Razzabastarda: un mondo così brutalmente attuale

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di Roberta Leomporra

“Razzabastarda” potrebbe esser definito come un adattamento cinematografico della piece teatrale “Cuba and his Teddy Bear” dell’autore americano Reinaldo Povod. Ma l’impressione che se ne trae è quella di un mezzo di comunicazione, quello filmico, che si adatta ad un testo concepito per un pubblico in carne ed ossa, non l’inverso.
Premio Flaiano- Pegaso d’oro ed UBU 2010, quella  riproposta in versione filmica dal figlio d’arte Alessandro Gassman, è una storia (cara al regista che già la diresse ed interpretò a teatro) di conflitti interiori, volontà di riscatto ma sopratutto amore.
Non vedremo coppie di amanti che si perdono l’uno nell’altra (o almeno non soltanto) ma l’esempio di un padre tenace, Roman (Alessandro Gassman), che emigrato vent’anni prima da Ceaùsescu, in Romania, abita un appartamento abusivo ed un malmesso magazzino alla periferia di Latina.
Giunto in Italia sopravvive consumando e spacciando cocaina, reduce da una fuga oltre la povertà al fianco della propria madre, da un amore finito male che gli ha lasciato però il dono più bello: Nicu.
Unico figlio diciottenne di Roman è il baricentro della sua esistenza: l’attività di diffusione di sostanze stupefacenti permette a questo premuroso padre di procurare al proprio figlio un’esistenza economicamente dignitosa, tamponare l’assenza di una madre che scelse di abbandonarlo ed alla quale l’ipersensibile Nicu contrappone spesso la figura paterna, a cui rivolge la propria incondizionata gratitudine per avere, al contrario, provveduto a lui.
E’ l’esempio di un certo tipo di abnegazione di cui probabilmente soltanto un genitore per un figlio può esser capace: padre protettivo, costantemente in bilico tra l’istinto tendente alla brutalità e la volontà di ipercontrollo dei pensieri di suo figlio, vorrebbe calarsi nella sua mente per assicurarsene la serenità.
Un uomo dalla fisicità prestante, apparentemente e doverosamente sicuro di sè, dallo sguardo trabordante amore al punto da risultare spesso intimidatorio per un figlio invece fragile, insicuro, sempre pronto a mettersi in discussione pur di ottenere affetto e comprensione.
Roman è al contempo il motore propulsore dello sviluppo di Nicu e della sua emancipazione sociale, quanto freno alla sua spensieratezza e fisiologica necessità di scontrarsi con la vita; sacrifica la propria dignità nella speranza di tutelare quella del figlio per cui vuole un’esistenza migliore, supportato dall’esempio ed aiuto dell’avvocato Silvestri (Michele Placido). Figlio anch’esso di un’emigrante, ha avuto la possibilità di riscattarsi grazie al sacrificio di una madre, giunta in Italia dalla Bulgaria, dedicatasi alla prostituzione pur di mantenerlo, abbandonata com’è stata dal proprio compagno italiano. Un chiasmo di condizioni che li unisce per somiglianza.
La tematica così attuale, il linguaggio “della strada” che questo film sembra utilizzare, gli consentono di penetrare lo spettatore, che avverte la sensazione di “entrare nelle pieghe più intime dei protagonisti”, di assistere “al racconto di un mondo così brutalmente attuale”.
Ringraziando il team che lo ha supportato nella sua prima esperienza di regia cinematografica, Alessandro Gassman la riporta con parole intrise di uno straordinario senso di libertà, lontanto dalla tensione con cui spesso ci viene raccontata la responsabilità di un regista “Ho lavorato in totale libertà, senza mai tirare il freno e se questo film vi farà emozionare, sorridere, vorrà dire che quella visione, non “mediata” dal mezzo filmico, è riuscita, grazie al lavoro di tutti. Per me è stato davvero come vedere un sogno realizzarsi”.

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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