Il mito di FaceBook celebrato in un film

image_pdfimage_print

di Valentino Salvatore

Ha solo ventisei anni e ormai sta cambiando inesorabilmente il modo in cui soprattutto i giovani si relazionano tra loro. Stiamo parlando di Mark Zuckerberg, assurto alla notorietà planetaria per aver creato FaceBook. Questa macchina infernale che nelle previsioni più fosche è destinata a risucchiare e avvolgere ogni forma di socializzazione, triturandola in manciate di bit, “mi piace” e battute estemporanee. Ma che allo stesso tempo offre un potenziale enorme, una vastissima gamma di opportunità per mettere in connessione e favorire l’attività e le relazioni di tante persone. Zuckerberg, la faccia pulita e apparentemente ingenua del tipico ragazzotto americano riservato e maniaco del computer. Ma anche una faccia da schiaffi dietro cui viene il dubbio che si nasconda un furbetto malizioso, che ostenta candore e spirito naïf. E che per questo attira sospetti e invidie di mezzo mondo cibernetico.

Un personaggio destinato ad ispirare dietrologie e sentimenti contrastanti, anche grazie ad un film che esce proprio oggi negli Stati Uniti e mette in luce gli aspetti più controversi della nascita del social network più famoso del mondo. Una pellicola che paradossalmente contribuirà a consolidare il mito post-moderno di questo giovanotto cresciuto troppo in fretta grazie ad una idea tanto geniale quanto banale. Ultimo prodotto del sogno (e dell’incubo) americano, meno di trent’anni e a capo di un impero economico mondiale. L’opera cinematografica si intitola The Social Network ed è diretta da David Fincher, il regista che ha girato un cult movie generazionale come Fight Club e un thriller straniante come Seven. La storia è ispirata al libro Miliardari per caso. L’invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento di Ben Mezrich, che già dal titolo è tutto un programma e si rifà alla versione raccontata da Eduardo Saverin (interpretato nel film da Andrew Garfield), compagno di studi e amico tradito dall’uomo-FaceBook. La trama prende il via nel 2003 e vede Mark Zuckerberg (interpretato da un saccente Jesse Eisenberg), allora studente di Harvard, che per raggiungere la popolarità e dare vita al suo sogno passa cinicamente sopra i compagni scippandone le idee e scaricandoli. Ma lo fa vendendosi l’anima e diventando un anti-eroe fragile e disadattato che arriva solo alla meta. Amici che avevano iniziato a smanettare coi computer quasi per gioco e per trovare delle ragazze finiscono per perdere la purezza giovanile e a sbranarsi tra loro, facendosi una guerra personale (e legale) senza esclusione di colpi. Non tutti sanno ad esempio che FB ha dovuto sborsare circa 65 milioni di dollari come indennizzo a Tyler e Cameron Winklevoss, due gemelli coi quali il genio del social networking aveva collaborato qualche anno fa per la creazione di un sito e che l’hanno accusato di aver rubato le loro idee. Episodio che è proprio uno dei fulcri dell’ultima fatica di Fincher. E’ il mondo patinato e asettico dipinto di “blu FaceBook” che nasconde sentimenti e miserie troppo umani, la competizione selvaggia e la lotta per il successo.

Quello del regista americano è una sorta di instant movie che tocca argomenti ancora caldi e li ripropone in salsa poco edificante, con sfaccettature contraddittorie e profondità psicologica. Presentato già la settimana scorsa al Film Festival di New York, ha ricevuto critiche molto positive. Tanto che diversi recensori parlano esplicitamente di Oscar. Non è una buona pubblicità per il colosso internet, che nonostante tutto e tutti veleggia verso i 600 milioni di utenti e si impone nel mondo della pubblicità. Basti pensare che lo staff di FaceBook non è stato coinvolto nella realizzazione, le cui riprese sono iniziate l’anno scorso. Commentando l’opera cinematografica, Zuckerberg ha fatto buon viso a cattivo gioco, parlando di “pura invenzione”. Però lo stesso giorno dell’uscita ha annunciato urbi et orbi, durante il seguitissimo talk show di Oprah Winfrey, di aver donato qualcosa come 100 milioni di dollari per le scuole di Newark, nel New Jersey. Forse per arginare la pubblicità negativa che scaturirà da The Social Network e salvaguardare la sua immagine, con una tinta filantropica che attenui le polemiche sulla sua attività. Critiche che arrivano non solo dai trascorsi con gli ex colleghi, ma anche a causa della spregiudicata strategia pubblicitaria che intacca la privacy di iscritti spesso inconsapevoli. D’altronde Scott Rudin, uno dei produttori della pellicola, ha dichiarato: “Quando metti su un’organizzazione con cinquecento milioni di amici inevitabilmente ti fai anche qualche nemico”.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *