Michele Giordano: “Io architetto, giornalista per caso, storico del porno italiano per passione”

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di Elisabetta Rossi

Giornalista professionista, architetto, scrittore. Michele Giordano, anzi Michele Bazan Giordano, come si firma spesso («il cognome della madre è altrettanto importante…», precisa), è un personaggio vero perché esprime la sua personalità, i suoi interessi, la sua attività in maniera autentica, accentuati quel tanto che basta per essere meglio comunicati e condivisi. Se gli dovessi conferire un titolo prenderei in prestito quello di un’opera teatrale pirandelliana, Così è (se vi pare), anche in linea con il suo “libertarismo“ estremo che è una sua scelta di vita. image
Redattore al quotidiano (allora) della sera il Corriere Mercantile di Genova e al quotidiano La Notte, inviato speciale al settimanale Chi di Arnoldo Mondadori Editore, oggi è rubrichista e collaboratore de “L’Arca International” e direttore responsabile di “Nocturno Cinema”, mensile cult dei cinefili.

Messina, Genova, Torino, Milano. Quattro città che segnano un percorso personale e professionale. Ce lo descrive?

«Messina è il luogo della mia infanzia, ci sono nato e ci sono stato fino a sei anni. Da bambino ricco, accompagnato alle elementari private dall’autista con la Mercedes. Alla fine degli Anni 50, l’impresa di costruzioni di mio padre ha avuto seri problemi e ci siamo trasferiti a Milano, vivendo in una situazione molto meno brillante dal punto di vista economico.
Messina è per me come un sogno, lo Steinway a gran coda di mia madre, le partite a dama con mio nonno Michele, vecchio socialista amico di Bordiga, i cannoli di Venuti, le granite di Irrera. Nonostante tutto, non torno volentieri in Sicilia, se non è proprio necessario. Mi scontro con una certa mentalità alla quale non sono più abituato. Ci sono andato spesso per lavoro, certo, e ho frequentato a Palermo il terzo anno di Architettura, perché mio zio era docente e mi faceva fare apprendistato nel suo studio. E un altro zio era giornalista della Rai e mi ha fatto conoscere un sacco di gente, da Sciascia a Sellerio a Contrada che poi, casualmente, da giornalista, intervistai dopo il suo arresto. Ma trovo Palermo una città meravigliosamente macabra».

E Milano?

«Milano, per citare uno splendido racconto di Tommaso Landolfi, «non esiste». La trovo spersonalizzante, anche se a me ha offerto molto dal punto di vista lavorativo, il solo per cui valga la pena di abitarci. Non la amo, forse, anche perché, da bambino, sulla mia pelle, ho capito cos’è (o meglio cos’era, negli anni 60…) il razzismo nei confronti dei meridionali, quando «non si affittavano case a gente del sud». Bastava un accento diverso, parlare con le «e» larghe, per essere oggetto di insulti e botte. I bambini sanno esseri perfidi».

Poi Genova…

«È la mia città di adozione, che amo, ci sono stato 25 anni e ci torno tutte le settimane o quasi. Ora che sono un pre-pensionato ex legge 413, finirò, prima o poi, per ri-abitare in Liguria. Più di vent’anni in Lombardia mi sono bastati. Anche se a Milano ho i miei migliori amici. Mi sono laureato in architettura al Politecnico di Torino (dopo aver litigato con un prof di composizione a Genova, mi sono trasferito lì per gli ultimi due anni). Visto che non so tenere una matita in mano, ma amo la storia e la critica dell’architettura, devo la mia laurea al mio amico, che purtroppo non c’è più, Luciano Mazzarello, poi divenuto architetto di successo in Sud America: lui disegnava e io impostavo la parte teorica. Eravamo simbiotici. Ci siamo laureati con una tesi, poi pubblicata dal Sunia, con un finanziamento del Comune di Genova,  sull’autoprogettazione nei cinque palazzoni di via Lugo, a Genova, San Teodoro, un tempo ghetto di diseredati ed emigranti. Dove si faceva anche politica per mutare quella sorta di prigione creata dalle folli politiche edilizie degli anni 50. Luciano ed io abbiamo impostato un progetto mediato dalle esigenze reali degli stessi abitanti. E il Comune ne ha tenuto conto nel ristrutturare il complesso».

Da architetto a giornalista…

«Già, per caso, dovevo partecipare a un concorso a Roma ai Beni Culturali e scrivere articoli di architettura sui giornali mi avrebbe dato punti. Così andai al Corriere Mercantile il cui capocronista, Paolo De Totero era un amico che incontravo ai bagni Europa. Cominciai a scrivere pezzi su argomenti di edilizia e a rispondere ai lettori che volevano sapere chi era la persona cui era intestata la via in cui abitavano: mi ero inventato la rubrica “Un nome, una strada, una storia”. Quando negli anni 80 il Comune decise di dar via al concorso per ricostruire il teatro Carlo Felice, mi occupai io di seguirlo. E Bruno Zevi lesse i miei pezzi, mi citò su L’Espresso e venne a Genova per un infervorato dibattito sul tema. Venni assunto come praticante».

