Nuovi scenari d’arte figurativa: intervista al pittore Giorgio Pirrotta

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di Anna M. Corposanto

Giorgio Pirrotta è un pittore, un artista che in Italia pochi conoscono, ma che all’estero chiamano “Maestro”. Nessuna sorpresa, si dirà, eppure sorprende conoscere un artista che ancora oggi rappresenta il famoso detto “Nemo propheta in patria (sua)”: nessuno è profeta nella (propria) 1985-IL-COLORE-DEL-SILENZIOpatria. Abbiamo incontrato Pirrotta in Pagine e Caffè, la libreria bistrot che espone in questo periodo alcuni suoi quadri. Abbiamo voluto conoscere la sua arte, la sua storia (con i suoi quattro periodi definiti dai critici “Post-impressionista”, “Filosofico”, “Polimaterico”, “Filatelico”). Con un’affabilità fuori dal comune e una lucida lettura della realtà, ci ha raccontato aneddoti come se gustassimo ciliegie, che avrebbero richiesto lo spazio di una “enciclopedia”, come lui stesso ha simpaticamente dichiarato. Nello spazio di questa intervista raccogliamo i passi salienti di un piacevole colloquio che ci ha fatto scoprire un uomo e un artista che merita di essere conosciuto bene anche nel nostro paese.

Ci può raccontare come è cominciata la sua storia di pittore, la sua arte?

Io sono un pittore anomalo, lo riconosco, ho un carattere ribelle. Sono escluso dal sistema del mercato d’arte, delle convenzioni, e in qualche modo sono anche contento. Oggi ho 82 anni, ma non ho mai fatto mostre fino all’età di 53. Un giorno venne nel mio studio Estuardo Maldonado, pittore ecuadoregno, che mi disse: “Ma tu sei tutto scemo? I tuoi quadri sono tutti morti se nessuno li vede. Il quadro vive quando arriva alla gente, quando dà emozioni.” Il fatto è che io sono diventato pittore dopo una vita vissuta lavorando in varie professioni. Sono stato illustratore e poi soprattutto grafico pubblicitario di grandi aziende multinazionali, perché dovevo guadagnare per mantenere la mia famiglia. Avevo bisogno di una vita “normale”, come dicevano i miei genitori. Eppure sono diventato pittore nonostante i divieti dei miei genitori, mio padre in particolare, e nonostante il tempo che gli obblighi professionali e familiari sottraevano alla mia passione. Da giovane dipingevo in cantina appena e come potevo (come Raymond Carver scriveva nel suo garage quando non era ancora famoso n.d.r.). Avevo bisogno di dipingere perchè per me era vitale. La pittura per me è la vita. Quando mi dedico ai miei quadri riesco a lavorare ininterrottamente per 12 ore, non mi accorgo del tempo che passa per quanto sono concentrato. Ho studiato molto da giovane, la scultura in particolare, e ho sempre studiato. Mi sono appropriato della tecnica artistica per arrivare al mio stile, al mio modo di dipingere. Sa che io non ho mai utilizzato una tavolozza? Perché la mia tavolozza è la tela. Il disegno che ho nella mia immaginazione lo trasferisco sulla tela e lì depongo i colori (mai il nero!) e li lavoro con lamette. Uso il pennello solo per le definizioni. Eppure nessuno quando vede i miei quadri (quelli dei miei primi periodi artistici) si accorge di questa mia tecnica personale.

square-garden-70x70Infatti è sorprendente, i quadri dei suo periodo “Post-impressionista” evocano la pittura e le tecniche classiche del Novecento…

Per me dipingere è soprattutto raccontare i miei ricordi, le mie emozioni, la mia visione della realtà. L’immaginazione sostiene quello che disegno sulla tela, la tecnica pittorica che adopero è invece il frutto delle mie ricerche ed esperienze, del mio modo di vivere la pittura. Ho sempre cercato di innovarmi, sperimentarmi e capisco chi, guardando i miei primi quadri e quelli che realizzo oggi stenta a riconoscere in me lo stesso autore. Ma il filo conduttore che li lega sono le mie passioni o le mie fisse, se vuole. Per esempio: io non butto via mai niente, mi piace recuperare quello che altri vogliono infilare nella spazzatura. Sa come è nato quello che i critici chiamano periodo “Polimaterico”? Mia moglie un giorno mi disse di buttare una pila pesantissima di riviste femminili. E lo stavo quasi facendo quando all’improvviso le riviste mi caddero di mano e si sparpagliarono in terra, scompaginandosi. Nel vedere quel disastro della mia goffaggine, mi colpì la foto di una donna bellissima che per me rappresentò in quel momento il simbolo della bellezza di una donna. E allora sa cosa ho fatto? Non ho più buttato quelle riviste, ma da ognuna di loro (e da tante altre poi) ho ritagliato i nomi di donna e ho composto il quadro “Come ti chiami?”. Le dico il titolo del quadro perché anche scegliere il nome per ogni mio quadro è per me importante.

E il suo ultimo periodo, il “Filatelico”, com’è nato?

Premetto che io sono diventato filatelico a sei anni, grazie a mio zio Costantino che aveva una collezione di francobolli notevole. La filatelia è un’altra delle mie passioni. Possiedo una collezione pregiata da molti anni. Bene, nel 1996 ho ritrovato per caso delle lettere che mia madre aveva scritto e inviato a mio padre e quelle che lei stessa aveva ricevuto. Mai avrei immaginato che mia madre avesse scritto così tanto! Quelle buste, Le-due-fasi50x35quelle lettere, quei frammenti di memoria erano così stupefacenti che ho pensato per la prima volta di ritagliare a mano pezzi di francobolli e timbri, misti a frammenti di buste e lettere… E poi mi accadde una cosa ancora più incredibile: ho ritrovato da una vecchia amica un quantitativo enorme di lettere inviate e ricevute durante la seconda guerra mondiale… tutte originali! Ero estasiato. Ho utilizzato quel materiale così prezioso, che raccoglieva i pensieri, le emozioni di persone che avevano vissuto piccole storie all’interno di una storia più grande di loro… Con grande rispetto ho salvato i dati sensibili e ho composto alcune mie opere. Vede, io taglio ogni cosa solo con le dita. I milioni di francobolli, i loro scarti, li ritaglio uno ad uno con le mie mani. Comporre un quadro filatelico è impegnativo, chi lo guarda a prima vista non immagina mai che sia il frutto di tanti francobolli, tutti originali, provenienti da ogni parte del mondo. La scelta delle cromie, delle luci e delle ombre è un lavoro di pazienza minuzioso, di concentrazione altissima, che mi fa scordare il tempo e mi tiene legato  alla mia immaginazione, alla mia creatività.

Le opere “filateliche” di Giorgio Pirrotta sono infatti sorprendenti. Come scrive Gabriele Peritore nel catalogo: “ … l’artista, in una ricerca mai sperimentata da altri, come un pioniere solitario utilizza il francobollo per comunicare le trame, altrimenti incomunicabili, degli equilibri precari della saggezza e della follia, della bellezza e delle contraddizioni di questa esistenza, unica e irripetibile, attraverso le proprie esperienze.”

La mostra di Giorgio Pirrotta è in Pagine e Caffè, Via Gallia 37b – Roma,  fino a luglio.

 

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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