Il medico scappa con il malloppo ma non con i miei fratelli!

image_pdfimage_print

Di Peppe Mariani

forconi
Nei vari telefilm e film che escono quotidianamente sui dottori o nelle varie serie Medical americane, c’è una frase inserita nella trama del racconto, che ticchetta la mia fragilità umana e si appalesa come un incubo ogniqualvolta varco un ospedale: Lo stiamo perdendo…! LO STIAMO PERDENDO…!! Verosimilmente è una trovata televisiva, serve agli autori per tratteggiare la concitazione e la drammaticità del momento. Ma la trovata funziona. Rimaniamo inchiodati davanti al teleschermo in attesa del risultato. La nota positiva che però traggo da questi film è la perizia e la grande umanità, che in alcuni casi diventa vero eroismo, del personale sanitario, dal medico all’ultimo degli assistenti infermieristici. Devo ammettere che questo allenta la pressione dei miei incubi.
Non posso dire altrettanto quando osservo quello che sta accadendo in questi giorni in Italia.
“Città messe a fuoco“ da una protesta chiamata dei “forconi”, che sembra dichiarare che la pazienza della gente è arrivata al capolinea. Dopo anni di crisi, dove il disagio sociale provocato dall’elevata pressione fiscale, dalla mancanza di lavoro, da servizi pubblici deficitari, da sprechi in ogni angolo del P.A., dove la corruzione e il privilegio di pochissimi scherniscono le difficoltà di tantissimi, e dove l’immobilismo della politica e del governo furoreggia con sfacciataggine, la gente ha scelto il suo posto per far sentire le proprie ragioni: la piazza.
Precari, disoccupati, senza casa, commercianti e artigiani impoveriti, imprenditori costretti a chiudere le loro aziende, giovani e studenti senza futuro, tutti in piazza. Parliamo di un’area di sofferenza che si allarga sempre di più, esasperata da una crisi che morde i fianchi. Quello che crea più intorbidimento negli analisti è la radicalità delle proteste, è la confusione e l’eterogeneità degli attori e delle richieste in campo, in una situazione poco etichettabile e difficile da catalogare a prescindere. Abbiamo bisogno di tutto, ma certamente non di strumenti di analisi deboli, né tantomeno di classi dirigenti non all’altezza della situazione che relativizzano cromaticamente la composizione dei partecipanti o peggio soffiano sul fuoco della protesta senza dare risposte o riferimenti di percorsi possibili.

Serve un po’ di coraggio per attuare le riforme strutturali che aspettiamo e che tutti decantano come necessarie, ma nessuno le attua. Serve un po’ di passione per uscire dai propri recinti d’identità ristrette e spesso vuote, ma rimaniamo ancorati ai nostri interessi gruppali che spesso fanno il palio con la proclamazione di leader santoni. Serve un po’ giustizia sociale per far sentire che facciamo parte, tutti, della stessa comunità. Le istituzioni, la democrazia, ed anche la cosiddetta “società civica”, sono credibili quando riescono a contestualizzare la propria linea politica, le proposte e quindi le legittime proteste, dentro il territorio di ruoli definiti e chiari, dove l’autonomia e il pensiero critico sono stelle polari da seguire e non diavoleria da perseguire. Quando troviamo indignazione ma anche un po’ di consapevolezza, rispetto a quello che tutti abbiamo fatto sino a oggi, ed anche un po’ di coscienza rispetto ai processi di cambiamento, soprattutto in un periodo storico, quale l’attuale, di profonda crisi economica, sociale e crisi della rappresentanza. Davanti a questo caos che cosa dobbiamo invece riscontrare? La domanda più ricorrente in questi giorni, tra le diverse sensibilità civiche e che più imbarazza istituzioni e media è questa: Chi sono? Chi rappresenta chi? forconi1Mentre tutto sembra cadere, partiti, politologi e commentatori vari si esercitano a scoprire chi c’è dietro questa protesta, che cosa evocano i forconi, quali i rischi del ribellismo, chi cavalca questa protesta o come cavalcarla. Allora dentro di me, risento viva e forte quella voce che ticchetta la mia fragilità politica e si appalesa come un incubo ogniqualvolta la mia passione civica osserva gli eventi e sembra dirmi: Lo stiamo perdendo…! LO STIAMO PERDENDO…!! Ma ad alleggerire questo incubo, non ci sono medici eroici, né infermieri generosi, ma solo un fuggi-fuggi generale dalle proprie responsabilità. Allora mi devo aiutare con la mestizia delle visioni reali e amorevoli. Proprio in questi giorni è venuto a mancare Mariuccio. Vita difficile ma un cuore grandissimo. Negli ultimi dieci anni ha partecipato produttivamente alla costituzione e all’operatività di una cooperativa sociale di tipo B, cioè quelle finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Ho partecipato ai suoi funerali ed ho incontrato gli “eroi” di quell’esperienza che si chiama affrancamento o dignità o solo “lavoro”. Uno di loro mi ha detto che dei promotori, circa una dozzina, già ne sono morti sette. Un’esperienza sfortunata, allora! No, assolutamente no. Perché subito dopo un altro di questi “fratelli” di percorso, mi ha confidato: “Sono una persona diversa da quando ho riaperto le porte della speranza e ho conquistato la possibilità di guadagnare onestamente da vivere per me e per la mia famiglia. Tutti noi da questa esperienza abbiamo guadagnato una forza inespugnabile. Peppe, ti ricordi eravamo contro tutti, e tutti ci stavano contro, ma tu ci ripetevi proposte di percorso, e poi lavoro e coraggio. E abbiamo vinto. Allora tutti a correre sul nostro carro di vincitori di “vita buona” degna di essere vissuta. Da “esempi negativi”, siamo diventati “esempi da imitare”. Abbiamo occupato il palcoscenico della notorietà sociale, conquistato premi, attenzione dai media, hanno fatto saggi ed anche un film. Noi abbiamo toccato le ali dell’affrancamento con il lavoro e con la fiducia. Allora guardando ancora una volta quei volti segnati dalle fatiche di vite difficili, ma orgogliosi e pieni di sana esuberanza umana, riesco a diradare i fotogrammi pieni d’incubi di queste giornate tumultuose. E allora decanto poche parole dentro di me: Tutti devono avere la possibilità di vivere dignitosamente e quando questo non accade la benedetta “coesione sociale”, si frantuma e può accadere di tutto. Quando mi sono trovato davanti a queste drammatiche fragilità sociali, non ho fatto finta di niente, non mi sono girato dall’altra parte, e non ho fatto i conti né con il consenso, né con i poteri forti che sempre comandano le azioni dei decisori. Non ho urlato, “li stiamo perdendo” ma ho fatto la cosa più semplice del mondo: mi sono messo al loro fianco, cercando di capire e dare risposte concrete. Alle domande molteplici e crescenti, ho iniziato a lavorare per soddisfare i loro bisogni. Come? Sfruttando e valorizzando le risorse vecchie, scoprendo e sviluppando quelle nuove. Non ho creato aspettative e non li ho mai presi in giro. Ma abbiamo camminato insieme, rispettando ruoli e responsabilità di ciascuno, ma uniti. Uniti per la stessa causa e con la stessa dignità. Per questo sono diventati miei fratelli, e per questo Mariuccio lo vedo ancora sorridere, mentre lo saluto per l’ultima volta.

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *