Ministri: furore garage a Testaccio

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testo di Francesco Corbisiero – foto di Serena De Angelis

Andato via dalla Città dell’Altra Economia di Testaccio (Rassegna Ausgang Estate 2013 www.ausgang.it) ripensavo all’ultima volta che li avevo visti in concerto, in un parcheggio scassatissimo e liberato all’uopo per far posto al palco e a uno stand poco più in là per la distribuzione di birra fresca in un’estate torrida, ad un festival che di indipendente oltre al nome aveva soprattutto il pubblico, poco meno di una centinaia abbondante di persone. I Ministri me li son goduti l’ultima volta lì, li ho lasciati quella sera dell’ agosto di due anni fa a Porto Cesareo, in provincia di Lecce, quella bella cittadina balneare che i lidi privati rendono una vera merda nonché capoluogo di tamarri. Parecchi gruppi spalla, alcuni decenti, altri inascoltabili prima del concerto fecero slittare l’esibizione e iniziarono tardissimo, a mezzanotte. Fu il delirio. Perché eravamo pochi, ma del tutto malati e motivati, tanto da spingere le transenne fin sotto il palco, ‘a vostro rischio e pericolo’ secondo le parole degli addetti alla nostra salvaguardia della Protezione Civile. E tutti ci facemmo veramente male, se per ‘veramente male’ s’intende rendere le magliette stracci madidi di sudore, spettinarsi e fare un gran macello col pogo su ogni singola nota. Ma niente ossa rotte nel calcolo dei feriti e dei dispersi e un bel ricordo ogni volta che mi torna in mente quell’evento che di low-fidelity non aveva solo il genere musicale.

Un loro live è così, emotivo per il pubblico e muscolare per la performance, con suoni che mescolano band e spettatori ( ‘Se fosse per noi suoneremmo lì sotto, lo sapete’, il virgolettato è odierno e del Dragogna ) in un tutt’uno dove vince chi urla più forte e non si riesce a capire mai come finisce. Diventa quindi un evento sentitissimo ieri sera in una Roma liberata – come loro stessi fanno notare, proponendo analogie con la loro Milano post-Moratti. Ad aprire la performance il rock preciso e blueseggiante dei Seaside Project, in formazione a tre sul palco, con ‘Winter Whales War’ al secondo album, freschissimi ed energici, ma i testi in italiano, se scritti a dovere, li potrebbero proiettare tra le vere rivelazioni. In ogni caso, da seguire con molta attenzione.Foto_Concerto_Ministri_Roma_14_Giugno_2013_SDA_16

I nostri salgono si fanno vivi intorno alle 22.30 e s’intuisce un clima da concerto ‘de viscere’. La scaletta è roba da colpi al cuore. Sparano a raffica e in rapida successione ‘Tempi bui’, variano sul noise con ‘Mammut’ e tornano alle origini con ‘La mia giornata che tace’ maledicendo la luce del giorno su ‘Il sole ( è importante che non ci sia ). L’inizio basterebbe a definirlo un gran concerto, ma ‘I nostri uomini ti vedono’ rivisita il primo periodo del gruppo, quello punk, genuino e urlato senza troppi complimenti, facendo incursioni anni ’90 dall’ultimo disco con il primo singolo ‘Comunque’ e ‘La nostra buona stella’, ‘Spingere’, ‘I tuoi week-end mi distruggono’ e ‘Mille settimane’. Ma non dimenticano ‘Fuori’ e tirano fuori dal cilindro la title-track e ‘Gli alberi’. E ancora manciate di canzoni sparse dagli esordi e dai tempi recenti, da ‘La pista anarchica’ a ‘Non mi conviene puntare in alto’, ‘Spingere’ e lo splendido cavallo di battaglia de ‘Il bel canto’ sullo sfruttamento del lavoro precario, dalla ‘Diritto al tetto’ ispirata alla storia vera di un barbone condannato agli arresti domiciliari sulla panchina su cui abitualmente dormiva ad ‘Abituarsi alla fine’. E giù il sipario, non prima del solito stage diving, sport preferito di Davide Autelitano.

Difficile immaginare la loro storia senza pensare che un giorno si sarebbero trovati ad aprire a Iggy Pop and the Stooges e ai Foo Fighters ( o ai Coldplay a Udine, ma con Chris Martin e soci Divi, Federico, F punto e Michelino non c’entravano davvero nulla ) nell’evento principale dell’estate all’Idroscalo della loro città, per uno di quegli strani scherzi del destino che la vita ti offre nei rari casi in cui decide di farti un regalo. Perché è quella la linfa di cui si nutre il gruppo: esaltazioni garage, impeti scream nel cantato, impostazione e intento punk e testi tra i più abrasivi attualmente a disposizione, figli di un Federico Dragogna in stato di grazia che per fuggire allo sfruttamento sottopagato di una vita da ghostwriter ha messo la sua penna a servizio del rock, riuscendo a far quadrare parole impegnate, ballate più melodiche e distorsioni pericolosamente alte. E se vogliamo parlare dell’ironia disseminata ovunque, facciamolo pure e aggiungiamo che la si può trovare anche nei gesti, se decidi di far riflettere sullo stato di salute del mercato discografico allegando una moneta da 1 euro ( tratta da donazioni volontarie ) sul primo disco che, manco a dirlo, s’intitola ‘I soldi sono finiti’ e che vede la luce proprio nell’anno dello scoppio della crisi economica, il 2007. E che puoi far riflettere ugualmente anche sulla condizione del personaggio pubblico in un paese malato di fame di fama se nella ristampa di quello stesso disco, anni più tardi, al posto della moneta ci metti un pezzo delle ormai famigerate giacche che usi come costume di scena per salire sul palco, va bene uguale. Ecco, un pezzo di Ministri per ogni cd, toh, moltiplicato per  1000, edizione limitata, ché le giacche, come la grana, non sono infinite. Se vi pare poco, per un gruppo al quarto lavoro in studio. E la carriera prosegue con ‘Tempi bui’, forse insieme al successivo ‘Fuori’ l’album migliore del trio: bomba ad orologeria e sguardo stanco su un paese involgarito il primo, più lirico nei testi e più vario nelle composizioni  e assai più a-politico e a-temporale il secondo, entrambi bellissimi e preceduti dall’ottimo ep ‘La piazza’. Per arrivare all’ultima creatura, ‘Per un passato migliore’, quest’ultimo ancora più teso nei suoni, sempre più violento nei riff e adagiato nelle ballate, ma assai inferiore alla produzione precedente, e nato da un’urgenza molto più sfumata di quella limpida intuibile nei primi lavori.

Ma tocca sottolineare che si può parlare del G8 di Genova nel 2001 riuscendo a evocare tutti i fantasmi che quel luogo porta con sé, se la canzone s’intitola ‘La piazza’ e ci si può scagliare contro l’infamia delle leggi sull’immigrazione che anni fa intendevano introdurre l’obbligo per i medici di denunciare i pazienti arrivati in ospedale per farsi curare se clandestini, ‘Vorrei vederti soffrire’ lo dimostra. E si può persino dedicare una ballata al lavoro interinale o smascherare la falsa coscienza di uno Stato che ti consiglia di non bere, ma tramite i monopoli intasca una percentuale su ogni bottiglia d’alcool venduta, bella coerenza. I Ministri sono questi, soprattutto arguti osservatori. E gli perdoniamo anche l’ultimo disco, carente, anche se dal vivo inattaccabile.  Stupisce che siano nati in una Milano dove i locali storici che ospitavano grandi live fino a poco tempo fa sono stati chiusi ultimamente per far posto al terziario avanzato, in un’ottica di ridimensionamento degli spazi sociali che desta paura e preoccupazione, in particolar modo a chi di arte vorrebbe campare.
I Ministri partono da lì e fanno parte proprio di quel mucchio selvaggio di artisti e gruppi che son riusciti a risalire la china della tendenza negativa della loro città. Come un fiore spuntato tra le crepe dell’asfalto son cresciuti, hanno dato alle stampe album validissimi ( alcuni davvero ben fatti, altri parecchio più affaticati ) e hanno fatto della rabbia la propria cifra stilistica. La rabbia urlata dei figli contro i padri, della voglia di futuro del precariato contro chi si gode il culo al caldo con ferie e maternità pagate, di quell’Italia ancora molto gruppettara figlia degli anni ’90 e di tutte le sue declinazioni contro il concetto di un’altra Italia, quella del ‘con la cultura non si porta il pane a casa’. Non che facciano cultura, di quella alta, museale o imbottita di paroloni ( che comunque ci piace e non disdegniamo di tanto in tanto ). Ma ‘chi chiude una radio si deve vergognare’ a Milano, come a Roma, come ovunque. E chi chiude i live club e i centri sociali, pure. Ti pare cultura? A me sì.

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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