Ecologia del vivere: ma è peccato non fare prevenzione?

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Di Peppe Mariani

Con frequenza precisa e sempre con meno pause, assistiamo a disastri di grandi dimensioni, dove la “mano umana” ha grandi responsabilità; perché si è costruito in siti a grandissimo rischio, perché la struttura del territorio è letteralmente violentata da interventi sciagurati.
brugnato_brugnato5_1E come una nenia ad appuntamento: accompagniamo devastazione e morti, però, subito dopo, ci lanciamo in collette di generosità. In Italia il 68% dei comuni sorge in zone a elevato rischio idrogeologico, eppure nessuno è in grado di arrestare la colata di cemento su tutto il territorio. Viviamo in un paese in cui il dissesto idrogeologico è continuamente ignorato, nonostante buona parte del nostro paese sia a rischio. I corsi d’acqua minori sono regolarmente intubati, imbrigliati, lasciati invadere da detriti d’ogni genere, spesso usati come discariche o ricoperti da strade e rappresentano la principale criticità del territorio. Spendiamo, piangiamo e paghiamo solo per tamponare i disastri, mai per programmare e progettare interventi di messa in sicurezza definitiva del territorio. Perché? Non è conveniente? Perché occorrono molti anni e le nostri classi dirigenti lavorano su “piccoli periodi”. Forse! Eppure si fanno importanti ricerche, articoli di grande enfasi i cui autori sono nomi altisonanti. Per non parlare, poi, dei talk show che ormai nel palinsesto annuale prevedono una programmazione con spazi “fissi” per questi temi. Certo è, che se iniziasse la prevenzione si dovrebbe rivoluzionare tutto, perché questo tipo di “imprevisti” potrebbe finire. Nel rapporto “Pianificazione territoriale e rischio idrogeologico” redatto dal Ministero dell’Ambiente nel lontano 2003 si afferma: “La stima del fabbisogno finanziario complessivo per la sistemazione dei bacini per oltre 11.402 interventi di messa in sicurezza del territorio già individuati ammonta a 33.428 milioni di euro”. Come sempre, è questione di scelte. E non si tratta di un problema marginale o occasionale. L’Irpi-Cnr ci dice: “Da oltre vent’anni, prima nell’ambito delle attività di ricerca condotte dal Gruppo Nazionale per la Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche (GNDCI), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), e successivamente nell’ambito di attività di ricerca e sviluppo tecnologico svolta per il Dipartimento nazionale della Protezione Civile, della Presidenza del Consiglio dei Ministri, raccogliamo, organizziamo e analizziamo informazioni sull’impatto che eventi di frana e d’inondazione hanno sulla popolazione. Dall’anno 843 al 2012, abbiamo catalogate informazioni di 1676 eventi di frana che hanno causato almeno 17.500 vittime, numero che comprende i morti, dispersi e feriti, avvenute in 1450 diverse località. Per quanto riguarda gli eventi d’inondazione dall’anno 589 al 2012, abbiamo notizie di 1346 eventi che hanno causato almeno 42.000 vittime in 1040 diverse località. Negli ultimi 50 anni trascorsi dal 1963 al 2012 tutte le regioni italiane hanno subito eventi per i quali si sono registrate vittime. Più in particolare le frane avvenute hanno prodotto 5.192 vittime (3.302 morti, 17 dispersi, 1.873 feriti), e nello stesso periodo ci sono le inondazioni hanno prodotto 1.563 vittime (692 morti, 66 dispersi, 805 feriti)”. Mi sembra che sono numeri da far tremare i polsi anche alle salme. Un eterno allarme quello del dissesto idrogeologico che da Nord a Sud suona puntuale ogni volta che il maltempo si affaccia sulla Penisola. Questi processi sono influenzati in modo diverso dal clima, dall’ecologia e dall’attività umana. Ma tutti sappiamo come l’urbanizzazione selvaggia è incurante delle leggi della natura. Ma se fosse questa la risposta dei nostri