pennacchi4

Per fare il lavoro che amo ho dovuto lasciare i miei affetti e il mio paese

image_pdfimage_print

di Ylenia Pennacchi

La mia e’ una storia simile a quella di molti altri giovani laureati, che finito il loro percorso di studi in Italia e non avendo trovato altro che una fredda accoglienza da parte del mondo del lavoro, se ne sono letteralmente fuggiti all’estero. Come se questo non bastasse anche le stesse universita’ che hanno investito nella nostra formazione non offrono, una volta terminati gli studi, nessuna opportunita’ di impiego o a volte soltanto la strada del precariato. Lascia davvero l’amaro in bocca trovarsi a 26 anni senza una sicurezza economica, la possibilita’ di costruirsi una vita indipendente e soprattutto un lavoro che dia una qualche soddisfazione. pennacchi

Cosi’, dopo aver conseguito una laurea triennale in Ecologia e una specialistica in Ecologia ed Evoluzione, ho tentato anche io la difficile strada del precariato universitario. Purtroppo questa strada, oltre ad offrire poche garanzie future, si e’ rivelata anche deludente sotto il punto di vista concorsuale. Quando te lo dicono gli altri, per loro esperienza diretta, che i concorsi pubblici a volte rivelano delle amare sorprese non ci credi… pensavo “la volpe che non arriva all’uva”… mai tale supposizione fu piu’ sbagliata! Nel mio caso e’ stato proprio cosi’… un concorso per accedere al posto di dottorato di ricerca universitaria ai limiti del ridicolo con tanto di nomi di alcuni vincitori usciti prima degli esiti e proteste da parte degli studenti. Con tanti saluti alla meritocrazia! Pur risultando tra i vincitori del concorso non ottenni nessuna borsa di studio, infatti questo mi offriva solo l’opportunita’ di fare un dottorato di ricerca senza salario ne’ alcun rimborso spese della durata di tre anni. Dopo questa doccia fredda a differenza di tanti altri miei colleghi, che hanno pensato bene di accettare perche’ alla fine “meglio questo che niente”, io decisi di rinunciare al posto senza pensarci troppo. Inizialmente tentai altre strade in Italia. Mandai il mio CV a enti pubblici e privati e ovunque vedevo una seppur minima attinenza al mio percorso di studi. Il vuoto siderale! Il piu’ delle volte non si degnavano neanche di rispondere e quando rispondevano dicevano che la mancanza di fondi gli impediva anche di farmi fare un internship con rimborso spese oppure che avevo bisogno di qualche anno di esperienza. L’ho visto come un segno. Era giunto il momento per me di lasciare un paese che non mi offriva alcuna certezza.

Mi sono rimboccata le maniche e tra un lavoretto part-time e l’altro, ho iniziato un corso di inglese e ad inviare email con il mio CV alle universita’ di tutto il mondo che conducevano attivita’ di ricerca nella mia sfera di interesse, il benessere animale e in particolare dei pesci in acquacoltura. Vorrei sottolineare quanto sia importante la lingua inglese e quanto poco rappresenti upennacchi1n punto di forza nella maggior parte dei laureati italiani. In Italia, l’inglese, anche per mia esperienza personale, viene insegnato nelle scuole poco, e quel poco viene fatto molto male. E’ una vergogna che per imparare un inglese base io sia dovuta andare a un corso privato dopo aver studiato quasi 10 anni di inglese nella scuola dell’obbligo. Inoltre, dopo quasi un anno all’estero, mi sono resa conto che noi italiani siamo messi peggio di tutti sotto questo aspetto! Gli altri studenti non madrelingua inglese che ho conosciuto parlano l’inglese in maniera fluente. Spero che in futuro in Italia si investa di piu’ in cultura e ricerca e che ci siano persone davvero competenti a rivestire ruoli decisionali importanti in questi settori cosi’ a lungo trascurati.

Il primo impatto con i ricercatori di altri paesi, sia europei che al di fuori dell’Europa, e’ stato per me un toccasana. Ad eccezione di un paio di email (ho perso il conto di quante ne ho inviate) queste persone hanno tutte risposto al mio “SOS”, a volte anche dilungandosi sulle motivazioni che li spingeva a dare una risposta negativa. In molti hanno chiesto ulteriori dettagli sulla mia carriera universitaria e in particolare sul mio progetto di tesi e si sono mostrati in generale molto interessati al mio profilo. Nonostante il mio CV avesse una carenza importante per essere quello di una laureata proveniente da una facolta’ di scienze biologiche, mi riferisco alla mancanza di pubblicazioni, ho avuto risposte positive da parte di alcune universita’. Consentitemi a questo punto di aprire una piccola parentesi. Pubblicare, per uno scienziato, e’ considerato fondamentale all’estero, e dovrebbe esserlo anche in Italia! Sulle pubblicazioni si costruisce un gruppo di ricerca, sono la linfa che alimenta ogni futuro progetto perche’ senza pubblicazioni i governi e le universita’ non concedono fondi. Al contrario del nostro paese, per fortuna, in molti altri vige ancora la meritocrazia. Sempre a proposito di questo è stato davvero scoraggiante scoprire, una volta giunta a destinazione, che i ragazzi del mio gruppo di ricerca provenienti da altri paesi avessero almeno 1 o 2 pubblicazioni e alcuni anche piu’ di 4!

