Misteri italiani. Intervista a Carlo Lucarelli

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di Elisabetta Rossi

Il giallista, sceneggiatore e regista Carlo Lucarelli, all’Ateneo Veneto di Venezia in occasione del Festival del Mistero in corso nel Veneto sotto la direzione artistica di Alberto Toso Fei, racconta a ItaliaMagazine il suo rapporto con il mistero.

Lucarelli, il mistero, quello umano, ha sempre una soluzione, per quanto sconosciuta?  Oppure il fatto che un evento venga catalogato come mistero preclude la possibilità di poter conoscere la verità?

“I cosiddetti misteri della storia, quelli di cui mi occupo io, non dovrebbero essere chiamati misteri perché c’è sempre qualcuno che conosce e conserva  la verità in triplice copia.”image

È la logica che svela il mistero?

“Indubbiamente si. Ma anche il tempo che spesso scrive il finale di un mistero. Qualcuno prima o poi aprirà un cassetto e la verità verrà alla luce. Non esistono casi irrisolvibili ma solo casi irrisolti. A me preoccupano i misteri patologici, i segreti che mi fanno più paura dei misteri perché denotano un sistema malato.”

La ricerca continua di un significato è la prova dell’insignificanza umana, quella di cui parla Milan Kundera nel suo ultimo romanzo a proposito dell’essenza della vita?

“Arrivati alla soglia del misteri molti si fermano perché la conoscenza non è sempre così rivoluzionaria. Ma se in un corridoio ci sono due porte, una luminosa e una buia, molti si avvicineranno d’istinto a quella buia. Questo è l’istinto innato per il mistero”.

Lei non si è mai occupato del caso Orlandi? Perché?

“È un mondo che non conosco, che non ho mai studiato. Trovo le vicende del Vaticano molto complicate”.

Qual è il rapporto tra giustizia e mistero in Italia?

“Considero i magistrati degli storici. L’idea che mi sono fatto è che nei gialli si arriva alla verità. Nella realtà è tutto molto più difficile. Mi è capitato anche di trovarmi più avanti di un magistrato ma non perché ne sapessi di più. Per caso. Ho fatto due più due. Ad esempio, nel caso della banda della Uno bianca sono arrivato prima degli investigatori. In quegli anni lavoravo come cronista di nera nella provincia bolognese. Ho scritto un libro nel 1993, Falange armata, che anticipava la soluzione a una vicenda che per sette lunghi anni terrorizzava Bologna:  24 omicidi, 103 tra rapine e assalti compiuti dalla Banda guidata dai fratelli Savi.

Il mio, però, non è un lavoro d’inchiesta ma storiografico. Quello che dico è già scritto negli archivi. Per quello non ho mai subito minacce e non vivo sotto scorta come Saviano. Ma in alcuni casi la verità, per quello che mi riguarda, non è quella giudiziaria come nel caso dei delitti del DAMS di Bologna”.

Ma questa è un’altra storia…

 

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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