L’ibernazione di esseri viventi diventa realtà

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di Lorenzo Tagliaferri

La domanda che molti si pongono a proposito di ibernazione, riguardano la certezza che, una volta abbandonato lo stato di “animazione sospesa”, il sistema nervoso centrale sia in grado di riprendere le normali attività senza conseguenze dannose. E’ questo il tentativo di alcuni scienziati fisiologi dell’Università di Bologna firmatari di un articolo sul “Journal of neuroscience” sulla possibilità di raggiungere uno stato di ibernazione in un essere vivente a sangue caldo come può essere l’uomo. Lo studio mette in primo piano alcuni riferimenti specifici per meglio capire ciò a cui si fa riferimento, sottolineando come il processo di ibernazione è comparabile, per certi versi, a quanto accade in animali come orsi e marmotte in periodi di letargo; le attività del loro organismo subiscono un brusco rallentamento quasi come una sorta di “spegnimento” che riduce di dieci o venti volte le attività metaboliche rispetto al normale. In uno stato di “leggera ibernazione” che possiamo anche identificare come stato di “torpore” la usuale temperatura corporea di 37 gradi può subire abbassamenti anche di circa 10 gradi e più, stabilizzandosi intorno ai 25 gradi. In questo stato il primo organo che modifica la propria attività è il cervello, ed è da qui che deriva la definizione “animazione sospesa” che non ha nulla a che vedere con la stasi tipica del sonno in quanto la prima azione compiuta da un ibernante al risveglio da un lungo stato di ibernazione, dopo aver recuperato la temperatura corporea usuale, è quella di farsi una bella dormita. Lo studio non si limita all’analisi delle risposte dell’organismo in stato di ibernazione, ma si propone anche di individuare quali sono gli attivatori di un procedimento così complesso e atipico nella natura degli esseri viventi. Attraverso la sperimentazione su un ratto (un animale incapace, come l’uomo, di procedere ad ibernazione spontanea), gli scienziati sono riusciti ad individuare quale zona del cervello, attraverso stimoli chimici, contribuisce al calo della temperatura. Si tratta di una piccola regione nelle zone profonde del cervello chiamata “raphe pallidus” in grado di modificare il flusso sanguigno nelle zone della cute e delle articolazioni. Ovviamente occorre fare una doverosa puntualizzazione, l’ibernante “vero e proprio” raggiunge una temperatura corporea di circa 2 gradi e riportare alla normale temperatura corporea l’organismo senza causare danni allo stesso è e sarà sempre difficilmente possibile. Tuttavia, va considerato come gli studi approntati dai fisiologi dell’Università di Bologna avranno un’importanza fondamentale per quel che riguarda differenti applicazioni, come difficili interventi di neuro o cardio-chirurgia, nel secondo caso specialmente, su pazienti infartuati per permettere a diversi organi la sopravvivenza in condizioni di bassa disponibilità di ossigeno.

Per saperne di più: http://www.unibo.it/Portale/default.htm

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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