Carlo Verdone: trent’anni di carriera raccolti nel documentario ‘Carlo!’

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di Roberta Leomporra

foto: Serena De Angelis

“Tutti abbiamo la nostra battuta preferita, tutti abbiamo il nostro tipo preferito ma sopratutto, tutti abbiamo il nostro Verdone preferito”.
E’ con queste parole che Sesti introduce il documentario realizzato dal giornalista Fabio Ferzetti e dal Nastro d’Argento 2011 Gianfranco Giagni avente come protagonista l’attore e regista italiano Carlo Verdone.
“Un omaggio quasi dovuto a trent’anni di carriera”, secondo il parere dei relizzatori.
Lusinghiera la presentazione del direttore nazionale di BNL, sponsor del Festival internazionale del Film di Roma, Luigi Abete che ricorda la solidità di un connubio con l’evento cinematografico comprovata da sette anni di collaborazione affermando: “Bnl è lieta di consolidare la collaborazione con il Festival, che intendiamo continuare a seguire. Il primo messaggio che vogliamo comunicare è la stabilità, valore prioritario anche rispetto a diverse valutazioni del momento. La nostra presenza qui lo dimostra.”
Introducendo la sezione riservata ai documentari, esalta la valenza storico sociale di tale format audiovisivo.
Definisce Carlo Verdone come “un amico particolare, con cui ho la possibilità di avere rapporti umani e professionali, che incontro nei viali di Cinecittà. Uomo caratterizzato da una forte coerenza. Forse è questa la risposta: per dare in una società complessa un senso ai ruoli ed alle cose, c’è bisogno di una grande coerenza di comportamento e di grande continuità di messaggio. Credo che Carlo Verdone rappresenti questo.”
“Carlo è la storia che si rinnova e che si consolida. Abbiamo molti grandi autori di cinema in Italia, ma spesso sono protagonisti di dinamiche puntuali. Sbaglia chi pensa di poter contare soltanto sulla conservazione così come soltanto sull’innovazione.”
Parole d’elogio sotto lo sguardo composto e familiare di un Carlo Verdone modesto e pacato, esattamente come lo si immagina attraverso lo schermo cinematografico. Uno di noi.
Contraddistinto da quella mimica facciale che crediamo scenica consumando vhs dei suoi film.
“Che abisso d’onori!”esclama arrossendo il regista ed attore vanto italiano nel mondo, ed a chi gli suggerisce di proporsi come modello socio-economico, risponde imbarazzato scuotendo la testa.
Anche se, a conti fatti, il contributo anche puramente economico che l’operato artistico di Carlo Verdone ha apportato all’industria cinematrografica italiana è notevole, se come l’attore romano ricorda
“Se fate due conti dal 1979 al marzo scorso…non si tratta di una cifra piccola” precisa però, in risposta alla domanda “hai calcolato quanto hai incassato?se fossi un americano lo avresti già fatto!” di non aver mai fatto calcoli reali, poichè, in quanto italiano, preferisce parlare di affluenza nelle sale piuttosto che di soldi.
Nominato commendatore nel 1993, ricorda scherzosamente come già quasi vent’anni fa, avesse prestato la propria arte al cinema italiano al punto da meritare un simile riconoscimento, non avendo inoltre ancora portato in sala lo strepitoso successo di pubblico che si è rivelato essere “Viaggi di nozze”.
“Il prossimo anno compiremo vent’anni, quindi dovremo tenerne conto” sottolinea Abete.
Si autorecensisce Fabio Ferzetti che racconta la propria esperienza come realizzatore di un documentario inerente un artista poliedrico come Carlo Verdone “l’aderenza al suo corpo comico, alla sua personalità ed al suo personale modo di elaborare la società, era necessaria, essendo Carlo sia attore che regista”.
Gianfranco Giagni, in relazione alla straordinaria capacità di riproduzione della realtà, di cui è dotato l’artista romano, alla sua curiosità intellettiva, sospira “Lo facessero altri! Lui è riuscito a ripercorrere trent’anni di vita italiana con tratti molto personali, molto suoi, quasi da cinema d’autore. Ha saputo guardare il mondo in modo quasi ingenuo e contemporaneamente inserire nei film caratteristiche davvero molto soggettive.”
Estroflessione congenita quella di Verdone che lo ha portato, secondo il parere dei due documentaristi, a porsi nei confronti dell’ambiente circostante, come una sorta di “pedinatore”, sempre attento ad osservare la realtà e portarla, raccontarla nelle proprie pellicole.
E’ proprio Carlo a chiudere l’incontro, riservando all’esperienza da osservato, questa volta, parole lusinghiere, pronunciate con naturale pacatezza:

“Per me è stato uno dei più bei regali che abbia mai ricevuto. Questo documentario ferma trent’anni di carriera, attraverso testimonianze, riflessioni. Anche rispondendo ad alcune domande ho capito io stesso molto meglio il senso di alcuni lavori fatti.”
Conferma la versatilità che agli occhi di grande pubblico e critica lo ha sempre distinto
“Di certo non ho un’anima sola, ne ho due-tre, come dice Marco Giusti nel documentario. Però sono parti di un apparato un pochino meno semplice di quel che uno può immaginare. C’è la parte del fan: vedo tutto come se io fossi un fan ed i grandi stessero sempre davanti a me”.
Quasi da far venire complessi d’inferiorità una simile umiltà da un nome che ha reso fieri i cinefili d’Italia ed italiani nel mondo. Ribadita da affermazioni quali “Non mi sono mai sentito arrivato. Credo la grandezza di quel che fai risieda si, nel prodotto stesso, ma anche nella propria capacità, nell’impegno di mettersi in gioco. Con la stessa ansia da prestazione”.
L’atmosfera in cui si è svolta l’indagine precedente la realizzazione del documentario pare esser stata quasi familiare, se il protagonista sostiene d’essersi sentito quasi in un salotto, intento in una conversazione sincera e spontanea. ” Sono stati molto bravi Fabio e Gianfranco a farmi sentire a mio agio. Non ho mai sentito la telecamera addosso a me”.
Se un resume della decennale carriera di un artista del calibro di Carlo Verdone può sembrare quasi “dovuto”, fiosologico, egli ritiene invece di non averci mai pensato, di esser rimasto sorpreso.
La conclusione di questo piacevole scambio di racconti non potrebbe essere più confortante per i giovani presenti “Io credo nei giovani e quando devo scegliere i miei collaboratori cerco di attingere sempre tra i rappresentanti della nuova generazione! Sorrentino ha iniziato facendo l’aiuto, io stesso so bene quanto si debba iniziare da niente. Bisogna crederci ed impegnarsi, partendo dal basso”.

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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