Ecologia del vivere: Erasmo Savino, il giovane militare morto nell’indifferenza

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Di Stefania Taruffi

Ieri a Saviano (Na) i funerali di Erasmo Savino, il giovane caporale maggiore dell’esercito di 31 anni, che si è spento a causa del cancro, dopo 13 anni di servizio e diverse missioni, tra le quali due in Kosowo. “Non è un soldato chi non ha il coraggio di combattere”, diceva Savino. E lui di coraggio ne ha avuto molto, combattendo contro un esercito di nemici: il male che l’ha divorato sempre più, mese dopo mese; i medici militari che gli avevano detto che si trattava di una “formazione callosa”, per scoprire, solo due anni fa, quando era ormai troppo tardi, la diagnosi precisa: melanoma nodulare ulcerato plantare al piede sinistro. Quando ormai il male aveva aggredito anche altri organi vitali: polmoni, fegato e cervello. Inevitabile pensare alle missioni all’estero: due, in Kosovo, dove faceva l’idraulico, lavorava dunque a contatto con quei terreni, dove poco dopo si sarebbe cercato l’uranio impoverito. Unica barriera tra il suo corpo e quel terreno erano gli anfibi d’ordinanza.

Inoltre Erasmo, come tanti altri militari, è stato sottoposto a cicli vaccinali intensivi e sregolati: forse pochi sanno che al contrario dei civili, i militari non possono rifiutare di vaccinarsi, senza aver alcun tipo di tutela e rassicurazione sui vaccini che sono loro somministrati. E a lui, come a molti colleghi, sono stati somministrati vaccini poi ritirati dal mercato perché dannosi. Lo testimoniano il libretto vaccinale di Erasmo e la perizia fatta proprio su Erasmo dal prof. Giulio Tarro, un luminare.

Erasmo Savino e l’Avv. Giorgio Carta

Il 3 ottobre scorso Erasmo aveva deposto davanti alla Commissione “Uranio impoverito” del Senato. Ha parlato di quanto amava il suo lavoro, dell’amarezza per il senso di abbandono da parte di quello stato che ha “onorato per 13 anni”, delle missioni. E dei vaccini.
Quel giorno Erasmo ha commosso tutti i senatori. Uno di loro, durante la seduta, ha mandato un sms al figlio in Afghanistan. Voleva sapere se anche lui avesse fatto tutti i vaccini cui era stato sottoposto Erasmo. Perché è di questo che si discute da qualche tempo, in commissione come negli ambienti scientifici: è stato veramente l’uranio impoverito a causare le malattie dei militari o c’è altro? Come mai l’80% dei militari malati di tumore, la cosiddetta “sindrome dei Balcani”, non è mai stato all’estero?
Studi e ricerche lo asseriscono da anni ormai, ma è un problema che il Ministero della Salute non vuole affrontare seriamente, forse perché ci sono troppi interessi economici dietro alle aziende farmaceutiche che li commercializzano. Tuttavia il problema è serio e va risolto per sempre alla radice: i vaccini, somministrati senza rispettare tempi e modalità dei protocolli e i metalli che contengono, causano delle gravissime immunodepressioni che possono far emergere, molte altre patologie serie, soprattutto  quelle autoimmuni.

Fino all’ultimo giorno Erasmo ha combattuto anche un’altra battaglia: quella contro lo Stato, che non gli ha nemmeno riconosciuto la ‘causa di servizio’, non rilevando un nesso tra la sua malattia e gli incarichi svolti. Un anno fa, era stato infatti congedato come “inabile al lavoro”.

Una storia d’incompetenza, ingiustizia, mancanza di protocolli e chiarezza in materia sanitaria, ma anche di rispetto per la persona. Un altro servitore dello stato, un giovane, lasciato a se stesso nell’indifferenza più totale da parte dello Stato.

Resta la speranza di fare giustizia, di poter cambiare le cose. Per fortuna Erasmo ha seminato così tanto affetto che molto, ne tornerà indietro: l’Avv. Giorgio Carta, difensore romano di molti militari, strenuo paladino dei loro diritti, che lo segue da anni in queste tristi vicissitudini, ha preso a cuore la sua storia, così come molti altri. Continuerà a combattere per fare luce su questo argomento. Dunque la verità forse un giorno diverrà consapevolezza e si tramuterà in qualche diritto in più, per i militari che fanno solo il loro dovere, senza il diritto di poter scegliere di non ammalarsi per un vaccino.

Qui si parla di diritti di base, perché quando parliamo di diritto alla salute, di questo parliamo. E  questo deve valere per tutti ugualmente, civili e militari. Un paese civile, le ‘Autorità sanitarie’ di un paese civile, dovrebbero avere a cuore la ‘tutela della salute’ dei propri cittadini, anche (e soprattutto) nelle terapie di prevenzione. Senza distinzioni.

 

 

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

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