“Bollezzumme”, il docufilm di Michele Capozzi sul fermento della vita

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di Elisabetta Rossi

T.V. Transvestite, Pornology New York e ora Bollezzumme.
I film cult di Michele Capozzi, genovese, esploratore urbano, pornologo, filmmaker, laureato in giurisprudenza e scienze sociali, da trentacinque anni a New York. image
“Due anni fa mi aggiravo per i vicoli con la certezza che avrei passato l’inverno a Genova per la prima volta dopo quarant’anni. I caruggi (i vicoli n.d.r.) sono stati per me la terza laurea, quella della street wisdom, cioè la saggezza della strada. Ho imparato più cose perdendomi nei suoi percorsi e nelle sue amenità che nelle aule dell’Università”.

Che cos’è Bollezzumme?

“Un progetto cinematografico ma non solo, uno stile e una filosofia di vita che parte dal significato di questa bella parola dialettale: l’agitazione del mare prodotta dal vento, o il ribollio dell’acqua che si infrange tra gli scogli vicino alla riva quando c’è mare mosso. Cioè caos, subbuglio, casìno”.

Come nasce questo fermento?

“Quando ero giovane io, negli anni Sessanta, questa movida non c’era. Non si usciva spesso come si fa adesso e la concezione stessa del centro storico e della vita notturna era diversa», racconta Michele Capozzi, che continua: «Ricordo quando via Gramsci era un susseguirsi di locali e bordelli che facevano da sfondo al porto di Genova, all’epoca vivo e in simbiosi con la città. Ricordo i marinai, provenienti da ogni parte del mondo, che si fermavano nella nostra città per un mese o due e che per divertirsi affollavano balere e bordelli per andare a bere, mangiare e – perché non dirlo – anche a scopare, con una delle tante puttane che affollavano quella zona di Genova oggi meno vitale”, sorride il regista e continua: “Il porto era un luogo ricco di storie di genti diverse, che portavano qualcosa alla città e ai quali la città dava qualcosa. Adesso che il porto è diventato prevalentemente turistico la situazione è diversa, ha perso di colore. È venuto a mancare quel legame che c’era tra il porto e la città”.
“Ma attenzione”, sottolinea il regista, “sono passati 45 anni e il bollezzumme è sempre lì, con diversi attori e protagonisti. Invece di un porto vibrante con navi provenienti da tutto il mondo adesso ci sono l’Acquario, il Bigo, il Porto Antico che portano turisti da tutto il mondo. E questo cambiamento urbanistico sociale succede dappertutto, in quasi tutte le città occidentali, da New York a Lyone. Ma qui ha una logica particolare e uno scacchiere diversificato: il centro storico è una serie di contrade, sestieri, enclavi uno diverso dall’altro. Lingua, tradizioni, cibo, religioni. Una quasi-New York non da esplorare in macchina, ma a piedi con differenze visive immediate: giri un angolo, entri in una piazzetta e sei in un altro mondo.”
Bollezzumme è stato girato in tutta la zona della città vecchia, utilizzando differenti tecniche di ripresa e diverse video camere, in modo da dare anche dal punto di vista strettamente cinematografico la sensazione del movimento e della antistaticità della storia che Michele Capozzi vuole raccontare.

Come si sviluppa il progetto?

“Con un approccio intimo e personale. Per diciotto martedì di seguito, io e il gruppo di agitatori culturali che si è spontaneamente creato, abbiamo fatto cultura a 360 gradi: dal canto lirico alla presentazione di libri, dai documentari sul G8 alle performance pornografiche, dalla musica con chitarra alle proiezioni di film. Chi ricorda Una vita difficile di Dino Risi, anno 1962, con Alberto Sordi e  Lea Massari? Tutto per passa parola, un po’ di social networking e tanto entusiasmo. Ognuna di queste diciotto sere è stata un successo. Questa incredibile sinergia che ho chiamato “Bollezzumme – Mucchio selvaggio”, dopo che abbiamo visto ben due volte l’omonimo film di Sam Peckinpah, è una delle cose di cui sono più grato a Genova e ai genovesi. La collaborazione, i suggerimenti, la disponibilità, sono stati totali, a tutti i livelli.
Il centro storico è nato attorno al porto centinaia di anni fa. C’è quindi stato un rapporto di vita, di morte, di comunicazione tra l’acqua e le sue navi, e i palazzi patrizi, le case fatiscenti, i caruggi, le piazze, i negozietti.”

Ma oggi è proprio cosi?

“A me sembra che il porto e le case intorno non abbiano comunicazione, simbiosi, rapporti a due sensi. Certo, un po’ il Porto Antico con ristoranti, eventi, l’Acquario, i turisti. Ma basta questo per avere una vitalità? Per me ce ne era di più quando arrivavano i soldati americani e i marinai che si perdevano nei caruggi a caccia di piacere mercenario e paradisi artificiali da consumare. Da quando sono adolescente sento dire che il porto è in crisi. Da una parte è sempre lì, con le sue gru fantastiche che scaricano e caricano merci, dall’altra tutti si lamentano che dovrebbe creare più ricchezza. Ecco, io non ho una risposta e non credo che neppure il mio film debba darla. Anzi, sono più un creatore di dubbi e domande che un saggio che dà risposte.”
Il docufilm Bollezumme è stato pensato per il mercato americano e straniero, per diffondere Genova e la sua cultura underground negli Stati Uniti e in particolare a New York, la città adottiva di Michele Capozzi.
Ed è proprio questo mondo underground reale e vero che Michele Capozzi vuole raccontare nella Grande Mela perché, come ci tiene a sottolineare, con un po’ di ironia: “Se fai una scoreggia a New York diventa una sinfonia nel mondo”.
Xavier Salomon, curatore della sezione Pittura europea del Metropolitan Museum of New York ha dichiarato che: “La maggior parte della gente, quando si parla dell’Italia, pensa a Roma, pensa a Firenze, pensa a Venezia, ma per quanto mi riguarda sono solo parchi di divertimento per i turisti. Genova è rimasta la cosa reale.”
www.michelecapozzi.org

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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