Metti due sere, a Piazzale Verano, una Tempesta Gemella

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testo: Francesco Corbisiero – foto: Serena De Angelis

Partiamo con una premessa: chi parla di musica o almeno ne bazzica gli ambienti dev’essere ben consapevole del fatto che il mercato discografico in Italia è pesantemente dominato dal mondo delle major, che lasciano ben poco alle etichette indipendenti. E almeno dal punto di vista della distribuzione degli album è così. Per la produzione il discorso è assai diverso, nell’ultimo periodo stanno prendendo piede sempre più piccole case discografiche che gestiscono artisti che ottengono una visibilità in altri tempi insperata. Se tutto ciò è successo, però lo si deve a coloro che hanno messo in piedi, diversi anni or sono, quello che è in assoluto il miglior risultato per quanto riguarda le etichette indipendenti nel nostro Paese, quella scuderia di tutto rispetto di artisti che corrisponde al nome de ‘La Tempesta’ e che ha il merito storico di essere stata l’apripista di tutte le altre.

E’ con questo spirito che ci si deve approcciare alla Tempesta Gemella, il festival della casa discografica di Pordenone con sede nel contesto del San Lorenzo Estate, a Roma. Una due giorni meravigliosa di musica coi nomi più interessanti del panorama underground, e non solo rock.

Mi infilo nel cortile dell’area concerti quando sul palco i tecnici preparano gli strumenti al Pan del Diavolo, due ragazzi palermitani che durante il concerto dimostrano di aver messo a punto nelle loro sonorità un marchingegno sofisticato che mette insieme il folk e il rock’n’roll delle origini, quello dell’America profonda degli anni ’50. Convincono e sul palco non stanno fermi nemmeno un momento, ma a quanto pare non scaldano.

Di tutt’altro tenore, l’esibizione del gruppo successivo. Avete presente Mick Jagger? Ecco, Andrea Appino è la versione italiana, punk e ferocemente strozzapreti e anti-borghese del leader storico dei Rolling Stones. Il pubblico lo sa, risponde caloroso, pogando disperatamente, mentre lui sul palco si scatena e come una calamita catalizza verso di sé e verso i suoni della sua chitarra gli occhi e i corpi  sudati e impazziti di giovani che urlano i testi delle sue canzoni, e lancia strali spietati contro i suoi bersagli di sempre, complice Ufo, il bassista dei tre pisani,  molto più ironico del suo collega alle 5 corde, e Teskio che a torso nudo butta l’anima sulle bacchette e da di matto su rullanti e tamburi. Il live scivola via che è un piacere, così, tra ‘Gente di merda’, ‘Andate tutti a fanculo’, ‘L’amorale’, ‘L’egoista’, ‘We just wanna live’, ‘Vent’anni’ e la bellissima ‘Nati per subire’ a chiudere il cerchio. Tutto nel segno di un iconoclastia punk che in Italia non ha mai trovato sacerdoti così ligi e ortodossi come loro.

E poi s’arriva al culmine della serata, l’esibizione attesissima della band storica della Tempesta e del gruppo di colui che ha creato dal nulla questo collettivo di musicisti autoprodotti, l’istituzione per eccellenza per chiunque abbia vissuto l’onda rock degli anni’90, disegnatore e discepolo dell’indimenticabile Andrea Pazienza: Davide Toffolo, front-man dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Vivere l’adolescenza non è affatto facile al giorno d’oggi. Ecco i T.A.R.M. nascono da quest’esigenza: raccontare tutta la fatica di essere giovani in chiave rock e anche, dall’ultimo disco, ‘Primitivi del futuro’, in salsa reggae e dub, in una sperimentazione che ha dell’audace. E Toffolo si presenta sul palco vestito proprio così, nonostante il caldo incredibile, con una tuta da scimmia che lo ricopre interamente e lo fa sembrare un uomo delle caverne, lasciando scoperta solo la testa, occultata dalle solite maschere a forma di teschio. Il risultato del concerto è meraviglioso, tutti conoscono a memoria i brani e cantano ‘Mai come voi’, ‘Il mondo prima’, ‘Codalunga’, ‘La faccia della luna’,’Signorina primavolta’, ‘Il principe in bicicletta’, ‘Francesca ha gli anni che ha’, ‘Quasi adatti’, ‘Occhi bassi’ e ‘Ogni adolescenza’ con l’impeto corale e catartico di chi si rispecchia in quei vent’anni che il grande vecchio urla al microfono, invocando la forza del rock’n’roll. E poi, per finire, ‘La Tempesta’, con Davide da solo alla chitarra elettrica, quasi un inno, un canto d’amore verso la sua creatura, ma solo dopo aver dato appuntamento alla sera successiva, quando sul palco saliranno altri nomi importanti dell’etichetta a movimentare l’estate romana.

S’inizia come sempre alle 18, questa volta ad aprire sono i Cosmetic, band romagnola con 3 dischi all’attivo e un sound che sembra un tentativo tutto italiano di riprendere quello che oltre l’Oceano Atlantico hanno realizzato con successo di critica e pubblico i The Pains Of Being Pure At Heart. Interessanti. E i primi 45 minuti ( tanto il tempo concesso a ogni complesso per mettere in scena i propri successi ) filano via così.

Secondi in scaletta gli A Classic Education, 5 ragazzi che, tra tatuaggi e occhiali da sole, portano al pubblico una dose di indie-rock contaminata da una travolgente passione per l’America musicale degli anni ’60. Il cantato in inglese non aiuta moltissimo, la lingua italiana, siamo sicuri, potrebbe essere in futuro un punto in più per loro e li renderebbe un gruppo veramente degno della ribalta. Per il resto, il suono e le capacità ci sono, la verve pure. Il tempo li aiuterà, intanto li si tenga d’occhio.
A prendere il loro posto sul palco di San Lorenzo arriva poi una realtà che non ha bisogno di presentazioni: i Sick Tamburo. I reduci dei Prozac+, lasciata Eva Poles ai suoi progetti solisti, si presentano alla folla radunata al Supersanto’s tutti di nero vestiti, cravatta rossa e passamontagna in testa e picchiano gli strumenti come Dio comanda. Gli arrangiamenti sono molto più incisivi, i testi rimangono quelli, il marchio di fabbrica è il punk e se siete deboli di cuore o non siete almeno un minimo incazzati con il resto del mondo, metteteci una croce sopra ed evitate di ascoltarli. Se invece decidete di farlo, preparatevi a chitarre assassine e ritmi che vi perforeranno le orecchie.

E qui arriva la parte del disco che io preferisco: Giorgio Canali. Sì, Giorgio Canali è un signore romagnolo un po’ attempato che ha le tipiche rughe di un uomo che di rock ne sa a mazzi e l’ha vissuto sulla propria pelle con intensità. Uno che ha collaborato con i CCCP-Fedeli alla linea entrando nei successivi sbocchi di quella indimenticabile esperienza musicale che segnò la musica in Italia, i C.S.I  prima e poi i P.G.R., sempre al fianco di Ferretti. E nei ritagli di tempo s’improvvisava addirittura collaboratore dei primi Noir Desir in Francia ( sì, un gruppo che il 99% delle persone ricorda per l’assassinio di Marie Trintignant compiuto dal front-man del gruppo, nonché suo marito, Bertand Cantat, dimenticando la via al rock francese disegnata da questi splendidi ragazzi di Bordeaux ) arrivando a lanciare nel nostro Paese negli ultimi anni quel fenomeno della musica indipendente che si chiama Vasco Brondi, nome d’arte Le Luci della Centrale Elettrica. Tra tutti questi impegni, trova il tempo di mettere su un collettivo di suonatori, i Rossofuoco, che lo accompagna in giro a infiammare le platee. E così fa anche a Roma, con un energia inaudita, presentando brani provenienti da tutti e 6 gli album nel suo repertorio. Una pietra miliare, che sul palco mette tutto se stesso e prende a testate il microfono a più riprese, un incendiario del rock, intransigente, coerente, a tratti eversivo. A mio parere il concerto più bello della serata di ieri.

Proprio mentre si è a un passo dalla fine però, l’Italia calcistica prende il sopravvento. La gente affolla lo spazio antistante il maxi-schermo e guarda tutto il secondo tempo di Italia-Inghilterra. Nei primi 90 minuti non ce la fanno a segnare, gli azzurri, anche se tutti lo sperano. Un po’ perché temono i rigori, un po’ perché dopo c’è il Teatro degli Orrori e insomma, a chi va di perderselo o peggio, di guardarlo facendosi venire il torcicollo per cercare di capire come andrà a finire il match? Infatti s’avverano le previsioni peggiori: Balotelli & Co. devono affrontare i supplementari e Favero, Capovilla, Valente e Mirai prendono in mano gli strumenti. Che torcicollo sia. Il Teatro  però apre il suo live con una sorpresa, una di quelle cose che ti fa veramente dimenticare gli Europei, una canzone che non eseguiva dal vivo da tempo: il riadattamento in musica della poesia ‘All’amato me stesso’ di Majakovskji.  Ottimo. Proseguono con una bella scaletta che include ‘Io cerco te’, ‘Alt!’, ‘Non vedo l’ora’ ( partecipatissima da parte del pubblico, perché – bisogna dirlo – un po’ tutti abbiamo qualcuno a cui vorremmo gridare: ‘Non vedo l’ora di/ abbracciarti ancora/ fino a farti mancare il respiro/ io non vedo l’ora’ ), ‘Skopje’, ‘Gli Stati Uniti d’Africa’ in paio con ‘A sangue freddo’ ( vero capolavoro e pezzo amatissimo dai fan ), ‘Pablo’, ‘Monica’ e ‘Doris’. La serata si conclude con due pezzi sentitissimi dal Capovilla: il primo è ‘Ion’ , lirica ispirirata da un fatto di cronaca nera accaduto anni fa a Ion Cazacu, operaio rumeno ucciso dal suo datore di lavoro, ed emblematico, secondo il leader del gruppo, di un’Italia che ha perso la bussola e antepone la difesa di meschini egoismi a quella dei valori fondamentali, primo tra tutti quello della vita umana. La seconda è ‘La canzone di Tom’, brano dedicato a un amico scomparso, pezzo storico e di presa sicura.
Ecco, il Teatro degli Orrori ieri sera s’è dimostrato più in forma che mai, ancora capace di dialogare col pubblico, di sensibilizzare su determinate circostanze. Pierpaolo ha notevolmente migliorato la voce rispetto alle esibizioni degli anni precedenti, dove arrivava a stento. Giulio resta la mente del gruppo e sul suo basso (dato alla fine del concerto al pubblico per le foto) si snoda tutto il lavoro importante di regia degli altri strumenti, Gionata con la chitarra ci fa ancora all’amore e delizia in maniera sublime riecheggiando gli Jusus Lizard e Frank dietro quei piatti e i tamburi picchia sempre come un forsennato.  Perfetto, perfetto così.

La Tempesta Gemella si chiude i battenti, con la dimostrazione che le etichette discografiche indipendenti sono tutt’altro che in declino, vivono e lottano insieme a noi, rosicchiano cospicue parti di pubblico al mainstream, forniscono contenuti affascinanti in contenitori validi e riescono a mettere in piedi festival coinvolgenti in una cornice urbana che più adatta non si poteva. Volevate di più? Beh, non si può, perché non era possibile. Allora provate magari a pensare che abbiamo anche preso a pallonate la perfida Albione e che giocheremo Italia-Germania in semifinale. Va bene, ma a parte questo, fate i complimenti alla Tempesta. Se ne merita cento (e forse più) di giorni come questi.


Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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