Al Museo della Mente le ombre si allungano: suggestioni sparse sull’oltremondo di Dino Campana

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di Martina Peloso 

La distanza tra l’intimità di Dino Campana e l’asfittico ambiente della famiglia e del paese di Marradi avremmo potuto misurarla in… passi.

Le impronte del poeta – impronte scalze di autentico vagabondo – restano fantasmi in Europa e in America. Firenze, Bologna, la Francia, il Belgio, l’Argentina: sono solo alcuni dei luoghi che raggiunse nella sua sbandata e voluttuosa fuga da Marradi e le tappe del percorso, ritagliate e scombinate ad arte, sono gettate come dadi (nessuna manca all’appello) all’attenzione del lettore nell’unico libro che il peregrino pubblicò in vita.

La tematica dominante ne “I canti orfici” sembra quella del viaggio. Ma dietro il viaggio, incollato e indipendente come un’ombra o un riflesso, c’è il “percorso” del poeta, che altro non è che la ricerca di se’ attraverso un lascivo sprofondamento nel proprio inferno personale. Il percorso fu e prese letterariamente le forme di una “catabasi”, cioè di una discesa agl’inferi: Faenza, Bologna e gli altri luoghi geografici toccati sono proiettati in una realtà parallela, anzi, in una “irrealtà”, e sembrano molto diversi da quelli che conosciamo o ci aspettiamo; essi sono infatti rovesciati nel cono prospettico dell’interiorità di Dino Campana: “Ero sotto l’ombra dei portici (Bologna) stillata di gocce e gocce di luce sanguigna ne la nebbia di una notte di dicembre.”PELOSO

Che il percorso del poeta “folle” fu una catabasi pare evidente anzitutto dal titolo: Orfeo fu uno dei pochi personaggi mitici che la letteratura fece scendere nell’oltretomba. Il fantastico musico che percorse gli inferi per riprendersi la compagna Euridice e riportarla in vita, del quale si narra che alla morte la testa fu seppellita nel tempio di Dioniso e la sua lira nel tempio di Apollo, ha più di una caratteristica che il poeta Dino Campana riconobbe in se stesso. Dioniso e la follia, Apollo e l’ispirazione poetica. L’apollineo e il dionisiaco si mescolano nella vita e nella poesia di Dino Campana.

Gli Inferi sono tradizionalmente avvolti dall’oscurità e tutta l’opera del poeta è dominata dalla notte: “Notturno” è il titolo di uno dei primi testi e non troviamo mai più luce di qualche sparuto tramonto. Ma la notte non è una condizione fisica, bensì una proiezione d’ombra, l’ombra della coscienza: e, quando la coscienza manca, appare l’incoscienza, l’inconscio.

Ma quando fu che Dino Campana diventò incosciente? Molti suoi critici sono concordi nell’affermare che Campana “diventò” pazzo, cioè che perse il senno e il dominio di se’ a causa della mancata accoglienza da parte della famiglia e della “pruderie” di certa borghesia di paese e dell’èlite dei letterati, che svelti emarginarono Campana alle prime stravaganze (era soprannominato “il matto di Marradi”), e infine si dice che smarrì se stesso quando fu sottoposto alle “cure” manicomiali, in particolar modo negli ultimi anni della sua vita, che trascorse internato in via permanente.

Tutti coloro che si macchiarono del “sangue del fanciullo”, come il poeta stesso soleva dire riferendosi forse alla sua ingenua fede, causarono a Dino Campana una “ferita aperta”, “feritoia” attraverso la quale guardarsi dentro. E’ dalla “piaga rossa languente” (poesia “L’invetriata”) che il poeta rovesciò fuori il corpo, sfoderò l’intera pelle cominciando a percepire con altri occhi, con le terminazioni nervose di sottopelle.

La sensibilità pertanto non poteva che esasperarsi e ogni visionarietà e onirismo della poesia di Dino Campana sono il segno che tinse ogni ambiente, situazione o paesaggio con quanto aveva dentro se’. Fu la piaga rossa languente di un ferito a morte, di un semimorto, sospeso in transizione tra la terra e l’oltretomba (tra il chiuso della famiglia e del manicomio e la libertà degli spazi aperti), quindi in grado di parlare in stato di trance. Semimorte sono anche le altre figure umane di cui si legge nell’opera di Dino Campana, in parte perché proiettate in un ricordo passato e quindi già sfumate, in parte perché considerate nella loro anima.

dini_campanaJS“L’occhio di Regolo”, una delle prose poetiche che intervallano la lirica di Dino Campana, racconta di un girovago (Regolo, appunto: immaginario?) che il poeta incontrò a Milano e poi per caso in America latina: egli aveva un “occhio strabico fisso sul fenomeno”. Campana ebbe per un periodo di tempo una metà del volto paralizzata a causa della sifilide, malattia che probabilmente lo condusse alla morte e, poiché secondo la filosofia di Kant il fenomeno è l’introiezione della realtà e la modificazione di essa tramite la propria intimità, l’occhio di Regolo è l’occhio di Dino Campana che si guarda dentro.

L’occhio umano, d’altronde, con l’oscurità deforma l’ottica. La notte è luogo della creazione di mostri e di fantasie sessuali e il sesso nell’opera di Dino Campana ha le sembianze di una femminilità sdoppiata: nel suo “oltremondo” si incontrano frequentemente opulente matrone, “troie dagli occhi ferrigni” e figure diafane e aeree, fanciulle bianche e attonite, esangui. L’Euridice campaniana però, la sua Chimera, non è la causa della discesa, ma si figura come una nocchiera, un Caronte che guida il poeta e al massimo lo trattiene nel suo personale inferno.

Il pavor nocturnus, il terrore del bambino che di notte disegna ombre sui muri, è d’altra parte evidente persino nel linguaggio di Dino Campana, che sembra inserirsi talvolta in una fase di lingua “pregrammaticale”, fatta di termini semplici (lo stesso Campana parlava delle sue poesie come “robette da fiera”) e di un’accentuata musicalità, quasi una nenia o una filastrocca infantile, data da un’evidente ripetitività e dalle frequenti onomatopee, oltre che dalla metrica: “Ne la notte / Più lontano / Per le rotte / De la notte / Il mio passo / Batte botte.”.

Poiché la poesia di Dino Campana è fatta di un “inconscio controllato”, si esula dall’ideale anche nel linguaggio: il poeta fu in grado a mio parere non solo di uscire dai comuni usi linguistici dei blasonati poeti dell’epoca, utilizzando anche bassi registri e altre lingue (ci sono nell’opera interi passi in francese e in spagnolo), ma anche di “uscire dal linguaggio” stesso, usando i codici dei colori e della musica per comunicare. Le sue prose poetiche sono dolci e sensuali come giri di valzer, alcune poesie secche e definitive come percussioni di tamburi.

Diodoro Siculo disse che, secondo una versione del mito, Orfeo utilizzò per la sua musica l’antico alfabeto di tredici consonanti, quindi un codice altro rispetto a quello delle lettere greche come le conosciamo. E questo sarà solo un caso che viene a supportare suggestivamente la mia sensazione su Dino Campana, ma me ne servo rapita.

Il codice nuovo che Dino Campana mise in atto e con il quale scardinò un poco la poesia italiana dei primi del ‘900 è dato dalla composizione delle molteplici possibilità di espressione, che si allarga a trecentosessanta gradi, e ciò egli condivide con ogni catabasi letteraria: si pensi alla vivacità del linguaggio dantesco, all’amplissima fantasia del “poema a fumetti” di Dino Buzzati. Questo tuttavia in Campana sembra solo parzialmente una sua scelta: fu un poeta “maledetto”, poiché fu emarginato dalle maledicenze degli altri; l’emarginazione l’avrà indotto a sospendere il giudizio, che tanto lo ferì, e ad accogliere ogni anima nella sua fantasia; così nel suo immaginario interiore l’estetica è ribaltata, il brutto e il bello si radicano e si fondono a suggerire un’idea di sublime.

Dino Campana è un poeta lontano nel tempo. Della sua vita si conosce poco e la sua figura fluttua in disparte, enorme, ma quasi fuori dai tradizionali canoni della poesia tradizionale. Ma a buon diritto ci istruisce sul senso della parola poetica e della vita dei sentimenti. Questo i “poeti folli” ci concedono nel loro coraggio o nella loro incoscienza: una discesa non mediata nell’inconscio, d’attingere a piene mani una ricchezza che non sarà “oro” perché torbida di cadute, ma forse “petrolio”, un bene fossile, che raccoglie la storia di tutti. Sarà per la capacità di parlare al sommerso di ciascuno, in ogni storia ed epoca, che Campana ha saputo estendersi nel tempo fino a noi più di molti dei suoi contemporanei.

 

 

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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