Poi ancora a Milano…

«Dopo sette anni al Mercantile, sentivo, forse sbagliando, lo dico con il senno del poi, il desiderio di cambiare. Due mesi al TGA di Emilio Fede mi federo capire che non ero tagliato per la tv né per Fede. Fui assunto a La Notte da Cesare Lanza, allora direttore editoriale, e furono, insieme a quelli al Mercantile, i migliori anni della mia vita, professionalmente (e non solo) parlando. Poi Rusconi vendette La Notte e il giornale cadde in picchiata. Me ne andai, chiamato dal mio ex caporedattore Bruno Fudoli, a un nuovo settimanale di cronaca, Noi, diretto da Gigi Vesigna. Bei tempi, pure quelli. Girai mezzo mondo come inviato, comprese esperienze, sia pur episodiche, di guerra: in Somalia, in Kosovo, in Croazia… Dopo due anni Noi venne trasformato in Chi dove ho tenuto duro 17 anni, fra alti e bassi, decisamente più bassi che alti. Non sono tagliato per il gossip. E poi il giornalismo cominciava a cambiare, in peggio. Lo capii quando, un giorno, bussai alla porta di una signora, mi pare a Frosinone o da quelle parti, il cui figlio era fuggito per cambiare sesso e lei mi disse: «No grazie, è già venuto il Gabibbo».

Ci racconta in 10 righe il cinema italiano contemporaneo?

«Da una decina d’anni sono direttore responsabile di Nocturno e finalmente posso occuparmi della mia grande passione: il cinema. Ma non dimentico l’architettura, mantengo una rubrica su L’Arca International, rivista in tre lingue con la quale collaboro da quando è nata, nel 1986. Il cinema contemporaneo italiano? Concordo con quando ha detto, recentemente, il grande sceneggiatore Luciano Vincenzoni: «Non esiste». Come Milano. Al di là delle provocazioni, i registi italiani degni di questo nome sono meno delle dita di una mano. Ci sono Sorrentino e pochi altri… Il resto è tv su grande schermo».

Conosciuto e apprezzato come esperto anche di cinema porno italiano, lei ha pubblicato,per Gremese editore, Moana e le altre, 20 anni di cinema porno in Italia, e La Commedia erotica italiana. Quali sono i sex symbol di oggi?

«Moana e le altre l’ho scritto con Andrea di Quarto, giusto per puntualizzare. Per  il porno italiano odierno vale lo stesso discorso che ho fatto per il cinema: «Non esiste». O meglio, non esiste la costruzione del film porno. La cosa migliore sono gli amatoriali.
Dunque, almeno per me, i sex symbol sono le casalinghe e le signore, più o meno bene, che coraggiosamente si divertono a girare quei video privati».

Il Maestro dell’eros Tinto Brass, che lei conosce e apprezza, ha recentemente dichiarato che oggi di trasgressivo è rimasto l’amore e che per  questo si sposa con Caterina Varzi, che considera la sua donna sebbene viva in un’altra casa («Tra noi, la possessione intellettuale ha sostituito quella carnale») e nonostante abbia da anni un compagno che per Brass, giura, è diventato «come un fratello minore». Ci aiuta a decifrare?

«Premesso che Caterina è anche la psicoanalista di Tinto, posso decifrare laconicamente attraverso un’affermazione di Brass: “Il tradimento è un tabù  culturale“. Condivido».

Al porno, Carmelo Bene riconosceva l’altrove della macchina da presa e di qualsivoglia pretesa autoriale, la marcia in più smarrita dal commercio di cinema: “Siamo nel porno”, amava ripetere, sicuro che in pochi avrebbero capito…

«Siamo fra quei pochi, ovvero gli amici che studiamo il porno con serietà: Giorgio Bortoluzzi e Fabrizio Zanoni, gli animatori dell’ex Videoimpulse, grande rivista di settore ahimé oggi chiusa, il professor Pietro Adamo, autore di numerosi libri sul tema, il nostro guru Michele Capozzi. Seguire i dibattiti sul porno in tv è deprimente. E il discorso vale per i programmi cosiddetti colti che che per quelli di intrattenimento».

Sta per essere pubblicato il suo ultimo libro sugli aspiranti sexy eroi, scritto con  Pietro Adamo, docente di Storia moderna e autore di Porno di massa (Cortina, 2004), il testo che getta le basi imprescindibili alla costruzione di una critica competente. Che cosa svelerà questo vostro nuovo libro sul sesso di ancora non raccontato?

«Nulla è “mai raccontato”. Abbiamo avuto la fortuna di avere in eredità da un amico regista di hard amatoriali, Hans Rolly, oggi scomparso, circa 10.000 lettere indirizzate a lui, buona parte con foto, di aspiranti attori, uomini e donne, a luci rosse. Ne è uscito uno spaccato sociale e culturale dell’Italia degli anni 90 che prelude all’era berlusconiana.
Ci piacerebbe farne una riduzione teatrale. Una sorta de “I monologhi della vagina“ in versione maschile: magari i monologhi, o meglio i dialoghi, del pene»

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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