato accolto dai media e dall’opinione pubblica come un evento eccezionale, si è trattato, quindi, di un terremoto standard per le caratteristiche geologiche dell’Emilia. Tuttavia, diverse sono state le informazioni errate circolate negli ultimi giorni.
In primo luogo, il susseguirsi di scosse in così breve tempo ha avuto come effetto la percezione comune che non ci sono mai stati così tanti terremoti in quel territorio. Considerando però le dinamiche tettoniche della pianura padana, le accelerazioni attese delle placche sono comunque di un livello piuttosto alto, rispetto ad altre zone a rischio sismico – 0,225 g, per la precisione – e le dinamiche geologiche devono necessariamente essere valutate in tempi più lunghi della memoria comune. A questa erronea interpretazione si può associare la convinzione che sia, di conseguenza, aumentata la statistica negli ultimi dieci anni dei terremoti di magnitudo superiore a 6. In realtà, però, anche per quest’aspetto è necessario considerare l’andamento dei fenomeni sismici in un periodo più lungo, tale da poter raccogliere dati sufficienti

Analizzando i dati relativi allo storico dei terremoti, dal 1973 ad oggi, si può infatti concludere che l’apparente crescita di eventi negli ultimi decenni non è legata ad un aumento dell’energia rilasciata dai terremoti – che, invece, rimane mediamente costante in una statistica complessiva.
Su quali siano le giuste interpretazioni del sisma della scorsa settimana, la questione forse più dibattuta è per quanto concerne la prevedibilità di un terremoto. E’ stata in particolare un’intervista rilasciata da Alessandro Manetti dell’ENEA a rilanciare una discussione su un tema puntualmente riproposto durante casi simili. Come però ripetuto a più battute da esponenti dell’INGV, non esiste ad oggi un metodo efficace e attendibile per poter davvero prevedere un evento sismico. Quello di cui parla il Direttore del centro ENEA di Bologna è infatti, a ben vedere, un sistema di valutazione di tipo statistico su ampio raggio, che non consente però di raggiungere un livello di certezza sulla localizzazione del sisma in modo da intervenire in tempo utile con operazioni di evacuazione.

Fonte: INGV

 

Ci sarà molto probabilmente un’immediata revisione delle carte sismiche del territorio italiano, dal momento che proprio le zone di Ferrara e di mantova vengono ancora indicate come meno rischiose di altre. Ora è però certo che l’Emilia non è affatto una zona sismica, e c’è un elemento in particolare che dovrebbe indirizzare la giusta scelta di tutela di questo territorio, come di altri ad analoga sismicità. Il territorio di Ferrara è composto principalmente da argilla e limi, vale a dire un terreno sabbioso. La pressione di un terremoto fa letteralmente liquefare queste sabbie, col tempo imbevute d’acqua dalle falde affioranti.

E’ stato appunto il fenomeno della liquefazione della sabbie, una delle principali cause del bilancio drammatico di crolli di abitazioni, capannoni industriali e monumenti. Il sisma della Pianura Padana è quindi l’ennesima occasione per ripensare seriamente i criteri di sicurezza geotecnica e edilizia, piuttosto che inseguire miraggi di prevedibilità.
E per continuare a dare fiducia alla ricerca scientifica.

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

One Comment

  1. KATE
    4 giugno 2012

    IN ITALIA VIGE LA LEGGE DEL FAI DA TE… DEI CONDONO EDILIZI… E TUTTI VOLGIONO FARE COME GLI PARE, LA GENTE PENSA CHE ARCHITETTI E INGEGNERI SONO INUTILI CHIAMAMO L’AMICO E SI FANNO TIRARE SU CASA…. SONO TUTTI FURBI E POI…. QND LA NATURA FA IL SUO CORSO … SI CERCA IL COLPEVOLE…. AH AH SIAMO NOI STESSI…. LA PRESUNZIONE E L’ARROGANZA DELGI ITALIANI …

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