Ombre di pace in Medio Oriente

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Di Paolo Cappelli

Un difficile cammino durato 20 mesi lascia ben sperare la possibilità di poter giungere pacificamente   ad un accordo entro un anno.

Alla presenza del Segretario di Stato americano Clinton, il 2 settembre scorso Mahmoud Abbas, leader dell’Autorità Nazionale Palestinese, e Benjamin Nethaniahu, Primo Ministro di Israese, si stringono la mano.
L’incoraggiamento di Hillary Clinton è qualcosa a metà tra una pacca sulla spalla e un cauto ottimismo: “Siamo convinti che possiate farcela, ma non imporremo una soluzione. Spetterà a voi decidere quale accordo raggiungere e quale strada futura imboccare per garantire la pace ai popoli israeliano e palestinese”.
La prossima sessione del negoziato è stata fissata per il 14 e 15 settembre prossimo a Sharm el Sheikh, in Egitto.

Secondo fonti palestinesi, Netanyahu e Abbas hanno fissato il problema delle frontiere come primo punto nell’agenda delle discussioni, anche se i problemi insoluti sono tanti e per nessuno di essi si intravede una soluzione a portata di mano. Al di là dei sorrisi e delle strette di mano, i due leader devono fare i conti, in patria, con l’intransigenza dei propri sostenitori.
Il prezzo della pace è alto – secondo il premier israeliano – e dipenderà da concessioni reciproche e difficili da accettare, mentre il leader dell’ANP parla dell’ineludibile stop agli insediamenti israeliani e all’embargo a Gaza. Ma l’obiettivo, condiviso tanto dalla Casa Bianca, come dalla comunità internazionale, è quello di riuscire a creare – e più di tutto a far accettare – uno stato palestinese sovrano, facendo coesistere due Stati sullo stesso territorio. Interrogativi e sforzi diplomatici si concentrano ora sul “come”, ma c’è da attendersi che la strada sarà costellata di incognite e segnata dalla violenza. Non erano ancora conclusi i negoziati, infatti, che già si levavano, da una parte e dall’altra, le voci dei detrattori del processo di pace.
Il professor Efraim Inbar, direttore del centro di studi strategici Begin-Sadat ha detto a chiare lettere che “ci sono naturalmente questioni sulle quali non c‘è nessuna possibilità di fare concessioni, come la richiesta palestinese di portare i profughi dentro Israele, o quella di controllare il Monte del Tempio a Gerusalemme, che è il luogo più sacro per gli ebrei. La popolazione fondamentalmente appoggia la soluzione a due Stati, e la necessità di fare concessioni. E anche di smantellare, se necessario, parte degli insediamenti”. Dall’altra parte, sulla via della pace incombe un nuova minaccia degli estremisti palestinesi, ostili a qualunque accordo con lo Stato ebraico. Infatti, 13 gruppi palestinesi, fra cui Hamas e le Brigate Ezzedin al Qassam, hanno annunciato di aver unito le loro forze per coordinare i loro prossimi attacchi contro Israele.
Sul piano internazionale, dura è stata la posizione dell’Iran di Mahmoud Ahmadinejad: “La questione palestinese non può essere risolta con il dialogo. La resistenza è la sola strada percorribile. I negoziati sono ‘nati morti’ e quindi destinati al fallimento”. La propaganda di Ahmaninejad parla di ‘regime sionista da distruggere’.
Tuttavia, alcune voci politiche significative si sono espresse a favore dei colloqui. Il presidente israeliano Shimon Peres ha definito “molto promettente” la ripresa dei negoziati di pace e anche il segretario della Lega Araba Amr Mussa si è espresso con cauto ottimismo, anche se quest’ultima ha detto a chiare lettere che auspica, a differenza di quanto avvenuto in passato, che le buone intenzioni si trasformino in azioni concrete.
La speranza di avviare una nuova era di pace, giustizia, sicurezza e prosperità per i palestinesi e per il popolo israeliano è nelle intenzioni di tutti gli attori, ma i contrasti, emersi fin dall’inizio, sono di vecchia data e non basterà un accordo siglato a tavolino per riportare a miti consigli i falchi che vedono nel fallimento del processo di pace un viatico per la prosecuzione, rispettivamente, della lotta armata e della colonizzazione. Intanto a turbare gli animi e i buoni propositi potrebbe essere la questione posta  dal presidente palestinese Abbas che ha minacciato di abbandonare i negoziati di pace con Israele.   “Se il periodo di congelamento  (della politica coloniale, ndr) non sarà esteso entro la fine del mese, non ci saranno più negoziati”, queste le parole pronunciate agli attivisti dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Molto dipenderà quindi dalla prossima mossa di Netanyahu e dalla decisione che  prenderà in merito, non facile considerando le forti pressioni da parte dei suoi alleati per riprendere la costruzione degli insediamenti.

Nonostante l’impegno profuso anche da parte americana, con il coinvolgimento diretto del Presidente Obama, non si possono sottovalutare le parole di monito del sovrano dell’Arabia Saudita, Re Abdullah II, secondo il quale “il fallimento dei negoziati si rifletterebbe negativamente su tutte le parti e che tutti gli Stati del mondo e della regione ne pagherebbero il prezzo, dato che l’alternativa sarebbero altre guerre e conflitti”. Difficile dargli torto.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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