Alberto Castelli racconta Bob Nesta Marley

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di Roberta Leomporra

Il bianco e il nero, il concerto di Bob Marley And The Wailers al Lyceum di Londra raccontato e raccolto da Mark e Winston, bianco il primo, figlio di speranzosi migranti giamaicani il secondo.
Ha gli occhi chiusi Alberto Castelli mentre racconta la straordinaria esperienza di una coppia di amici d’altri tempi, quelli in cui i giovani inneggiavano ad eroi capaci, mitici davvero, consegnati agli annali per il merito d’aver realmente toccato la storia.
Se vogliamo attenerci al significato letterale della parola “reading”, quello ospitato ieri sera dalla Casa del Jazz di Roma, è stato tutt’altro: nulla di scritto su di un inesistente leggìo per un narratore che non avrebbe potuto comunque leggere, a palpebre serrate per tutto il tempo speso sul palco. Mi piace definire il suo come un racconto d’immersione, voce narrante in prima persona nella figura di Mark, o forse Mark e Alberto sono lo stesso individuo. L’impressione costante è che non stia riportando una storia, piuttosto ricordando un episodio determinante per la sua intera esistenza. La sua, non di Mark ne di Winston. Lo vedo scostare dal passo le foglie arancioni con i piedi, nella natura mutevole di Notting Hill, mentre esterna lo stupore di saperlo ad oggi parte di un quartiere alla moda.
Una mano al microfono, l’altra tesa o chiusa al ritmo del sentore di quel preciso momento in cui la mente va snodandosi nei vicoli sempre umidi di una Londra dei primi anni settanta. Annebbiata dall’attesa, per poi travolgere gli argini al ritmo tutto reggae e speranza di “Tuff Gong” ed i suoi “Wailers”.
Quella scelta da un appassionato e penetrante Alberto Castelli è la vicenda di Mark e Winston, compagni di gioventù poi perdutisi nei fisiologici meandri della crescita, che ebbero la fortuna e la voglia di partecipare al leggendario concerto di Bob Nesta Marley and The Wailers al Lyceum Ballroom di Londra. Era il 18 luglio del 1975. Il legame dei due diciassettenni estratti da tessuti ed esperienze sociali così dissimili, supera un oceano intero di barriere, resiste alla diffidenza e si alimenta, anche, di differenza. E’ l’esempio concreto della cultura d’uguaglianza e reciproco scambio ribadita da Bob nelle sue canzoni. Un rapporto simbolico alla luce di una passione comune, quella per il reggae ed in special modo una devozione spasmodica per il suo miglior esponente. Il fremito che scioglie le spalle ed ammorbidisce gli occhi che solo la musica reggae può indurre, si estende pian piano fino a costituire un indissolubile file rouge tra i due “guys”.
Il 5 dicembre dello stesso anno la Island Records pubblica la registrazione “Live” di quel concerto, la cui versione originale in Lp 33 giri include non soltanto un poster in esclusiva, ma sopratutto la versione più nota di “No Woman No Cry” sebbene quest’ultima avesse già visitato il mondo intero nell’album studio version dell’anno precedente “Natty Dread”. Canzone emblematica per versi e storia della peculiare natura di Bob Marley che, pur essendone il reale autore, sceglie di intestarne i diritti d’autore all’amico di sempre Vincent Ford, macilento titolare di un altrettanto malmesso locale in Trenchtown, consentendone così la sopravvivenza fino a non molti anni addietro.
Eravamo ancora intenti a scoprire le meraviglie di Wellington Street quando d’un tratto Alberto Castelli ha lanciato l’ipotesi che quello fosse il suo ultimo reading sul “Re del Reggae”, insinuando timore nelle nostre percezioni, salvo poi arrendersi egli stesso all’eventualità di ritrovarsi ancora protagonista d’un simile momento di penetrante esposizione.
Non posso infatti definire quella di ieri sera una performance puramente interpretativa o d’immedesimazione, ho avuto piuttosto idea di trovarmi al cospetto di un fine narratore deciso a coinvolgere gli astanti in qualcosa di intimo, privato. D’offrirci un monito a suo avviso utile: è il 23 settembre del 1980, la suggestiva cornice dello “Stanley Theatre” di Pittsburgh ospita Bob e la remaked version della band The Wailers per l’ultimo concerto del vate rasta che i fan sanno esser affetto da un male incurabile; sguardi fedeli diluiti dal pianto, quello di chi non è pronto a fare a meno di qualcosa, qualcuno. L’inversione di ruolo è totale: per quaranta minuti “Work” echeggia coprendo le auree pareti zitte; è Bob che li consola e replica, è il suo modo di rispondere che quel percorso non si interromperà con il suo terreno silenzio, sarà invece ostinato ed indolente verso un lavoro intrapreso e da portare a termine.
“Come together and make it work
We can make it work
We can make it work”.

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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