perché? Mi viene un sospetto! Ma ci sono sodalizi tra urbanizzatori, palazzinari e amministratori? Mi sembra troppo. Però mi perdo nei pertugi dei sospetti e divento più incline alla certezza quando leggo, per l’ennesima volta, una notizia che ora vi riporto, ripresa dall’agenzia ANSA (02 dicembre, 08:02): “Cade pino, muore motociclista a Roma. Procura indaga. Testimone: albero non aveva radici, legato un cavo acciaio”. download (6)Riporto integralmente l’articolo di Simona Tagliaventi: «Stavolta non c’è stato un nubifragio, ma un forte vento, così intenso da far cadere un alto pino, probabilmente pericolante o malato, che ha occupato due corsie della carreggiata della Cristoforo Colombo, la strada che collega Roma al litorale. Proprio in quel momento, stava passando in moto Gianni Danieli, un fisioterapista di 41 anni, che è stato schiacciato dal peso dell’albero ed è morto. L’albero, hanno raccontato alcuni testimoni, sembrava non avere radici. E aveva un cavo di acciaio che pendeva. Su questo incidente la Procura di Roma avvierà un’inchiesta e si valuta di procedere con l’accusa di omicidio colposo. Il traffico è rimasto bloccato a lungo sull’arteria, e una testimone ha riferito che non è la prima volta che, proprio in quel tratto di strada, cade un albero che ferisce una persona. In molti si fanno il segno della croce – racconta – se passano qui quando c’è vento”. E poi quel cavo, di cui chi passava di lì si è chiesto il motivo: “C’era un cavo di acciaio che pendeva dall’albero caduto sulla Via Colombo. Dove fosse assicurato non lo abbiamo capito, ma abbiamo visto che altri due alberi erano legati tra loro da un altro cavo. Cosa significa questo, che sono pericolanti?“. Il Codacons intanto ha chiesto di “chiudere la Colombo fino a quando il Comune non sarà in grado di garantire la sicurezza dei centauri“. Quello di oggi non è il primo motociclista ucciso da un albero caduto sulla Colombo. Il 18 febbraio del 2009 Daniele Innocenzi, noto dermatologo di 54 anni, era in sella alla sua moto quando fu colpito dal ramo di un pino. Morì sul colpo, mentre stava andando al lavoro. E sempre oggi, sulla via Flaminia, poco dopo il cimitero di Prima Porta, è caduto un altro albero ad alto fusto che ha ferito due persone, madre e figlio, che erano a bordo di un’auto, per fortuna non in maniera grave. Un terzo albero è poi caduto, sempre stamani, in via Benzoni, all’Ostiense, impedendo l’accesso a un portone (…)». Ma lo possiamo sopportare? Quanti morti dobbiamo ancora piangere? Prevenzione, prevenzione, prevenzione! Un po’ di anni fa nel movimento evangelico statunitense, per protestare dell’eccessiva «timidezza nella risposta alle emergenze ambientali, una cautela che è percepita nel mondo come noncurante, negligente e disinformata» attraverso il reverendo Frank Page, presidente della Convenzione battista del Sud, sentenziò: «Il tempo della timidezza rispetto alla natura, creazione di Dio, è finito». Sembra che si stia facendo strada il concetto di «peccato ambientale». Come non condividere? E per la nostra memoria ricordiamo i classici sette peccati capitali: superbia, avarizia, invidia, gola, accidia, lussuria, ira. I nuovi potrebbero essere: inquinamento ambientale, violazione dei diritti fondamentali della natura umana, disinteresse verso gli “invisibili”, procurare povertà, rubare i beni comuni. E chi non fa prevenzione, e non ascolta le denunce dei cittadini sui possibili accidenti che avvengono con precisione chirurgica per la cattiva gestione del territorio andrà all’inferno? Certo, ed anche di corsa!

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

One Comment

  1. Massimo FEDERICO
    27 gennaio 2014

    fare prevenzione costa poco….e non rende milioni di euro a chi si occupa di ” emergenze “.

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