“Ritratti abusivi” in concorso al Festival del Film di Roma: la Campania ancora protagonista

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Intervista al regista: Romano Montesarchio

Di Stefania Taruffi

Al Festival internazionale del Film di Roma continua la rassegna dei film e documentari che hanno come sfondo il Sud dell’Italia. Ritratti di un’umanità dimenticata, poco conosciuta. Di realtà criminali, abusive, degradate con un occhio all’anima leggera del sud, a quella capacità di ‘arrangiarsi’, di ‘saper vivere’, di ‘accontentarsi’, di sorridere con ironia sulle proprie difficoltà. E alla fine, quello che emerge, non è un quadro negativo di quel mondo, ma molto positivo: emergono ‘il volto umano’ delle persone, i ‘valori’ che restano integri nel sud, il senso della ‘famiglia’, del rispetto, della condivisione e della ‘solidarietà’, indispensabili per la sopravvivenza, ma anche per un vivere più allegro, leggero, basato sulle piccole gioie quotidiane e sugli affetti.

Romano Montesarchio

Romano Montesarchio

Nell’ambito delle prospettive doc Italia, in concorso, molto interessante in tal senso è il documentario RITRATTI ABUSIVI, diretto e sceneggiato da Romano Montesarchio, casertano,che dopo aver studiato regia e fotografia, ha iniziato a lavorare come video artista, fotografo e cameraman al cinema e in tv. Ora lavora come sceneggiatore, scrittore, regista e direttore della fotografia per i suoi documentari.

Ritratti Abusivi è un po’ il proseguimento del suo precedente lavoro, “La Domiziana”? Ce ne può parlare?
Sì, nasce da una costola di un mio precedente film documentario, “La Domiziana”, che raccontava la S.S. Domiziana che congiunge le provincie di Napoli, Caserta fino al basso Lazio, sulla fascia costiera. La Domiziana è una strada che era stata costruita dai Romani e che doveva dare lustro al centro-sud, facilitando i rapporti tra Roma e Napoli. Incredibilmente, duemila anni dopo, diventa invece il simbolo del più alto degrado italiano, perché attraversa la periferia di due provincie ad alto tasso di criminalità e rischi ambientali, Napoli e Caserta. In questo “road movie” raccontavo però solo la vita sulla strada, senza entrare nelle case. Mi è rimasta la curiosità di farlo, perciò è nato Ritratti Abusivi.

Così si è fermato al Parco Saraceno, dove è ambientato il documentario. Come mai proprio in quel luogo?
Lungo quella fascia costiera, già degradata, quello è ritenuto il posto più degradato di tutti. Incuriosito, ho cominciato a frequentarlo. E’ un agglomerato di 20 palazzine di 3 piani ciascuna, che a sua volta è sopraelevato rispetto al livello del mare. E’ molto difficile accedervi e una volta entrati, è difficile uscirne. Composto architettonicamente da strade che si intersecano, come in un labirinto, si rimane incredibilmente attratti da quel luogo. Sembra un set cinematografico precostituito: pareti scrostate, finestre rotte o assemblate con infissi di risulta, edifici cadenti, fili che penzolano. La cosa particolare però, una volta entrati, è che all’interno delle case, vive una comunità locale perfettamente integrata in quel territorio. Le porte delle case sono tutte aperte e le persone, i bambini, non si capisce dove abitano, di quale famiglia fanno parte, per quanto scambio sociale c’è fra gli abitanti. E’ stato difficile collegare i nessi familiari, perché sembrava un’unica grande famiglia, una comunità familiare.

Per quale motivo il parco Saraceno si è ridotto in questo modo?
Nasce come Villaggio Coppola, un’isola abitativo-alberghiera del Comune di Castel Volturno, sulla costa, che voleva essere un fiore all’occhiello della Campania. Al suo interno, c’è il parco Saraceno, i cui appartamenti erano destinati ai militari della Nato, in servizio a Napoli. Era un posto rinomato, dove avevano la dimora estiva anche le famiglie ‘bene’ di Napoli e Caserta. Qui vennero girati film famosi come “Stasera mi butto” e altri. Il problema principale era che ‘quasi’ tutto il villaggio, era stato costruito abusivamente. Andati via gli americani della Nato, gran parte delle abitazioni sono state dichiarate ‘abusive’ e sgomberate, senza che poi ci sia stata una riqualificazione. Perciò il Parco Saraceno, è rimasto abbandonato.

