Ricordando Oriana Fallaci

image_pdfimage_print

Di Paolo Cappelli

Sono passati ormai quattro anni da quando Oriana Fallaci ha lasciato questo mondo verso un’imprecisata destinazione. Chi ha imparato a conoscerne la personalità attraverso i suoi scritti non avrà difficoltà a immaginare quanto le dovrà stare stretta una dimensione dalla quale non può raccontarci ciò che vede e prova, appassionata testimone del suo tempo quale è stata.
Negli ultimi anni della sua vita, la scrittrice e giornalista fiorentina attirò l’attenzione internazionale per le dure critiche mosse all’islamismo radicale dopo gli attentati dell’11 settembre, da lei vissuti in diretta proprio dalla sua casa di Manhattan, dove si era trasferita da molti anni.

Il risultato fu un ampio e polemico articolo dal titolo La rabbia e l’orgoglio, pubblicato in seguito (nel 2002) sotto forma di libro e che riuscì a dividere anche i suoi più appassionati lettori. Nell’opera descrisse l’islam come oppressivo,  senza risparmiare critiche all’Occidente. Arrivò a usare più volte il termine “Eurabia” per indicare una condizione geopolitica nuova in cui la cultura dominante nel Vecchio Continente non era più quella Occidentale, bensì quella islamica.

Nel 2004 diede corpo e pubblicò un nuovo libro dal titolo La forza della ragione, nel quale riproponeva e approfondiva le stesse critiche contro l’islam e il fondamentalismo

Nata nel 1929, Oriana Fallaci, rinasce politicamente alla fine della Seconda Guerra mondiale, quando sceglie di unirsi alla Resistenza antifascista all’età di soli 14 anni.
In seguito, il mondo potrà apprezzarne le qualità come corrispondente di guerra. Negli anni ’70 e ’80 si consacra come una tra le giornaliste d’inchiesta che più osavano. Nella lunga lista di leader mondiali da lei intervistati figurano personaggi del calibro di Yasser Arafat, Golda Meir, l’Ayatollah Komeini e Henry Kissinger, il quale, a posteriori, ebbe modo di ammettere in un suo libro che quella con la Fallaci era stata “la conversazione più disastrosa mai avuta con un rappresentante della stampa”, dopo che questa l’aveva incalzato fino a fargli ammettere che la guerra del Vietnam fu, di fatto, inutile.
La modestia non è certo stata uno dei tratti distintivi della Fallaci, che attribuiva la propria capacità alla propria individualità: “ogni intervista – diceva – è un ritratto di me stessa, uno strano miscuglio delle mie idee, del mio temperamento, del mio atteggiamento, della mia pazienza: è tutto questo insieme a fare da copione alle mie domande”.

I libri scritti in quegli anni, risultato di una vasta e profonda esperienza, poco avevano a che vedere con le sue ultime espressioni rabbiose. Il romanzo Un uomo narra la storia di Alekos Panagoulis, eroe della resistenza greca e suo amante negli anni 70 (dopo un’intervista); Inshallah è un racconto romanzato delle truppe italiane in Libano. Tra i suoi bestseller si ricordano Intervista con la storia, un classico del giornalismo contenente grandi conversazioni con politici e attori, e Se il sole muore, dedicato all’esplorazione dello spazio da parte degli Stati Uniti.
Dagli anni 90 si tenne lontana dal giornalismo e restò in assoluto isolamento, sola nella sua casa di Manhattan, anche a causa di un cancro al seno che l’aveva nel frattempo colpita. Disse che si sarebbe mossa solo per intervistare Osama bin Laden.

Tornata segretamente in Italia, scrisse un libro insieme politico e autobiografico, Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci, stabilendo un parallelo tra il ‘cancro morale che divorava l’Occidente’ e la malattia che stava patendo. Disse che sapeva di dover morire da lì a poco, ma anche di dover raccontare ancora molte cose. Rassicurò tutti che non aveva paura di morire e che ciò che sentiva era una specie di malinconia: “non mi piace l’idea di morire – scrisse – sapete? Perché in fondo la  vita è bella anche quando è brutta”.

Atea convinta, non si fece mancare un incontro privato con Benedetto XVI, che accusava di incomprensibile silenzio nei confronti dell’islamismo militante, a seguito del quale iniziò a definirsi un’atea cattolica.

Il ricordo che di lei ci resta può essere ben riassunto con le sue stesse parole. Parlando di eredità morale scrisse: “con i miei libri spero di morire un po’ meno. Di far riflettere di più le persone, fuori dagli schemi con i quali questa società ci ha alimentato nei secoli. Offrire storie e idee che aiutino le persone a vedere meglio, a capire meglio, a conoscere qualcosa in più”.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *