La Cultura contro i demoni

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di Marzia Santella

Mi rimbomba ancora nelle orecchie il solito monito: “studiare, studiare, studiare sempre tanto perché serve!”. Una sorta di colonna sonora di tutta una vita. Quando si è bimbi e poi adolescenti si sa che le esortazioni genitoriali di questo tipo entrano da un orecchio e, magicamente, escono dall’altro. Durante quegli anni archi-2dell’esistenza sembrano ben altre le priorità come ad esempio farsi una bella compagnia di amici, magari si: farsi promuovere ma senza troppo tedio dell’anima. Passano i mesi e gli anni. Si diventa adulti e le nostre necessità lentamente cambiano posto sul piano della nostra vita  come pezzi di un puzzle che finalmente trovano il loro posto esatto. Ci si rende conto quanto fosse davvero importante studiare, accumulare sensazioni ed esperienze, vivere ciò che si era osservato e comprendere quanto, effettivamente, la cultura faccia la differenza in un’esistenza. Non c’è giudizio: C’è la  semplice constatazione che, per  l’ennesima volta, i  nostri genitori avevano ragione. Questi sono stati i miei pensieri, e magari anche i vostri, leggendo un articolo sull’iniziativa della SNCF: Società che gestisce i treni RER, e Transilien che collegano Parigi alle periferie: “Scegliete la vostra musica e vi regaleremo il cd ed  un viaggio nella postazione del conducente”. Lo scopo, neanche tanto velato, quello di allontanare spacciatori, malviventi di ogni sorta diffondendo musica classica.  Una  favola, “Il Flauto Magico”, però alla rovescia. La Musica classica allontana i “demoni” se così li vogliamo definire. Tutti noi abbiamo un genere musicale che ci rende insofferenti, che ci infastidisce al punto di doverci allontanare. Mozart, Beethoven, Bach diventano quindi, loro malgrado, paladini dell’ordine pubblico. Esperimenti sono stati condotti in molti paesi del nord Europa come Belgio, Germania e Olanda. Al posto dello spray al peperoncino una composizione di Vivaldi. A volte, mi sono detta, le cose più semplici non le sappiamo riconoscere. Quei libri letti, i corsi di studio, le esperienze fatte hanno fatto la differenza. Fortuna e impegno. Capovolgendo la questione ho cercato notizie su esperimenti culturali offerti nelle carceri italiane. Ho riscontrato che progetti  di questo tipo restano casi isolati, sebbene io sia consapevole che i problemi di sovraffollamento sono la priorità. Il carcere dovrebbe servire a ri-educare, a ri-proporre un modello di vita “sano”. E’ noto, però, che  la percentuale di recidività post detenzione rimane alta oltre il 60%.  Ci sono istituti penitenziari che eccellono per le attività teatrali e culturali come, ad esempio, il Coordinamento Teatro Carceri dell’Emilia Romagna impegnato a mettere in scena spettacoli coinvolgendo i detenuti. Allora vi chiedo: Se, per assurdo, ci fossero i fondi per proporre un programma culturale ad hoc per “rimodellare” le menti degli ospiti carcerari è plausibile pensare ad un totale recupero e reinserimento, oppure: “Prevenire” resta sempre e comunque l’opzione migliore? Io intanto ascolto “Bolero” di Ravel.

 

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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