Professione: killer su commissione

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Di Paolo Cappelli

Si può essere assassini per scelta e farne un mestiere?

Una prima risposta, anche se non esaustiva, sembrerebbe provenire dalle ultime cronache, visto che una moglie veneta ha assoldato quattro killer improvvisati per eliminare il suo secondo marito, delitto poi effettivamente consumato. Si chiamava Eliseo David, aveva 71 anni, ed era un imprenditore in pensione. Mercoledì verso mezzanotte qualcuno lo ha sorpreso a letto, narcotizzato e soffocato nella sua villa di Campolongo, quartiere popoloso di Conegliano. Incalzata dalle domande degli inquirenti, la donna ha poi candidamente ammesso «L’ho chiesto ai miei vecchi amanti, in cambio gli avrei dato 200 mila euro. Sono stata a guardare la scena mentre lui moriva. Li ho guardati mentre lo ammazzavano», ha ripetuto a se stessa più che agli inquirenti, seguendo ricordi ancora da verificare. In realtà, la lista degli episodi potrebbe continuare ricordando l’agricoltore di Verona che nel 2008 voleva riservare lo stesso trattamento ai suoceri e parenti della moglie, ritenuti troppo “presenti”, o il venticinquenne fiorentino che nel 2009 aveva contattato un investigatore privato fiorentino per chiedergli di uccidere la ex fidanzata,una ragazza di appena 21 anni.

C’è da dire che in molti di questi casi gli “assassini della domenica” anziché farsi tentare da facili guadagni, hanno sempre informato in anticipo le forze dell’ordine, assicurando che gli eventi non imboccassero una strada senza ritorno. E però la domanda rimane: esistono assassini a pagamento? Esistono persone che uccidono per mestiere?

Nel mondo virtuale la risposta è senza dubbio affermativa. Il passo dai videogiochi di guerra in cui si spara ai “cattivi” all’assassino dell’innocente (non si sa mai quanto) è fin troppo breve. I diversi eroi negativi coinvolti in scene di spionaggio internazionale sono il nostro alter ego virtuale, attraverso cui (alcuni suppongono) avviene lo scaricamento di pulsioni represse.

È il caso di Hitman: Pagato per Uccidere, un videogioco limitato (si fa per dire) ai giocatori di età superiore ai 14 anni, che ci mette negli scomodi panni di un mercenario della morte, il quale si trova ad affrontare compiti piuttosto complessi per conto di una non ben meglio definita “Agenzia Internazionale Contratti”. Ebbene, il gioco ha fatto registrare un successo di vendite talmente alto da meritare un sequel, che poi è diventato anche un film.

Proprio dal cinema provengono, poi, altri significativi esempi: come non ricordare Leòn, di Luc Besson (1994) in cui l’interprete principale Leòn (Jean Reno), killer siculo-americano, viene ingaggiato da una  ragazzina di nome Mathilda (Nathalie Portman) per fare “piazza pulita” di un agente di polizia corrotto a capo del complotto che ha portato alla morte di tutta la sua famiglia? Impossibile non citare la spia per eccellenza, James Bond, alias Agente 007, creata dalla penna di Ian Fleming?

Altrettanto evocativo è il personaggio  nato dal genio di Robert Lundlum che ha ispirato la trilogia di Jason Bourne, magistralmente riprodotta sullo schermo grazie alle sceneggiature di Michael Clayton e l’interpretazione di Matt Damon. Bourne è una macchina programmata per uccidere, resa ancor più imprevedibile da un amnesia che gli ha fatto totalmente perdere coscienza di sé. Inaspettatamente, scoprirà di possedere molteplici passaporti ed altrettante identità e dovrà cercare di ricostruire il complesso puzzle del suo passato, mentre fugge da oscure presenze che continuano a sviluppare le molteplici, violente attività “sotto traccia” che da sempre vedono protagonista la Cia.

Difficile dire quanto sia il cinema ad ispirare spesso le menti criminali e quanto invece accada viceversa.

Poco probabile certo pensare che uno viva tranquillamente a bordo piscina in stile James Bond, circondato da belle ragazze in bikini e in attesa di una chiamata che gli commissioni il prossimo delitto. Probabilmente chi uccide per soldi è già coinvolto in qualche altro losco affare e aggiunge l’assassinio a una già fitta agenda di impegni, tutti non troppo legali.

Secondo alcune stime delle principali agenzie governative, nei paesi anglosassoni gli assassini “a contratto” sono in genere piccoli criminali che cercano di guadagnare qualcosa in più (ben più di qualcosa, in realtà, visto che per un “incarico” di questo genere si possono chiedere fino a 25mila dollari). FBI americana e Polizia Metropolitana del Regno Unito segnalano che, ogni anno, sono circa 100 gli assassinii operati su commissione e quasi sempre riconducibili a lotte tra gang. Più significativa la situazione in Russia, dove la cifra raggiunge quota 1000.

E allora via alla fantasia macabra: qual è la più grande vetrina del mondo se non internet? Basta digitare le giuste stringhe in Google e ci si trova in siti come Hire a Killer (www.hire-a-killer.com) in cui si promette di far felici i clienti “un colpo alla volta”. La società (possiamo chiamarla così visto che, ironia della sorte, è una Ltd., ovvero ha la forma giuridica della Società a responsabilità limitata) afferma di essere presente nel campo dell’omicidio su commissione da più di 50 anni e vanta un’esperienza senza precedenti, tariffe competitive e un approccio che viene incontro alle esigenze dell’utente. E’ incredibile che si trovi persino un piccolo decalogo per diventare assassini professionisti: non avere niente da perdere, non avere paura di morire, avere prestanza fisica e un’intelligenza superiore alla media. Se qualcuno si riconosce in questo profilo, non dovrà che compiere alcuni altri passi, sebbene qualcuno possa risultare alquanto seccante, come:

1. cancellare la propria identità simulando la propria morte (la cosa potrebbe essere particolarmente utile in futuro);
2. modificare i propri tratti somatici (per evitare di essere ricondotti alla precedente identità);
3. crearsi una nuova identità (credibile); comprare un falso passaporto su internet non è sufficiente;
4. comprare una pistola (preferibilmente con silenziatore e possibilmente senza numero di matricola);
5. crearsi una rete di contatti tra i “cattivi”.

E’ ben difficile che qualcuno decida di fare una cosa del genere e nel caso, sicuramente non avrà bisogno dei consigli dei siti che promettono di fare del solitario e taciturno uomo della strada un killer di professione. Si tratta di realtà tragiche e complesse, che incidono in maniera netta e spesso definitiva sulle delle vittime designate e non solo. Non è inconsueto, infatti, venire a conoscenza di innocenti vittime del classico “proiettile vagante”, o peggio, dell’indifferenza.

Come sempre, la grande rete è il mezzo, l’uso e la decisione finale è questione di libero arbitrio.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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