L’informazione, questa seduttrice

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di Mariano Colla

Non è una notizia, semmai una riflessione.
L’altro giorno ero in edicola. Dinanzi a me un signore di mezza età stava ordinando dei quotidiani, più di uno e di tendenze politiche diverse. Il giornalaio glieli porge, l’uomo li guarda, sta per pagarli quando, all’improvviso, con un gesto meccanico, li restituisce al sorpreso edicolante e afferma: ”basta, mi sono stufato; tra giornali, internet, tv sono sommerso da notizie, non ne posso più, mi manca l’aria”.
Certamente è un caso un po’ estremo, ma un dato è certo: l’informazione, come un inestricabile dedalo, fatto di caratteri, di immagini, di suoni, di parole ci avvolge e pervade la nostra vita quotidiana, chiudendoci all’interno di un bozzolo le cui fitte trame ci confondono, ci sviano e ci privano di una capacità inquisitiva e indagatoria, relegandoci nel ruolo di spettatori, più che di attori, nel palcoscenico del mondo.
L’informazione, nelle sue varie articolazioni e sottigliezze, a volte delicate, a volte irruenti e invasive, è sempre pronta a soddisfare e alimentare i nostri appetiti conoscitivi come, forse, è giusto che sia se desideriamo “essere informati”.
Ma in quest’ultima espressione si insinua comunque un rischio, quando l’essere informati dipende solo ed unicamente da altri, ossia il rischio del’interpretazione.
Già, l’interpretazione.
Essa è inevitabile perché insita nei soggetti che in modo sempre più ampio ci sostituiscono nel contatto diretto con gli eventi reali, laddove essi vengono visti, vissuti, registrati ed elaborati dai professionisti dell’informazione, quali giornalisti, conduttori televisivi, intervistatori etc.
L’interpretazione, che ne è il laborioso frutto, confluisce all’interno di un messaggio, di una comunicazione, di un servizio, di un articolo che ne fa notizia recependo gli aspetti mediaticamente più attrattivi del fatto accaduto, privandoci dell’esperienza diretta e soggettiva.
Non vi sono alternative, direbbe qualcuno.
Il mondo è ormai spalmato sulla rete, l’informazione è globale, è tempestiva, è diretta, e, come in un grande imbuto, i flussi digitali ricchi di dati, di notizie, di scoop, si assiepano per essere poi sparati a pioggia su una umanità che accoglie il centrifugato di tanto sapere più per abitudine che per interesse.
In un linguaggio tutto suo, l’informazione penetra nelle nostre case, nei nostri uffici, nel lavoro e nel tempo libero e, nel suo quotidiano divenire, ci fornisce immagini di una realtà che ha perso la sua oggettività, violata dall’esigenza di una chiave di lettura che richiede tempi rapidi e capacità di sintesi.
Nell’entropia del sistema più sono le informazioni e maggiormente è presente la mediazione e l’interpretazione.
Un po’ per necessità, un po’ per distrazione o insensibilità, forse anche un po’ per protesta, sembriamo ignorare il fenomeno, consegnandoci alle seduzioni del “pret-à porter” dei media.
Nella seduzione dell’informazione precostituita si annida l’insidia del disimpegno, del distacco dalle cose reali.
Pur riconoscendo l’indispensabilità dell’informazione confezionata dai media, nonostante l’inevitabile compromesso tra realtà e comunicazione, rinunciare, quando possibile, al’’esperienza diretta, quasi fenomenologica, con gli eventi a noi fisicamente accessibili, può, più del dovuto, consegnarci all’opinione altrui con tutti i rischi conseguenti.
La dinamica del “qui e ora”, ovviamente limita la nostra presenza, ma non la esclude. Sia pure in forma limitata dobbiamo favorire ogni esperienza che ci proietti nel reale, nella dimensione sociale. La mediazione professionale attraverso cui percepiamo notizie, fatti eventi, per quanto, spesso, competente, ci trasmette un’immagine comunque interpretata di ciò che ci accade intorno. Non potrebbe essere diversamente.
Si potrebbe obiettare che il rumore di fondo che costituisce l’informazione attenua il desiderio di andare in mezzo alla strada per saperne di più, per vedere, sentire, interagire con le cose dal vivo.
Subentra una certa pigrizia nel selezionare ciò che più ci interessa. Sono, infatti, tante le forme accattivanti che l’informazione adotta per essere recepita e consumata nell’ambito, per esempio, di una comodità domestica, comodità che reca il rischio di privarci di quello stimolo che dovrebbe condurci all’origine della cose.
E in questo distacco, in questo parziale oblio si insinua il reale mediato e interpretato da altri. Ciò, nonostante che alcune realtà siano a portata di mano, ci consentano, se solo lo volessimo, un rapporto e una scoperta diretta della loro oggettività.
Ogni evento si esprime con un proprio linguaggio e i nostri sensi lo percepiscono e lo sintetizzano secondo la nostra soggettività, la nostra sensibilità emotiva e culturale.
Anche se in piccoli spazi non dovremmo rinunciare a tale esperienza.
L’informazione ci parla, possiede una potente facoltà di linguaggio.
Negli atti verbali, scritti, visivi che la caratterizzano si attua la potenza di tale linguaggio che, nella sua asimmetria tra fornitore dell’informazione e fruitore, esprime tutto il suo potere come strumento di comunicazione.
L’umanità è passata, in pochi decenni, da un’esperienza diretta del proprio ambiente, all’interno del quale si svolgeva la sua esistenza e del quale l’informazione costituiva un aspetto collaterale, a un’esperienza che è diventata a sua volta marginale nell’ambito di un mondo dell’informazione che ha saturato emozioni, pensieri, aspettative e alimentato sogni.
L’informazione a pioggia ci priva di una certa intenzionalità.
Delegare ad altri, più del necessario, le relazioni soggetto-oggetto e coscienza-mondo ci può privare della ricchezza del nostro pensare, dimensione questa, quanto mai indispensabile per non essere inghiottiti da un mondo omologante.
Dobbiamo conservare un nostro angolino su cui sintonizzare le lente della nostra attenzione e della nostra esperienza, in cui far sì che sia il nostro linguaggio a prevalere e non il linguaggio del mondo informativo che, per quanto nobile, non potrà mai sostituirsi all’esperienza e al vissuto diretto.
Non so se il signore incontrato dal giornalaio ha fatto tutte queste riflessioni quando ha restituito all’edicolante i quotidiani, però di una cosa sono certo, ossia che la sua improvvisa e spontanea reazione ha trasmesso un segno di malessere, il desiderio di riappropriarsi di quell’aria che l’informato lettore sente, piano piano, di perdere.

Mariano Colla

Mariano Colla

Sono un signore più della 3° che della 2° età, che mantiene una certa curiosità per gli eventi della vita e del mondo. Sono padano di nascita (Torino) ma non leghista. Amo la scienza ( ho una laurea in Fisica ) e la filosofia (che cerco di capire). Mi piace mangiare e bere bene ( sono un sommelier). Che dire altro? Novità quando ci conosceremo.

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