Alice In Chains: non convince ‘The Devil Put Dinosaurs Here’

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di Emmanuele Gattuso

Gli Alice In Chains son sempre stati una di quelle band che fanno male, con le loro forti immagini di sofferenza e le atmosfere dark hanno cresciuto una generazione di fan che non si limitano ad ascoltare la loro musica, ma a viverla.

Sono sempre stati un capitolo a parte anche all’interno dell’importante corrente dalla quale provengono, il Seattle sound infatti non è mai stato così sofisticato e heavy allo stesso tempo.Alice In Chains

Non a caso gli AIC sono considerati un’influenza fortissima per molte band che pur non riuscendo ad eguagliarne qualità e originalità, fanno di album come “Dirt” o “Jar Of Flies” il loro punto di partenza senza peraltro nasconderlo troppo.

Nel 2009 erano riusciti a tornare sulla scena con “Black Gives Way To Blue” il primo album senza Staley, che seppur accolto con un pizzico di diffidenza era riuscito ad entrare nei nostri stereo grazie a pezzi come il singolo “A Looking In View”, “All Secret Known” e (la mia preferita) “Private Hell”, una moderna “Down In A Hole” in cui il fantasma di Staley si fa più vivo che mai.

Purtroppo l’album mostrava anche segni di debolezza e cadute di stile assenti nel passato della band, come “Your Decision”.

Anche con “The Devil Put Dinosaurs Here” la band riesce a colpire nel profondo, ma per la prima volta in senso negativo.

Dopo numerosi ascolti non riesco a capacitarmi di come uno dei miei gruppi preferiti abbia potuto uscirsene con “Voices”  o “Scalpel”, scontatissimi pezzi radio friendly poppeggianti che vanno a spezzare il registro heavy dell’album a cui manca totalmente l’elemento innovativo che ha sempre spiazzato ad ogni nuova uscita.

Si parte con “Hollow” uno dei pezzi migliori in pieno stile Jerry Cantrell di “Degradation Trip”, interessante anche la successiva “Pretty Done”, ma già con il singolo “Stone” si comincia ad avvertire l’incalzare della monotonia, i pezzi da qui sembrano spesso tirati via, tutti sulle stesse tonalità sono facilmente confondibili.

Il microfono è fortunatamente affidato perlopiù a Cantrell, per molti (tra cui il sottoscritto) infatti è ancora mistero sulla scelta di Duvall, non tanto per il ruolo difficile che dovrebbe rimpiazzare, ma proprio per il lavoro superfluo che svolge all’interno del gruppo, la sua voce che scimmiotta Staley non è indispensabile e la sua chitarra viene continuamente ed inevitabilmente eclissata.

Pezzi come “Phantom Limb” mi sembrano ampiamente sacrificabili quando si ha alle spalle una carriera di così alto livello e soprattutto l’aspettativa pressante di un fanbase esigente.

Questo gruppo rappresenta un capitolo doloroso del rock anni 90 ancora vivo, una storia fatta non solo di musica, ma di musicisti e delle loro vite fin troppo documentate.

Musicisti che però quando si riunivano riuscivano a creare un sound unico, al di fuori di ogni schema che ha aiutato un enorme pubblico a sfogare rabbia, angoscia e frustrazione grazie a “luoghi” ideali come “Rain When I Die”, “Them Bones”, “Nutshell” o  ancora “Grind”, “Again” e così via.

Capisco che eguagliare questi capolavori non è facile, nè probabile, capisco anche che le mie critiche possono risultare molto dure nei confronti di un album che merita comunque di essere ascoltato (soprattutto di questi tempi), ma mi fa male vedere la band che ha accompagnato buona parte della mia vita infilarsi nell’affollatissima via della mediocrità.

Allora mi concentro sui pezzi salvabili che ho già citato e sulla finale “Choke” confidando in un bel tour e in un prossimo album più rispettoso del passato importante degli Alice.

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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