Come è nato questo documentario, con quale spirito?
ritratti-abusiviInizialmente volevo raccontare questo luogo da un punto di vista fotografico, facendo dei ritratti alle persone, come si faceva una volta al Sud. Ad esempio ai contadini, alle famiglie patriarcali, tutti ben vestiti, in posa. Volevo dare una dignità alle persone semplici, ritraendole nel loro contesto.
Tuttavia, man mano che li inquadravo, scoprivo che non solo si mettevano in posa, ma volevano anche raccontarsi. Ho iniziato allora a farli parlare e a filmarli con l’audio, trasformando il tutto in un film documentario, mantenendo però integra la formula dei ‘ritratti parlanti’, da cui deriva il titolo: Ritratti Abusivi.

Come è stato l’impatto del ’cineoperatore’ con gli abitanti del luogo?
1457481_10202396698029575_446116925_nPer un anno ho frequentato questa gente, gli scattavo foto, sono stato in mezzo a loro. Questa lunga e discreta frequentazione ha creato un rapporto di grande fiducia e naturalezza. Avevano capito che il mio, non voleva essere il solito documentario di ‘denuncia’ e che io non volevo metterli a disagio, con la telecamera. Erano prevenuti, ma si sono tranquillizzati una volta che hanno capito che volevo solo far emergere la loro umanità, i loro sentimenti più profondi. L’hanno capito attraverso le mie domande che nessuno aveva loro mai posto: sulla felicità, sui sentimenti, sui valori, sulla famiglia. A quel punto sono diventati naturali e hanno iniziato a recitare se stessi. Ed è stato allora che ho iniziato a fare il film, ero divenuto un ‘occhio invisibile’ che faceva parte della loro quotidianità.

Nonostante il forte degrado in cui vive, quello che emerge è che la gente, qui, è serena, felice. Qual è il segreto di questa felicità?
La loro è quasi una ‘condizione zen’: non lavorano e non possiedono nulla! Noi per trovare equilibrio e rilassarci dal nostro stress quotidiano dobbiamo praticare meditazione, yoga. Subiamo lo stress da lavoro, guadagno, benessere, abbiamo continui bisogni: della macchina, del telefonino, di beni, di oggetti. Loro non hanno le esigenze che abbiamo noi: devono solo provvedere a nutrirsi e per questo bastano pochi euro, guadagnati facendo ogni tanto i posteggiatori abusivi. Per il resto non pagano affitto, utenze (si allacciano abusivamente alle reti elettriche, del gas e dell’acqua), non hanno esigenze di svago, si divertono fra loro. Non hanno bisogni, se non quelli primari.

Al Festival emerge una particolare attenzione al Meridione, attraverso i lavori di autori, produttori e registi meridionali o appassionati del meridione : “Song’e Napule” di Manetti Bros, “Take five” di Guido Lombardi, “La Santa” di Cosimo Alemà.” Ritratti abusivi” . Come mai il sud vuole raccontarsi?

1460078_10202396699949623_1192007737_nAlla base di un racconto c’è il ‘conflitto’, due cose che contrastano fra loro. Il Sud, in Italia, è quello che propone più conflitti, contrasti. E’ molto caratterizzante, colorato, il Sud. Si presta molto a un racconto. E poi buona parte del Sud, dalla Sicilia al Lazio, è naturalmente teatrale. Napoli è Edoardiana ad esempio, quando incontri una persona al bar, ti fa un vero e proprio pezzo di teatro, semplicemente essendo se stessa. Al sud si mantengono intatte molte tradizioni, c’è allegria, autoironia, voglia di leggerezza.

Qual è il futuro del Parco Saraceno?
E’ dal 1970 che si parla di una riqualificazione di questo territorio, con la creazione di un porto turistico che si colleghi a Ischia, Capri. Ma poi non se ne fa mai nulla. Quel territorio non produce più economia. Ci sono troppi immigrati, anche gli italiani che ci sono, sono residenti in paesi limitrofi, quindi non votano. E siccome gli Amministratori vanno a servire chi gli dà i voti, questi luoghi non ricevono servizi.

Su cosa sta lavorando, per il prossimo film?

Romano Montesarchio e Raffaele Manco

Romano Montesarchio e Raffaele Manco

Sto lavorando alla sceneggiatura del mio primo film di finzione. Chiude un po’ la trilogia iniziata con ‘La Domiziana’ e racconta la vita e le vicissitudini di un uomo, legato alla criminalità, che a un certo punto è costretto a chiudersi in un bunker, come capita a tanti nostri latitanti. E da lì gestisce un immenso impero imprenditoriale-criminale.

Il suo è un lavoro di equipe. Chi sono i suoi collaboratori?

Poiché cerco di instaurare una grande intimità con le persone che riprendo, come metodologia di lavoro non utilizzo una troupe. Molto spesso lavoro da solo, o in compagnia di pochissime persone, che quasi sempre, sono anche miei amici e che mi aiutano molto a instaurare un po’ di calore con le persone che ritraggo. Raffaele Manco, il Direttore della Fotografia, è un amico. Massimiliano Gaudio nella vita è mio cugino, mi frequenta, mi segue e cerca di trasporre in musica quello che viviamo e riprendiamo. Con Davide Franco e Roberto Perpignani ho un legame incredibile.
Il risultato, è che tutte le persone che hanno lavorato al documentario, compresi i produttori, sembrano voler bene alle persone che abbiamo rappresentato.

Ci parli della produzione: il film è stato prodotto da ‘I Figli del Bronx’ e Rai Cinema. Figli del Bronx produce molti film di genere e racconta la criminalità, il disagio, le periferie.
Il produttore Gaetano di Vaio, ha iniziato come attore nella compagnia “I ragazzi del Bronx Napoletano”, diretta da Peppe Lanzetta. Nel 2004 ha preso la strada di produttore cinematografico, fondando l’Associazione Culturale “Figli del Bronx,” divenuta in seguito anche Società di Produzione Cinematografica. Produce quasi tutto ciò che appartiene al sottoproletariato. Ha una sua storia personale molto interessante: è un ragazzo di strada, di Scampia, che è stato alcuni anni in carcere. A un certo punto della sua storia criminale, ha capito che poteva riscattarsi con la cultura e ha iniziato a fare film, raccontando le realtà in cui è vissuto per molti anni. In concorso c’è anche un altro suo bellissimo film, sempre ambientato al Sud,‘Take Five’.

UNA PRODUZIONE: Figli del Bronx e Rai cinema
REGIA: Romano Montesarchio
SOGGETTO: Vincenzo Ammaliato & Romano Montesarchio
FOTOGRAFIA & RIPRESE: Raffaele Manco & Romano Montesarchio
MONTAGGIO: Roberto Perpignani in collaborazione con Davide Franco
FONICO DI PRESA DIRETTA: Daniele Maraniello
MONTAGGIO SUONO: Fabio Pagotto
MIX E SOUND DESIGN: Marcos Molina
MUSICHE: Massimiliano Gaudio
PRODOTTO DA: Gaetano Di Vaio per Figli del Bronx Produzioni

CAST ARTISTICO: Pasquale Patierno, Salvatore Palomba, Vincenzo Marotta, Ciro Salessi, Caterina Cerchia, Lello Cerchia, Carmine Migliaccio, Claudia Conte, Costantino Migliaccio, Nello Formisano, Emanuele Conte, Marco Formisano, Bian Migliaccio, Giuseppe Cantone, Carmine Migliaccio, Gennaro Raducci, Vincenzo Puocci,
Ulrike Dentale.

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

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