Festival di Venezia 2013, Leone d’oro a Sacro Gra

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di Elisabetta Rossi

Leone d’oro per il miglior film a Sacro GRA di Gianfranco Rosi (Italia, Francia). Leone d’argento per la migliore regia a Alexandros Avranas per il film Miss Violence (Grecia). Gran Premio della Giuria a JiaoYou (Stray Dogs) di Tsai Ming-liang. Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Themis Panou nel film Miss Violence di Alexandros Avranas. Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Elena Cotta nel film Via Castellana Bandiera di Emma Dante (Italia, Svizzera, Francia).Gianfranco_Rosi_Terrazza_Maserati

Questo il verdetto della Giuria di Venezia 70, presieduta da Bernardo Bertolucci e composta da Andrea Arnold, Renato Berta, Carrie Fisher, Martina Gedeck, Jiang Wen, Pablo Larraín, Virginie Ledoyen, Ryuichi Sakamoto che ha visionato tutti i 20 film in concorso.

È la prima volta che un film-documentario conquista il Leone d’Oro. L’ultimo «ruggito italiano», invece, risale al 1998, quando ad aggiudicarsi il premio fu Così ridevano di Gianni Amelio.

Sul palco della Sala Grande del Palazzo del cinema, il regista Rosi ha ringraziato per l’opportunità di essere stato ammesso in concorso con un’opera di non-finzione, che racconta la vita ai margini del Grande Raccordo Anulare di Roma: «Non dobbiamo avere paura del documentario», ha detto. Aggiungendo: «Ringrazio la mia ex moglie che mi ha costretto ad accettare questo film, quando io volevo addirittura lasciare Roma: ho iniziato ad amare questa città proprio attraverso il raccordo anulare».

La prima pellicola a essere premiata è Eastern Boys di Robin Campillo, miglior film nella categoria Orizzonti. Campillo ha dedicato il premio «a tutti gli immigrati che attraversano le frontiere».

L’Opera Prima – premio Luigi De laurentis se lo aggiudica White Shadow di Noaz Deshe, prodotta da Ginevra Elkann, Noaz Deshe, Francesco Melzi d’Eril e coprodotta anche dall’attore americano Ryan Gosling.

Dopo l’India dei barcaioli, il deserto americano dei drop out, il Messico dei killer del narcotraffico, Gianfranco Rosi ha deciso di raccontare un angolo del suo Paese, girando e perdendosi per più di due anni con un mini-van sul Grande Raccordo Anulare di Roma per scoprire i mondi invisibili e i futuri possibili che questo luogo magico cela oltre il muro del suo frastuono continuo. Dallo sfondo emergono personaggi altrimenti invisibili e apparizioni fugaci: un nobile piemontese e sua figlia laureanda, assegnatari di un monolocale in un moderno condominio ai bordi del Raccordo; un botanico armato di sonde sonore e pozioni chimiche cerca il rimedio per liberare le palme della sua oasi dalle larve divoratrici; un principe dei nostri giorni con un sigaro in bocca fa ginnastica sul tetto del suo castello assediato dalle palazzine della periferia informe a un’uscita del Raccordo; un barelliere in servizio sull’autoambulanza del 118 dà soccorso e conforto girando notte e giorno sull’anello autostradale; un pescatore di anguille vive su di una zattera all’ombra di un cavalcavia sul fiume Tevere. Lontano dai luoghi canonici di Roma, il Grande Raccordo Anulare si trasforma in collettore di storie a margine di un universo in espansione.

 

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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