Ecologia del vivere: Prima il benessere e poi il PIL!

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Di Peppe Mariani

Peppe Mariani

Peppe Mariani

Quella che stiamo vivendo è una fase storica caratterizzata da una grande crisi globale di cui ancora non si vede quale sarà la via d’uscita. Come in altre grandi crisi, essa riguarda non solo le modalità assunte dal sistema economico-finanziario – che nel trascorso trentennio è stato caratterizzato dall’affermarsi del neoliberismo e della globalizzazione -, ma anche i valori culturali, sociali e politici che in questo periodo si sono affermati e il senso comune formato dalla diffusione di quei valori nell’opinione pubblica. Considerata l’inefficacia di tutte le misure che si stanno adottando, con determinazione, inizierei a dedicare grande attenzione alla tematica dello sviluppo, inteso come crescita del “benessere” delle persone in una visione completa e unitaria. Per anni tale questione, quando non ha subito un vero e proprio disinteresse, è stata relegata a particolari settori della comunità scientifica e dell’opinione pubblica che, pur dimostrando grande sensibilità e una certa lungimiranza, hanno con scarsissimi risultati avuto la forza di condizionare l’agenda politica dei governi. Sulle ragioni di questa grave mancanza ci sarebbe da interrogarsi a lungo: esse hanno evidentemente a che fare con quella che è solitamente denominata «crisi della politica», cioè lo svuotamento delle funzioni di governo e la perdita di contatto con le tensioni che animano il sociale. La mia sensazione è che sia stata la stessa dinamica economica a essersi imposta come criterio di verità rispetto alle politiche pubbliche. Qui non voglio mettere in discussione i presupposti del cosiddetto «libero mercato», quello che m’interessa sottolineare è che il mercato negli ultimi tempi, oltre ad aver funzionato nella percezione diffusa come schema generale di funzionamento della società, sia diventato anche criterio di valutazione indiscutibile e unilaterale delle scelte dei governi. Si è andata a cercare nella risposta del mercato, il criterio di convalida dell’iniziativa politica. Lo scenario in cui ci troviamo in questo momento invece sembra mutare questa percezione. La crisi finanziaria ha, come primo effetto, messo in discussione se non l’economia in generale almeno ciò che di questa consideravamo come infallibile criterio di verità sulla politica. Il massiccio intervento statale nel riattivare i mercati finanziari ci consegna, infatti, il ribaltamento del rapporto tra economia e politica laddove quest’ultima si è presentata come unica garante rispetto al riaggiustamento di una dinamica perversa della prima. Quello che m’interessa sottolineare insomma è che la crisi economica, produce e continua a produrre effetti collaterali drammatici dal punto di vista sociale, apre paradossalmente a uno spiraglio appunto di «riflessività» nel discorso politico, in particolar modo per quel che concerne la tematica dello sviluppo, dei suoi presupposti, dei suoi costi e delle sue conseguenze. Il primo passo, allora, deve essere la messa in discussione degli indicatori con i quali abbiamo fino ad ora misurato la ricchezza delle nostre società. Su questo tentativo alcuni studiosi stanno cercando di ridefinire i parametri di misurazione della ricchezza di una nazione. Soprattutto, ciò che emerge da queste ricerche è il limite che s’incontra nella valutazione della qualità della vita di una società se questa è misurata unicamente e unilateralmente dagli indici relativi alla produzione economica. Ridimensionare il peso del Pil, quindi. Ma non solo. Qui si tratta di mettere al centro dei criteri di misurazione della qualità della vita lo stesso «benessere sociale» inteso come insieme d’indicatori che riconsegnino alla politica la multidimensionalità del vivere. È interessante notare che su questo piano è possibile intravedere una convergenza fra la riflessione di alcuni economisti e quella parte della sociologia che si è occupata negli ultimi anni di affinare appunto gli strumenti di misurazione della qualità della vita. Il punto su cui essi convergono riguarda proprio l’idea che oltre al livello dei redditi e della loro distribuzione, oltre al livello e alla qualità dei consumi è necessario integrare a queste valutazioni il livello delle prestazioni pubbliche che attengono il mondo dei servizi alla persona, della formazione e in generale i flussi di conoscenza che circolano all’interno di una società. Ma non solo. Questi indicatori rimarrebbero parziali e insufficienti se non fossero confrontati e comparati con il sistema delle aspirazioni delle persone, se non tenessero cioè debitamente in conto parametri maggiormente soggettivi fondamentali però a riconsegnarci il grado di «aspettative di lifevita» presenti nella società. Dalla comparazione tra le aspettative di vita e le condizioni e possibilità effettive del loro soddisfacimento possiamo accedere a una valutazione complessiva e stabilire una corretta percezione delle mutazioni e dei cambiamenti sociali. Quello cioè che siamo abituati a pensare in modo separato, si da nell’esperienza di vita in modo congiunto ed indissociabile. I confini tra il lavoro, la formazione, le conoscenze, la salute, la mobilità ed anche la solidarietà, si fanno sempre più sfumati ed indefinibili. Possiamo trovare correlazioni stringenti tra precarietà di vita, disoccupazione e salute, e queste, stanno lì a dimostrare quanto oggi questa frontiera costituisca una rilevanza strategica tanto per la scienza quanto per la politica. L’esperienza professionale mi ha insegnato, infatti, che l’efficacia dell’intervento aumenta esponenzialmente quando si confronta direttamente con questa multidimensionalità interna alla stessa definizione di «benessere». Ma non solo: ripensare le politiche pubbliche da una concezione del benessere sociale vuol dire soprattutto mettere in luce gli aspetti potenziali, non pienamente espressi dagli individui e dalle collettività. La diretta conseguenza di questa idea è che le politiche sociali devono smettere di essere pensate come insieme d’interventi di spesa finalizzati a «riparare» i danni o l’iniqua distribuzione delle risorse prodotta dal mercato. Al contrario queste politiche devono essere concepite innanzitutto come politiche d’investimento sulla società e sull’autonomia delle persone, politiche cioè in grado di incentivare l’indipendenza delle persone attraverso la mobilitazione delle loro stesse risorse. Questo modo di procedere quindi presenta due caratteristiche che è utile mettere in primo piano perché tentano al tempo stesso di ridefinire l’oggetto e la finalità dell’intervento pubblico. Concezione globale dell’oggetto, garantita per esempio dall’integrazione del settore sociale con quello sanitario, e mobilitazione delle risorse e della capacità di risposta autonoma dei soggetti. Da questa “rivisitazione” è secondo me possibile ricostruire un nesso positivo tra sviluppo economico e qualità della vita. Un nesso che metta al centro il benessere delle persone e della collettività quindi e rifiuti di sezionare i fenomeni e di esaminarne solamente i frammenti. Una prospettiva di questo tipo tende al contrario a lavorare sulla combinazione e sulla messa in comunicazione degli elementi che caratterizzano l’agire umano e sociale. Le questioni che riguardano lo sviluppo e la sua sostenibilità allora smettono di dover essere relegate all’interno di un’ottica separata e specialistica per assurgere invece a componenti essenziali di una critica, e al tempo stesso, di una nuova progettazione, dell’ambiente umano e della struttura sociale. È solo da questa prospettiva che riusciremo ad essere in grado di proporre un modello di funzionamento adeguato alle sfide che abbiamo davanti, consapevoli che la costruzione e la tutela del legame sociale è la condizione essenziale per ripensare la crescita economica. Allora, per finire, la ricetta diventa facile e la potremmo sintetizzare in poche parole: cambiare classe politica.

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

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