Dei Blur e della gioventù british romana

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di Francesco Corbisiero

A Roma il brit-pop non è mai morto. Nella città che aprì entusiasticamente le porte al mod negli anni ’70, esistono ancora gruppi che vivono in un sogno incarnato da un paio di pantaloni stile baggy e da un caschetto come taglio di capelli e suonano al Circolo degli Artisti invece che a Camden Town, ma poco importa. E ci sono ancora stanze foderate di poster dei Jam, scaffali colmi di vinili dei Kinks, giovani fedeli seguaci del culto appena poppanti quando sui palchi e tra le pagine dei tabloid infuriava quel gran bluff della battaglia delle band e vecchi nostalgici di mezz’età. A Roma il brit-pop non è mai morto, e figuriamoci dimenticato.

Si parta da qui se si vuol mettere una cornice adeguata al ritorno in Italia dei Blur, se si vuole capire il perché della frenesia intorno alle date di Roma e Milano. Si cominci ragionando su una banalità troppo spesso oggetto di controversia, ossia su Damon Albarn e soci come naturali presecutori della scuola – e che scuola! – del pop inglese.
Blur significa fare un disco, in piena epoca shoegaze in Inghilterra e grunge negli Stati Uniti, l’anno stupendo 1991, ispirato alla Madchester di fine anni ’80, con suoni nonostante tutto puliti e levigati e come esordio buona la prima.
Blur vuol dire continuare con un album stupidotto come Modern life is rubbish, ma che vuoi farci?, la macchina va rodata. Ma è già un bene che i nostri abbiano ripreso i suoni XTC e Who riaggionandoli e facendolo prima degli altri, che poi si prenderanno i meriti e la hit parade.blur
Blur, o per meglio dire comporre due album come Parklife e The Great Escape che sono enciclopedie di vita inglese in una dato periodo di tempo, piccoli racconti venati dell’ironia tipica del commentatore lucido della propria epoca attraverso brani passabilissimi per radio, canticchiabili magari dallo stesso tizio i cui tic, manie, abitudini, la canzone sta facendo a pezzi.
Blur, ma se dicessi sperimentare sarebbe lo stesso. Non cullarsi sugli allori o farsi sedurre dal mercato, e all’apice del brit-pop, cambiare rotta alla nave. Sporcare i motivetti commerciali composti fino ad allora imbastardendoli con la musica a bassa fedeltà di gruppi come Pavement e Sonic Youth nell’omonimo album, sfasciando a colpi di copie vendute il tabù principale delle band d’Albione: sfondare tra i cugini d’America. E’ storia. Storia che continua con 13 nel 1999, quando la tendenza viene portata al massimo e la sperimentazione diventa più difficile, ardita, affascinante. E riuscita. Ma spuntano i primi contrasti tra i leader.
Blur, oppure ‘un gruppo a pezzi prima di un disco’, se parlassimo del momento in cui Graham Coxon, vero motore dei 4 dell’Essex insieme ad Albarn, alza i tacchi e prende la sua strada nel 2002, appena entrati nel secolo nuovo, un anno prima dell’uscita di Think Tank, un lavoro che eccederà in fiati, elettronica, alternative spinto troppo oltre, passo più lungo della gamba, seppure episodi di vecchi fasti non manchino.
Blur, anzi Gorillaz. Anzi, The Good, the Bad and the Queen. Anzi, Dr. Dee. Quando la moglie va via di casa, pare lecito che il merito si butti sull’amante. Così Albarn dedica le sue energie ad album solisti e progetti paralleli di varia natura, il più famoso dei quali prende il nome di Gorillaz, collettivo musicale a metà tra l’elettronica più fantasiosa e hip-hop d’oltre Atlantico, note portata in scena da disegni. Nessuno sul palco, eccetto le animazioni proiettate su di uno schermo e i musicisti dietro quello schermo a suonare, nascosti. Genio puro. Conosco gente che ancora non perdona al biondino d’averli fatti morire per… ( continua nel capitolo successivo ).
Blur, ma anche ‘come rifondare una band’. La guerra non può durare. Pensateci, è anche un discorso di convenienza. La pace è a basso consumo energetico e distende i nervi, è indiscutibilmente molto meglio che tenere il fucile spianato. L’occasione tra il fighetto di Chelsea con le collanine al collo e il chitarrista intellettuale con il viso nascosto dalla pesante montatura scura degli occhiali arriva nel 2007 e due anni più tardi i Blur tornano, tra stop and go, a calcare le pedane dei palchi di mezzo globo terracqueo, partendo da Hyde Park. Ieri sera era la volta di Roma ed è andata così:

Arrivo a Capannelle presto, ma già ci sono cinque file di fronte al palco. Scelta poco lungimirante. Però mi diverto da morire, ingollando birra, a contare il numero di spettatori giunti con una maglietta di un qualsiasi gruppo e son tanti. Sfilano con t-shirt di Radiohead ( 2 ), Primal Scream ( 2 ), Arctic Monkeys, Franz Ferdinand, Pavement, Kasabian, Mogwai, AC/DC, Rolling Stones, Kyuss, Cure, Slayer, Gorillaz, Dinosaur Jr., Joy Division, Strokes, Pantera, Smashing Pumpkins e Pearl Jam. Tutto l’arco istituzionale del rock. Menzione speciale per le uniche italiane: un tizio con quella fascistissima del gruppo di estrema destra 270bis, attivo a Roma nei ’90, il cui frontman fu il senatore del Pdl e attuale direttore del Secolo d’Italia Maurizio de Angelis ( mi chiedo come sia capitato qui ) e un ragazzino con quella de Lo stato sociale. Gli opposti estremismi, insomma. La british youth di Roma, quella vera e intensamente appassionata, è al completo, si dia pure inizio alle danze.
blur_daily_pig1Albarn, Coxon, James e Rowntree intanto si fanno aspettare, il caldo soffoca e lascia colare sudore sulle tempie. Arrivano con 15 minuti di ritardo, ma partono col botto: ‘Girls & Boys’, e l’ippodromo espolde  ondeggiando come un unico mare in tempesta. La scaletta è uguale a quella eseguita la sera prima a Milano all’Alfa Romeo City Sound. Dopo l’apertura da dancehall indie, le pause sono ben calibrate. Parte Popscene e subito dopo di nuovo muoversi-con-quelle-gambe! su There’s no other way, primo singolo del gruppo. A seguire la fuga lo-fi di Beetlebum, cantata da Coxon, che sulla coda l’affoga in rumorismi noise e scalda il pubblico. L’arabeggiante Out of time lancia Albarn in assoli di chitarra acustica e fa prendere fiato, seguita dagli echi psichedelici di Trimm Trabb e la splendida Caramel. Ma si fa tempo in cui il pubblico scaldi le corde vocali con un inno, che è l’inno di una generazione persa sul divano di fronte ai canali satellitari e di nuovo il chitarrista è chiamato al microfono a intonare Coffee & Tv. Nel mentre il pubblico tira fuori dei piccoli cartoni raffiguranti Milky, scatola del latte protagonista del video della canzone e li espone. Ma qualche minuto più tardi si materializza il punto più alto del concerto, l’immensa cavalcata folk di Tender, meravigliosa, vede una bella partecipazione dell’audience, che letteralmente si sgola per 8 minuti e oltre sul ritornello, dalla prima all’ultima fila. E per non far mancare niente, ma proprio niente, ecco fuori dal cilindro i successi più squisitamente pop del gruppo: To the end con un Albran in versione crooner,  Country house, storico singolo uscito in concomitanza lo stesso giorno di Roll with it degli Oasis, riuscendo a superarlo nelle vendite, Parklife ( e riparte il pogo ), End of a century e l’incredibile This is a low. E cala il sipario, per ora e per poco.
I Blur non riescono a prendersi sul serio e la buffonata dell’encore la risolvono in meno di 5 minuti e senza farsi pregare troppo: dopo un breve intermezzo di piano che sa di saloon, Albarn si mette di fronte ai tasti del pianoforte e parte l’ultima hit: Under the westway. Dopo, For Tomorrow e la doppietta da sogno della melodia barocca di The Universal e della follia distorta e satura di basso di Song 2, la prima vero e proprio inno e la seconda corrida per tori abituati al pogo ( all’Any Given Monday ogni volta che il dj la fa partire intervengono gli steward per calmare i bambocci, figuratevi dal vivo ). Alzo lo sguardo e vedo Albarn: ha la camicia fradicia, il braccio steso all’aria col microfono in mano. Ha rinunciato da tempo alla giacchetta blu che indossava all’inizio e guarda il pogo con soddisfazione, con lo sguardo e il sorriso malefico di chi sembra dire ‘sì, bravi bimbi, così, scannatevi pure’. Istrionico, trascinatore, è stato il più caloroso e non si è risparmiato, neppure un minuto. Ma Graham Coxon ha la stoffa del vero deus ex machina, impareggiabile alle 5 corde, non delude mai, mai mai e poi mai. Alex James, invece, con la camicia coreana azzurra e le infradito ai piedi fa il signorino di Soho, ben vestito e altezzoso, mentre Dave Rowntree è un bambinone roscio che trova la felicità solo quando pesta con entusiasmo sincero su charleston, rullante, casse et similia.
E io? Io sono lì, nell’arena, che sembro uno straccio da buttare, una pezza imbevuta d’acqua color viola e col vago aspetto di una poco m’asciuga alla meglio. Ho perduto al primo brano il mio amico Antonio, ma so che lo rivedrò più in là e sopravvivo clamorosamente al macello finale, quando anche la sabbia s’alza da terra per arrivare sopra le nostre teste e la respiro in una boccata abbondante, smorto e soddisfatto, andandomene verso l’uscito col portamento di un reduce di guerra. Il concerto dei Blur è stato un enorme amplesso tra i nostri eroi e una città che li desiderava da molto, troppo tempo, consumato stando attente le parti a non rompere la magia dell’incontro e a ben vedere l’obiettivo è stato raggiunto.

Al mondo ognuno si pone domande a cui sa che nulla potrà dare risposta: chi ha creato tutto questo? Dio esiste? Cosa ci aspetta dopo la morte? Le mie sono assai più prosaiche: perché a Graham Coxon non è stata ancora dedicata una statua, intitolata una via o un qualcosa che ne ricordi le gesta? Perché gli Oasis hanno sempre riempito gli stadi con canzoni di disarmante banalità e questi scugnizzi londinesi vengono considerati di nicchia in questo maledetto Paese così indietro anche in campo musicale?
La risposta dopo ieri sera s’allontana e si smorza in un ‘boh!’ che ha il gusto di una beffa. Ma io ( e tanti altri ) sono felici – e stanchi, e basta, non è tempo di sofismi, non dopo uno show così, Francesco, per cortesia ora vai a letto e non pensarci più.

 

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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