Tra le varie opzioni possibili, ho scelto quella che mi consentiva di andare in un paese di madrelingua inglese e di partire il prima possibile, l’Austpennacchi3ralia. L’iter per ottenere la borsa di studio e’ stato burocraticamente molto semplice, niente a che vedere con la lenta e obsoleta burocrazia italiana. Inoltre, la professoressa dell’universita’ in cui avevo scelto di fare domanda e con cui ero entrata in contatto, mi ha aiutata in tutte le fasi burocratiche che richiedeva l’ammissione. I suoi consigli e la sua guida, in quei momenti in cui mi apprestavo a partire e lasciare forse per sempre il mio paese, sono stati per me fondamentali e mi hanno incentivata ancor di piu’. In seguito al mio arrivo, ho poi scoperto che questa persona riveste molte cariche importanti all’interno dell’universita’ e presiede molte commissioni internazionali nell’ambito di ricerca di sua competenza. Sono rimasta allora ancor piu’ stupita nel ricordare la sua disponibilita’ e prontezza nel rispondere alle mie email. Un’altra cosa che mi ha colpita subito e’ stata l’informalita’ del mondo universitario in Australia. Niente salamelecchi per dirla tutta! Addio a tutta la pomposita’ a cui ero abituata in Italia. In Australia i professori ordinari (i famosi “baroni” del Bel Paese) non si atteggiano affatto a semidei. Tutt’altro! Da subito sono stata accolta con cordialita’ e rispetto. Anche muovere i primi passi durante la fase di insediamento non e’ stato affatto difficile. Mi hanno aiutata in molti, ricercatori e altri studenti di dottorato del mio gruppo sono stati sempre disponibili a dare una mano e a darmi consigli utili su come muovermi.

pennacchi4E’ un paese, l’Australia, che investe moltissimo nella ricerca e dove, se ci si impegna, i propri sforzi vengono sempre premiati. Ci sono anche buone possibilita’ future di avanzamento di carriera. Dall’inizio della mia candidatura, ho imparato nuove tecniche di laboratorio, a gestire sistemi in acquacoltura e a prendermi cura degli animali. Inoltre ho migliorato tantissimo il mio inglese e le mie capacita’ di scrittura scientifica, di presentazione del mio lavoro e organizzative. Ho presenziato e presentato i risultati del mio primo esperimento a una conferenza sul benessere degli animali acquatici dove ho avuto modo di conoscere molti esponenti di spicco di questo campo e stringere contatti importanti per il mio futuro. Sono diventata membro di alcune societa’ scientifiche importanti e grazie a una di esse ho vinto dei fondi di ricerca ulteriori per condurre parte del mio progetto in Giappone (dove mi trovo al momento). Questo solo per elencare alcune delle esperienze e delle cose che ho imparato in neanche un anno di permanenza in Australia.

Questa dolce vittoria ha un retrogusto amaro. Infatti, per perseguire i miei sogni e soprattutto continuare a fare il lavoro che amo, ho dovuto lasciare tutti i miei affetti e il mio paese. Io, se avessi trovato un’accoglienza diversa dopo la laurea, sarei rimasta. Amo il mio paese e penso che, se solo sfruttassimo come si deve tutti i talenti sprecati e tutte le risorse che abbiamo sotto il punto di vista culturale, scientifico e turistico, saremmo il paese non solo piu’ bello ma anche piu’ vivibile al mondo. La mia e’ solo una vittoria a meta’. Ora il mio obiettivo e’ quello di crescere come ricercatrice e di tornare un giorno nel mio paese. Questa e’ la vera sfida.

Redazione

Redazione

Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

One Comment

  1. Lorenzo Quaglietta
    2 ottobre 2013

    Cara Ylenia,
    complimenti per la scelta e la perseveranza, che ti ha dato ciò che meriti. La mia storia è molto simile, condivido appieno quanto hai scritto. Da tempo avrei voluto anche io scrivere un articoletto per condividere ed informare circa la triste situazione della ricerca in Italia, chissà che non lo farò un giorno 🙂
    In bocca al lupo per tutto e buon prosieguo di carriera!

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *