Ecologia del vivere: il volto umano della morte

image_pdfimage_print

Di Stefania Taruffi

Teheran, 21 gennaio 2013, due giovani accusati di rapina sono impiccati per la prima volta fuori dalle prigioni, in un parco pubblico al centro della città. Il governo iraniano ha deciso di ricorrere alle impiccagioni nelle piazze del Paese, per contrastare la criminalità. Secondo il New York Times, che riporta la notizia, i vertici della polizia iraniana lamentano un aumento dei crimini violenti inferti soprattutto dai giovani.

E scrive che “l’esecuzione nel Parco degli Artisti, rientra nella strategia oppressiva delle autorità iraniane, che sostengono di voler contrastare alti tassi di criminalità lanciando duri moniti”.

E sono appunto due giovani, gli impiccati del 21 gennaio. Non hanno commesso un reato ‘grave’, ma la legge del loro paese li condanna all’impiccagione e questa volta, la gente ha potuto assistere all’esecuzione. Associated press pubblica un’immagine toccante, che sintetizza la pietas nella sua forma estrema: il boia abbraccia uno dei condannati, che disperato appoggia la testa sulla sua spalla. E le immagini fanno il giro del mondo, ripescando da quella notte buia un argomento atavico: perché esiste ancora la pena di morte? Perché quei due giovani non devono percorrere il cammino della giustizia, essere condannati, riabilitati, istruiti a diventare persone perbene e invece vengono uccisi brutalmente, senza via d’uscita? Quello che ancora vige in molti paesi del mondo, è un regime basato sul terrore, non sulla giustizia.

E’ la loro legge, seppur deplorevole e la morte viene data in pasto a un popolo assetato di sangue che là davanti a quei due ragazzi, inneggia, alza i pugni e tifa per l’annientamento del diritto alla vita.

E dietro a una sbarra, poco distanti, gli unici tre volti che non esultano, immortalati in un’altra foto, sono quelli di tre giovani donne in lacrime: il dolore di un distacco ingiusto che devasta tre vite. Magari sarebbero state proprio quelle donne, la grazia del loro perdono, il loro amore che avrebbero potuto salvarli.

Secondo gli ultimi dati di Amnesty International, aggiornati a ottobre 2012,
97 paesi hanno abolito la pena di morte per ogni reato.
8 paesi l’hanno abolita salvo che per reati eccezionali, quali quelli commessi in tempo di guerra.
35 paesi sono abolizionisti de facto poiché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni, oppure hanno assunto un impegno a livello internazionale a non eseguire condanne a morte.
In totale 140 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica. 58 paesi mantengono in vigore la pena capitale, ma il numero di quelli dove le condanne a morte sono eseguite è molto più basso. Paesi totalmente abolizionisti: 97 sono quei paesi che hanno abolito la pena di morte per tutti i reati.

Secondo il rapporto annuale sulla pena di morte di Amnesty International, i paesi che hanno eseguito condanne a morte nel 2011 – Stati Uniti compresi – l’hanno fatto a un livello ancora preoccupante, sebbene i paesi che praticano ancora la pena capitale siano diminuiti di oltre un terzo rispetto a un decennio fa. Secondo tale rapporto nel 2011 solo il 10 per cento dei paesi, 20 su 198, hanno eseguito condanne a morte.

La pena di morte è quella più crudele, inumana e degradante che una società che afferma di ispirarsi a principi di civiltà e democrazia possa infliggere ai propri cittadini.

Contro le esecuzioni si sono espressi in tutto il mondo avvocati, politici, movimenti, associazioni. Negli Stati Uniti, il governatore dell’Illinois, Pat Quinn, ha dichiarato di voler mettere fine alla pena di morte nel suo stato. Tuttavia in molti paesi ancora sono emesse sentenze capitali, i cui metodi d’esecuzione comprendono l’impiccagione, la fucilazione, la decapitazione, l’iniezione letale per tutta una serie di reati che vanno dall’adulterio e la sodomia in Iran, alla blasfemia in Pakistan; si viene uccisi per stregoneria in Arabia Saudita, traffico di resti umani nella Repubblica del Congo e in oltre 10 paesi per reati di droga. Secondo fonti attendibili, nel paese degli Ayatollah, sulla forca sarebbero finiti anche minorenni, in violazione del diritto internazionale, che rientrano tra le esecuzioni ‘segrete’ al di fuori delle cifre ufficiali.

I dati non includono le migliaia di esecuzioni avvenute, secondo Amnesty International, in Cina dove, le esecuzioni sono un segreto di Stato. E sfuggono le reali cifre delle esecuzioni in Iran e Arabia Saudita.

Gli Stati Uniti d’America sono stati ancora una volta l’unico paese delle Americhe e, nel 2011, l’unico stato membro del G8, a eseguire condanne a morte, 43 in totale. Tuttavia, il numero delle esecuzioni e delle nuove condanne a morte è notevolmente diminuito rispetto a 10 anni fa.

In Bielorussia e Vietnam, né i prigionieri né i loro familiari e avvocati sono stati informati delle imminenti esecuzioni. Esecuzioni pubbliche sono avvenute in Arabia Saudita, Corea del Nord, Iran e Somalia. Nella maggior parte dei paesi dove sono state eseguite condanne a morte, i procedimenti giudiziari non hanno rispettato gli standard internazionali sui processi equi. In alcuni casi, si sono basati su “confessioni” estorte con la tortura o altre forme di coercizione, come in Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord, Iran e Iraq. Anche i cittadini stranieri sono stati colpiti in modo sproporzionato dalla pena di morte, soprattutto in Arabia Saudita, Malesia, Singapore e Thailandia.
Sono dati, numeri, ma dietro a queste cifre ci sono degli esseri umani, che per quanto male possano aver commesso non meritano di morire per un furto. Devono pagare per il reato commesso, ma non dovrebbero morire per questo. Dietro a ogni ragazzo c’è sempre una storia, un fardello, un problema, un dilemma, una deviazione che si può risolvere, che deve, può essere ‘corretto’. Si può cambiare, crescere, imparare sulla propria pelle, percorrendo un percorso di ‘espiazione’, di maturazione interiore: le lezioni della vita sono i migliori insegnanti e i giudici più efficaci. Ci sono i procedimenti giudiziari, le sentenze, ma le lezioni non possono essere mai finali, ‘fatali’. Non è con un cappio al collo che si espia una colpa. Ed è soprattutto la riabilitazione dei soggetti criminali, che richiede impegno da parte delle istituzioni e programmi accurati, a salvare una vita. La morte non salva nessuno dalle proprie responsabilità. Ad ogni modo, il volto oscuro della morte versa sempre lacrime amare, come quelle di questo ragazzo. Quello che commuove in questo caso, è l’abbraccio del boia. Anche lui  ha un’anima. E sono profondamente convinta che se avesse potuto graziarlo, quel boia l’avrebbe fatto.

 

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *