Il Mediterraneo canta l’Amore all’Auditorium Parco della Musica

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Di Stefania Taruffi

Lunedì 29 aprile all’Auditorium Parco della Musica di Roma si è fermato il tempo. E per una sera abbiamo potuto viaggiare dall’Italia, attraverso la Francia fino al Marocco, nell’Africa dai toni francesi, al ritmo serrato dei battiti del cuore. Sì, proprio del cuore, perché in questa magica serata si è parlato d’amore, attraverso la musica e la poesia. Si è esibita l’UNINETTUNO World Orchestra, un’orchestra molto originale, che nasce da un’idea del Rettore dell’Università Telematica Internazionale UNINETTUNO Maria Amata Garito e del maestro di musica tradizionale marocchina Nour Eddine Fatty.

 La creazione di questo progetto artistico e culturale prende vita dall’idea di recuperare il patrimonio musicale del Mediterraneo, che ha identità diverse ma radici comuni, per portare avanti un messaggio di pace e di dialogo culturale e religioso tra i popoli che lo abitano attraverso concerti, produzioni video e registrazioni discografiche. L’UNINETTUNO World Orchestra è un’orchestra composta di musicisti provenienti dal Bacino del Mediterraneo che, attraverso la tradizione musicale arabo-andalusa, sefardita e popolare del Mediterraneo riporta alla luce un repertorio straordinario che si è sviluppato nei secoli.

nour_eddine_560 (2)Il Mediterraneo Canta l’Amore è il primo concerto dell’UNINETTUNO World Orchestra legato ai grandi sentimenti, cui ne seguiranno altri sui temi della pace, dell’amicizia, della fede e non solo. Il repertorio composto di brani originali del Maestro Nour Eddine Fatty e della tradizione popolare mediterranea, è il risultato di una ricerca raffinata in continua evoluzione e offrono una visuale unica sull’orizzonte musicale mediterraneo, contaminando i vari elementi che lo compongono attraverso arrangiamenti in chiave classica, mirati a esaltarne l’aspetto lirico, un viaggio trascinante di rara bellezza e di innovazione.

L’Università Telematica Internazionale UNINETTUNO attraverso il linguaggio universale della musica si pone l’obiettivo di coinvolgere le istituzioni italiane e dei paesi del Mediterraneo per veicolare insieme messaggi di amicizia, di pace, di amore e di fede, nelle città, nelle piazze, nelle Università, nei teatri ma soprattutto sul web, in tutti i paesi che si affacciano sul Mare Nostrum e che devono imparare a vivere insieme nella complessità. Paesi distinti da lingue e culture diverse ma animati da passioni comuni.

Il progetto offre dunque un originale spunto culturale che coinvolge le arti (musica e poesia) e l’Università UNINETTUNO, un ateneo globale dove su internet s’insegna e si apprende in sei lingue. I suoi studenti provengono da 40 paesi del mondo e possono conseguire titoli di studio riconosciuti in Italia Europa e in alcuni paesi del Mediterraneo. UNINETTUNO ha creato insieme a 31 università di 11 paesi dell’area Euromediterranea (Algeria, Egitto, Francia, Giordania, Grecia, Italia, Libano, Marocco, Siria, Tunisia e Turchia) non solo un network tecnologico, ma anche una rete di persone, di intelligenze che sanno connettere e collegare il loro sapere. 

Nora Moll, dell’Università T. I. UNINETTUNO  spiega: ‘Pensando all’unione tra poesia e amore, all’incarnarsi del tema amoroso nella lirica e nei canti, a molti di noi viene in mente innanzitutto la grande epoca letteraria occidentale del Romanticismo: dalle Lyrical ballads di Wordsworth, ai Lieder di Heine, ai Canti di Leopardi, a Hölderlin e Rilke, il dna erotico-amoroso della letteratura sembra essere composto soprattutto dalle immagini e dalle atmosfere romantiche, dai chiari di luna dei suoi “notturni” e dalla Sehnsucht di quella grande stagione artistica esplosa nell’Ottocento in vari paesi d’Europa. Eppure, sforzando un po’ la memoria, dobbiamo subito correggere quel pensiero esclusivo ai poeti romantici per tornare molto più indietro nel tempo. E si passa così dalla dolce malinconia di un Leopardi ad altre atmosfere, metafore, altri struggimenti: al Romeo and Juliet shakespeariano che fonde la messa in scena drammatica con il più dolce lirismo, al Petrarca del Canzoniere, preso dai “lacci” d’amore per la sua Laura; a Dante, certo, che nella Commedia(Inferno, canto V) mette in scena gli infelici amanti fedifraghi Paolo e Francesca, facendo commuovere il Dante-personaggio fino alle lacrime quando quest’ultima narra la sua storia asserendo l’impossibilità di sfuggire all’amore: “Amor ch’a nullo amato amar perdona, / mi prese del costui piacer sì forte, / che, come vedi, ancor non m’abbandona.” Ma con Dante, in questa brevissima genealogia del tema amoroso, siamo arrivati anche al Dolce stil novo, alla Firenze degli ultimi decenni del Duecento, a Guido Cavalcanti e Lapo Gianni, con i quali il giovane Dante condivise la poetica dell’amore irraggiungibile, dell’idea che l’amore nobilita i cuori, e delle donne-angelo che possiedono un potere salvifico che va oltre la loro stessa morte: una declinazione, questa, del tema amoroso, in parte derivata dal “padre e maestro” di Dante, Guido Guinizelli, oltre che dalla più antica corrente letteraria denominata Scuola siciliana, sviluppatasi nella prima metà del Duecento presso la corte di Federico II di Svevia. E quindi, sarebbe l’Italia la culla del tema amoroso? L’Italia, e non l’Inghilterra o la Germania “romantica”? La risposta è un “no”, oppure, per non essere troppo categorici, almeno un “anche”. E il motivo di tale risposta negativa va attribuito innanzitutto alla circostanza che nessuna cultura o nazione, nessuna letteratura inventa completamente “se stessa”, riuscendo a fondare temi, miti, correnti senza guardare altrove, senza tradurre, importare e trasformare il “diverso” in qualcosa che le appartenga. Per quanto riguarda il tema d’amore, poi, le radici vanno cercate ancora più indietro nel tempo, e non limitandosi alla sola civiltà europea, ma considerando in senso più ampio e completo la culla di questa stessa civiltà, il Mediterraneo, con tutte le sue sponde e continenti limitrofi, con tutte le sue religioni ed espressioni culturali, artistiche e musicali nate intorno a quel “grande lago”, a quel “mare nostrum” che da sempre fu un mare di tanti popoli, di tante culture. Difatti, ritornando alla “nostra” Scuola siciliana, ben nota è l’influenza esercitata dalla poesia trobadorica in lingua d’oc in tutta l’area mediterranea (e non solo), dalla Spagna al Portogallo, alla stessa Sicilia: è dai trobadours provenzali che essa eredita la “filosofia” dell’amor cortese, pur apponendo alla loro produzione lirica alcune modifiche sia tematiche sia formali. Infatti, dai poeti “siciliani”, fu eliminato l’accompagnamento musicale, ma introdotta una forma metrica che si mostrò in seguito di grandissimo successo: il sonetto. Tale invenzione viene attribuita al “notaro” Giacomo (detto anche Jacopo) da Lentini, il quale tuttavia derivò gran parte delle immagini di “madonne” e dei temi “cortesi” delle sue composizioni dal provenzale Arnaut Daniel. Arrivati a questo punto, potremmo dire benissimo che il viaggio indietro nel tempo “amoroso” delle nostre letterature si è fermato, e che possiamo ritornare alle nostre amate canzonette di San Remo (nelle quali, detto in margine, l’amore è tema ovviamente intramontabile). Invece no, stiamo appena per toccare uno dei terreni più interessanti che non solo riesce a darci delle conferme sulla nostra cultura, bensì aiuta a capire quanti elementi essa abbia in comune con altri mondi, come quello della sponda sud del Mediterraneo, che in realtà, come già ricordato poco fa, è intrinsecamente collegato con il nostro. Lo è attraverso le mescolanze avvenute sulle isole come la stessa Sicilia, dove nel 1056 nacque (a Siracusa oppure a Noto) il poeta Ibn Hamdis (Abd al-Jabbār ibn Muhammad ibn Hamdīs), il cui diwan (che è nome arabo per designare una raccolta poetica) comprendeva ben 360 componimenti in lingua araba, molti dei quali amorosi, di un amore che si trasfonde nel canto della sua patria perduta (dopo essere costretto all’esilio con l’arrivo dei Normanni) nella bellissima poesia intitolata ‘Sicilia mia’. E lo è nella vasta produzione arabo-andalusa, ben anteriore alla stessa lirica cortese: infatti, prima ancora di poter parlare di una produzione poetica nelle lingue volgari romanze, è la poesia in lingua araba a dominare nell’area Mediterranea. Essa affonda le radici nella poesia arabo-persiana e viene “esportata” sin dal secolo IX verso le fiorenti corti arabo-andaluse (come quella di Abd al-Rahman II a Cordova), in seguito all’occupazione della penisola iberica per opera degli Arabi. Si tratta quindi di una poesia di Corte, volta all’intrattenimento dei Califfi, e che veniva non solo recitata ma anche cantata e accompagnata da vari strumenti e da danze sensuali ed espressive, le cosiddette danze Muwashahat.

L’amore cantato dai poeti arabo-andalusi è un amore sublimato, espresso attraverso riferimenti molteplici e “codificati” alla natura e al Creatore, come dimostra questa brevissima citazione da un componimento del poeta cordobese Ibn Hazm: “Ti consacro un amore puro e senza macchia: / Nel profondo di me è chiaramente scritto e inciso il tuo affetto. / Se nel mio spirito ci fosse altra cosa oltre te, / la afferrerei e la distruggerei con le mie stesse mani. / Non voglio da te altro che amore; Al di fuori dell’amore, non chiedo nulla. / Se lo ottengo, la Terra intera e l’umanità / Saranno per me grumi di polvere e gli abitanti della mia patria, insetti.”

Come vediamo, secoli prima che la poesia perdesse (con il trasferimento alla corte di Federico II di Sicilia) il suo alter ego, in altre parole l’accompagnamento musicale e il canto (oltre alle danze), tale unione era indissolubile proprio nella tradizione arabo-mediterranea. Tuttavia, se spostiamo per un attimo lo sguardo dalla produzione lirica “colta” alla tradizione popolare, scopriamo o meglio ricordiamo subito che tale “divorzio” tra parola scritta o recitata e parola cantata non fu mai completo, nel Maghreb ma neanche nel Mashreq. Ed è proprio su quest’ambito che interviene la ricerca del maestro Nour Eddine Fatty: il patrimonio musicale e poetico della sua terra, il Marocco, e più in generale dei paesi del Mediterraneo arabo (ma anche berbero). In particolare, egli fin da giovanissimo ha studiato la tradizione musicale orale Gnawa e Jahjouka, mantenendola in vita attraverso la sua stessa arte, e accompagnandosi (come già i trovatori provenzali, come già i poeti della corte cordobese) con una sorta di liuto, l’oudd, oltre che con la chitarra. Ma non si ferma qui, la ricerca artistica del maestro, e non si ferma qui il tema amoroso, in musica e in poesia: rivive in canzoni che hanno fatto il giro del mondo, non solo “arabo”, come Lamouni li gharou meni, del grande cantante tunisino Lofti Bouchenak, e che contiene un’appassionata e sensuale dichiarazione d’amore a “quella ragazza della quale voi tutti siete gelosi / e che voi tutti volete che io dimentichi. / Ma io non potrò lasciarla mai, / sono come un pesce nelle sue acque”; rivive nei canti degli ebrei d’Algeria, come appunto in ‘Lilah ya guazzali’, interpretato anche dal grande Cheb Mami, una delle voci più famose della musica rai algerina. Si passa poi alle note di ‘Ya bent bladiì, un canto popolare d’amore del Marocco, nelle cui parole emergono tematiche quali il “saluto” che ci ricordano la poesia stilnovista, e la dolcissima immagine di una gazzella che fa da messaggero: “Per Dio amata gazzella mia, / invio con te un libro a chi adora il mio amore, / a chi mi ha lasciato con il fuoco; / gli mando il mio saluto e aspetto la risposta.”

E si ripropone una famosissima poesia in dialetto napoletano, composta nel 1885 da Salvatore Di Giacomo, e che è stata eseguita da una lunga serie di interpreti italiani, da Lina Sastri a Roberto Murolo, da Lucio Dalla a Franco Battiato. Essa ci trasporta nei giardini in cui fioriscono ciliegi e dove “core” può ancora far rima con “amore”, dove “fresca era ll’aria, e tutto lu ciardino / addurava de rose a ciento passe”: una vera sfida, quella di Nour Eddine, rifarsi anche a questa tradizione popolare italiana, infondendole un ritmo e delle sonorità nuove, a dimostrazione però della capacità del tema amoroso di creare questo genere di dialogo tra le culture, dialogo che avviene attraverso lo strumento di comunicazione più universale, ossia la musica, e attraverso parole che sono anch’esse sonorità, musica. Parlando, infine, della centralità del sentimento amoroso, non può che venire in mente, dopo questa scorribanda di versi, di nomi, di epoche e di luoghi, il grande Khalil Gibran, poeta nato nel Libano nel 1883 e morto a New York nel 1931: forse nessun altro come lui è riuscito a formulare in poesia l’unione tra amore fisico e spirituale, tra passione e razionalità e, non per ultimo, tra misticismo ebraico, cristiano e musulmano, come si può solo intuire citando l’incipit di una delle sue liriche più famose: Possiamo quindi scoprire, e portare con noi anche oltre questa serata speciale, un’unione tra diversi mondi che ancor oggi ci riesce a “parlare”, e che dimostra la possibilità di un discorso comune di scambio pacifico di sentimenti profondi e nobili, proprio perché affonda le radici in una civiltà del rispetto e dell’esaltazione del Bello. Nel diffondersi tra le varie sponde di questo grande luogo comune di varie civiltà, questa poesia e questa musica ad essa associata, sono ancora oggi una possibilità di ritrovarsi attraverso la reinterpretazione artistica di tali emozioni.

Quando l’amore vi chiama seguitelo 

anche se le sue vie sono ardue e ripide

e quando le sue ali vi avvolgeranno, abbandonatevi a lui

anche se la sua lama, celata fra le sue penne, vi può ferire

e quando vi parla, credetegli

anche se la sua voce può mandare in frantumi i vostri sogni…

 

 

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

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