Londra, quale identità?

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di Mariano Colla

Ci sono poche metropoli nel mondo che hanno la capacità di assorbire grandi eventi con distacco e con apparente imperturbabilità, quasi a manifestare un contenuto senso di partecipazione alle circostanze che li determinano, nonostante l’adesione popolare sia spesso caratterizzata da sincera passione ed emozione.
Sono città che non sembrano essere scalfite, nella loro quotidianità, da avvenimenti che per altri centri urbani costituirebbero motivo di caos, inefficienza, trepidazione per istituzioni e maestranze.
A mio parere Londra rientra in questa categoria.
Londra, mi ha offerto, proprio in questi giorni, una concreta immagine della sua imperturbabilità, della sua capacità di “ingoiare” fatti, eventi, manifestazioni, con una naturalezza che la lascia sostanzialmente immune da derive emotive, anche se dietro questa maschera pulsa il cuore di una città attiva e piena di vita.

foto: Yuliya Vassilyeva

Esauriti da un paio di giorni i sontuosi festeggiamenti per la celebrazione del giubileo della regina Elisabetta II per i suoi 60 anni di regno, Londra è già prossima ad ospitare e acclamare l’inaugurazione dei giochi olimpici, prevista per fine Luglio.
Il giubileo della regina e i giochi olimpici: due eventi di grande rilievo, non solo per la capitale, ma per l’intera nazione britannica.
Eventi di grande complessità organizzativa, dagli effetti imprevedibili sulla operatività di una città, qualora non gestiti con competenza e serietà.
Efficienza che non sembra latitare nelle istituzioni londinesi che hanno inserito le manifestazioni nell’agenda dei propri impegni con la giusta tempistica, assicurando, per quanto possibile, un corretto svolgimento delle fasi esecutive dei progetti, eliminando quelle componenti ansiogene che determinano inefficienze, ritardi, soluzioni approssimative.
Del giubileo della regina rimangono qua e là, lungo le strade, alcune transenne, ordinatamente collocate lungo i muri.
Se festoni, o altre evidenze delle celebrazioni, erano esposti nella prima settimana di Giugno, ebbene non ne è rimasta traccia.
A tal proposito ricordo che le decorazioni natalizie adornavano ancora le strade di Roma, a più di un mese dal termine del periodo festivo.
Su un così tempestivo ripristino della normalità e dei ritmi della quotidianità, sembra sintonizzarsi l’inarrestabile fluire della massa cosmopolita che popola e ravviva costantemente le strade di Londra.
Gli esponenti di una variegata fetta di mondo, di razze, culture, tradizioni, religioni diverse, come in pochi altri luoghi del pianeta, si camminano accanto, si toccano, si sfiorano, si guardano, si parlano, ma l’imponente dimensione della massa che li accoglie sembra fagocitare tutto, comunicando all’osservatore, quasi stordito, il vago senso che da tale agglomerato umano emerga una indifferenza collettiva, una ricettività assopita di passioni ed emozioni che probabilmente si ravviva solo nella dimensione individuale. Tra questa massa variopinta non bisogna poi dimenticare i turisti, portatori, a loro volta, di richieste di svago e di folklore locale.
Londra, più di tutte le capitali europee, rappresenta un mosaico di dissonanze, di esperienze talora eterogenee o addirittura conflittuali, che hanno sicuramente un peso sull’identità della città e quindi sulla sua capacità di assorbire fatti ed eventi con quel distacco citato all’inizio. Da statistiche del 2009, infatti, solo il 59% degli abitanti della città sono classificati come “bianchi britannici, percentuale con tendenza a scendere.
Se i recenti festeggiamenti per la regina hanno lasciato un segno è difficile dirlo. Se qualche emozione è rimasta, è stata ordinatamente e disciplinatamente riposta in un angolo riservato della memoria, silenziosa testimonianza dinanzi alla vita quotidiana che si è rimessa in moto, scandita dai propri inappellabili ritmi.
Il ritmo della città non viene intaccato da eventi esterni, per quanto possano riempire tabloid o altri media.
Il cuore di Londra pulsa di un ritmo proprio, costruito su una identità radicata nella autonomia da ricorrenze, feste, commemorazioni, celebrazioni, per quanto i londinesi ne possano essere attratti, se non altro per una momentanea evasione da modelli di vita stereotipati.
Le masse, che quotidianamente affollano i rossi bus “doble deck”, o che vengono ingoiate dalla sterminata rete dell’underground, sembrano poco attratte dalla pubblicità sulle imminenti olimpiadi, pubblicità peraltro piuttosto contenuta, nonostante la caratura mondiale dell’avvenimento.
Olimpiadi in tono minore? Certamente no. Ricordo infatti che il primo ministro inglese David Cameron aveva sottolineato al prof. Monti, in occasione della candidatura di Roma alle olimpiadi del 2020, la particolare evidenza degli oneri economici derivanti dall’ambita manifestazione.
Comunque sia, le insegne pubblicitarie che adornano la città, per ricordare l’avvicinarsi del prossimo evento, non mi sono sembrate particolarmente invasive.
Una comunicazione un po’ sotto le righe, scandita più dalla necessità che dalla volontà di stupire, di affermare risultati organizzativi prestigiosi.

foto: Yuliya Vassilyeva

I vecchi londinesi asseriscono che la Londra moderna si è fermata solo una volta: in occasione della finale dei mondiali di calcio del 1966 tra Inghilterra e Germania.
In quell’occasione la partecipazione fu talmente collettiva che neppure i funerali di Diana e il recente giubileo della regina hanno saputo ottenere lo stesso risultato. Potenza dello sport.
Londra, a differenza delle altre città europee, racchiude in sé una collettività multirazziale ampia e articolata, e non saprei dire quanti cittadini siano effettivamente di origine autoctona. Sicuramente lo spirito britannico ha fortemente influenzato usi, costumi e culture dei tanti immigrati che, dall’impero prima e dal Commonwealth dopo, hanno infoltito la grande Londra.
Pur conservando una identità britannica, Londra vive, nel cosmopolitismo e nel pluralismo culturale, una lenta trasformazione quale metropoli globale, forse l’esempio più concreto di metropoli del mondo e non tanto di una nazione.
E’ una dimensione nuova, le cui ripercussioni sociali possono fornire elementi utili per dare connotazioni umane alle metropoli del futuro, sempre più sovranazionali, secondo i moderni sociologi.
Forse è un po’ ardito pensarlo, ma una riflessione varrebbe la pena di farla sul rapporto tra una concezione verticale degli eventi rappresentativi, visti come momenti celebrativi di identità spesso diverse, e una dimensione orizzontale in cui si riconoscono, sia pure nella quotidianità, le masse composite che abitano Londra.
Sono sempre più rari gli eventi che rappresentano una identità collettiva, un senso comune, in grado di avere un impatto totalizzante sulla città. La città, allora, fagocita tutto, in particolare ciò che è parziale e differenziato, ripristinando il suo stato consueto e cancellando rapidamente i segni della discontinuità.
Forse la pacata indifferenza percepita nei cittadini londinesi è sinonimo di questo cambiamento, di questa sempre più complessa struttura dell’identità cittadina?
E’ presto per dirlo, tuttavia non si può negare che il contrasto tra l’identità britannica, rappresentata, oltre che dagli inglesi autoctoni, dagli immigrati più vecchi, e l’identità dei nuovi cittadini possa determinare risposte diverse alla multidisciplinarietà degli eventi proposti. Londra, forse, ritrova nella sua imperturbabilità il giusto equilibrio per dare ai suoi cittadini quel tanto di “glamour” che le sue diverse anime le richiedono.

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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