Pagine & Caffè: Vi presento mio padre

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Dal libro di Peppe Mariani: “Sono una mamma felice di undici figli”
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Premessa dell’autore

Peppe Mariani

Peppe Mariani

Mi piace condividere e farvi entrare tutti in questo lavoro che mi ha donato fatica ed emozioni. Perché? Perché essere genitori oggi non è sempre facile. Spesso le nuove responsabilità e l’impegno per i nostri figli costituiscono un carico al quale non sempre siamo preparati. Diventa ancora più difficile quando non possiamo contare su di una riflessione e sul confronto, quando non riusciamo a trasmettere valori e certezze, perché noi, genitori, non siamo sicuri e non abbiamo certezze. Però forse qualcosa possiamo ancora fare…intanto osservare e riflettere. Buona lettura”.

PAPA’ ARTURO

Che spettacolo! Descrivere papà Arturo in prima battuta rimane semplice perché lo potremmo rappresentare con l’immagine che occupa ogni spazio della mia memoria e che rappresento in questo modo: l’ironia baldanzosa miscelata alla leggerezza e alla complicità amicale. Un valore aggiunto è stato, certamente, la sua capacità di trovare artifici per coglierla nella cruda realtà della quotidianità. Papà Arturo è questo, ma è stato soprattutto un regista umile che sapeva come sistemare con autorevolezza la scena più importante della sua vita: la famiglia. In realtà è molto difficile raccontarlo, perché con sensibilità silenziosa entrava in ogni pertugio della vita di mamma e di ognuno di noi con la maestria e, la precisione dell’artista del mosaico, e lui era un artista vero in questo campo, si racconta che fosse il migliore di Roma. Sapeva, dove posare la pietra giusta, nel mosaico multiforme e colorato effigiato dai suoi undici figli e dalla sua amatissima moglie di cui non perde una sfumatura. Senza ombra di dubbio, ha aiutato tutti, moglie e figli, a diventare quello siamo diventati. Quando eravamo piccoli, sapeva organizzare con scrupolosità i compiti da assegnare a ognuno di noi, per aiutare mamma Nella, nella gestione delle attività domestiche. Un vero e proprio planning delle pulizie domestiche e delle attività che dovevano essere svolte in casa con regolare cadenza quotidiana. Ognuno di noi, grandi e piccoli compresi, aveva un compito, per il mantenimento dell’ambiente in cui si viveva, salubre e accogliente; faceva in modo che non fosse solo un’incombenza, ma piuttosto un’attività necessaria. Nel contempo, evitava che il carico della gestione domestica ricadesse solo su mamma e sui più grandi.
Aveva saputo creare un’efficace e automatica collaborazione tra tutti. Sin da piccoli, infatti, siamo stati abituati a fare ognuno il proprio letto appena svegliati, a riporre i giochi dopo l’uso, a non lasciare scarpe e ciabatte in giro per la casa, a riporre la biancheria sporca nell’apposito cesto, a conservare con attenzioni ogni materiale per la scuola ma questo valeva anche per i giochi, perché passata la necessità del loro utilizzo erano riciclati a chi veniva dopo. Tutto si svolgeva con assoluta semplicità e normalità. Certo, dopo c’erano i compiti speciali: io, per esempio ero responsabile della pulizia e della lucidatura di tutte le scarpe che erano, anche se passate di moda, sempre lustrate a festa; avevo, altresì, l’incombenza della pulizia del giardino. Eh sì, il giardino! Il vero e unico hobby di papà Arturo. Si dice che il pollice verde sia una dote di natura, ma la bravura e la passione che papà era riuscito a trasferire nel giardino di “ villa Mariani” come amava dire mamma Nella, aveva superato l’attività di giardinaggio per diventare un composto di arte e di buona pianificazione di spazi e riciclo di materiali di risulta.
L’aveva costruito con le sue mani, metro dopo metro, pensando da subito che fosse un’ottima soluzione per passare nel modo migliore la giornata con la famiglia. Possiamo dire che quel giardino, anche se non grandissimo, l’aveva suddiviso per aree tematiche: La parte davanti alla cucina l’aveva adibita ad aria conviviale, quella laterale era occupata da noi per giocare, quella posteriore a orto. Poteva mancare la casetta magica? Certamente no! Costruita con materiale che era riuscito a prendere in ogni angolo del quartiere con Adriano e Fulvio (marito di Antonella) si era trasformata con il tempo nell’angoletto dei “segreti” con Adriano, il più piccolo dei maschi, con cui divideva piccole complicità e i suoi aneddoti di vita. Potevi trovare di tutto; fungeva non solo da minuteria degli attrezzi, pronta per qualunque lavoro a casa o in giardino, ma anche ripostiglio per le vivande.
Quel giardino in ogni stagione ci regalava, colori e profumi, dentro una cascata di forme ed emozioni che papà Arturo aveva saputo creare, devo dire con orgoglio, tanto era l’amore che scopriva in ogni cosa della natura, e che lui, sapeva curare con attenzione e sensibilità. 049Chiunque s’imbatteva nel “giardino di Arturo” restava ammaliato dall’infinità di fiori e dalla loro sistemazione suggestiva e originale. Un vero posto fatato costruito per noi. E’ proprio vero che la gioia della vita si nutre di colori e idee positive; papà Arturo, quello spazio lo aveva vestito con le gradazioni dell’arcobaleno. Quella fantasia di sfumature ticchetta ancora sulle nostre sensibilità emotive donandoci energia e gioia.
Qualche tempo fa, scrivevo queste parole, mentre pensavo ai miei risvegli e a quei profumi provenienti dal giardino, sicuramente favoriti dalle finestre che mamma apriva prestissimo senza calcolare né stagioni e né temperature e con solita sollecitazione piena di energia: “daje”! da mo’ che si è fatto giorno! Salutato Gesù Cristo e buongiorno per tutto il giorno!
“ Una nenia che non dovremmo mai dimenticare nei nostri risvegli è la capacità di aprire sempre le finestre dell’ottimismo, guardando sempre verso l’orizzonte della speranza. Quella speranza che cammina sul selciato della curiosità, che si perde nei meandri della visione, che si meraviglia della semplicità dei volti che incontra, che osserva i particolari delle note stonate facendole diventare musica piacevole. La speranza che tocca le corde della passione, che corre lungo i filamenti degli affetti, che balla sulle melodie dei ricordi. La speranza è un dono? O forse è altro? Penso che sia solo un’opportunità da tutelare, spesso rinforzare, ma sempre accompagnare nel cammino della nostra giornata che muove il primo passo al risveglio. La luce dell’aurora lilla-lavanda e poi pesca-arancio rivelano il nuovo il giorno insinuandosi nei pertugi del crepuscolo concluso, sempre con quel fecondo tremito, che sa come lambire il nostro corpo e la visione. E’ in quel prodigioso istante che l’universale lotta tra il popolo delle belle anime che si alimenta d’ideali e l’esercito del male che si consuma nel degrado degli abissi, marcherà la coscienza e incoraggerà la scelta del futuro acclamando il giorno che s’incammina”.

L’esito di queste abitudini e delle regole che camminavano con costanza quotidiana, non era scontato, perché la resistenza di noi bambini, inclini al giogo e alla frivolezza, rendeva il compito arduo e spesso caotico, ma lui sapeva come rendere più sopportabile tutto, aggiungendo scherzi e l’agilità di una complicità amicale che alla fine ti faceva accettare tutto. Severo nei momenti della convivialità familiare, dove le regole importanti dovevano diventare abitudini, perché costruivano la base del “buon vivere” della famiglia. Mi viene subito in mente, per esempio, una regola consolidata su cui non ammetteva deroghe: non si cominciava a mangiare se non quando tutti erano a tavola e non ci si alzava fino a quando non si aveva finito tutti. Si parlava delle cose fatte nella giornata, ci si guardava negli occhi apprezzando quello che c’era a tavola, senza capricci e senza confusione. Bastava uno sguardo di papà Arturo e si ricreava subito il rispetto di un certo equilibrio tra le voci di età così differenti. Provate a immaginare tredici persone, di cui undici in età dell’infanzia che parlano allo stesso momento, o che litigano per futilità o che fanno i capricci. Sarebbe stato un bel caos! Invece il momento dei pasti era sempre una festa, sempre in un clima gioioso. Era un vanto dei miei genitori e diventava orgoglio e gratificazione quando le persone raccontavano come regnasse serenità e educazione quando stavamo tutti insieme, come, appunto, nei pasti e come fosse una normalità nella famiglia Mariani. Certo, nel contempo, come fosse possibile rimane un “segreto” ma comunque il “nostro stare insieme “ era preso a modello.
La famiglia numerosa, nonostante le difficoltà, metteva allegria, e papà Artuto ci trasmetteva con simpatia e fermezza, tra le tante regole, quel senso di “famiglia”, di “unione” e “solidarietà” in modo così amabile, da rimanere nelle nostre vite, probabilmente, come caratteristica ineliminabile. Quelle regole che apprezzavamo quotidianamente, e il rispetto di certi impegni da rispettare, come proprio la puntualità ai pasti, ci invitavano ad apprendere l’atteggiamento positivo di insegnare le gioie della convivialità e della conversazione a tavola come buona prassi. Un appuntamento a quale nessuno mancava e quando si sposò Maria Pia, e quindi il suo posto a tavola rimase vuoto, provammo, tutti, un modo di sconcerto. Che tristezza! Ricordo con nitidezza, la malinconia di tutti, perché ci sembrava di essere rimasti pochi, o comunque sentivamo che qualcosa mancasse. In fondo eravamo rimasti solo dodici in famiglia! Dopo un po’di tempo capimmo che eravamo, in realtà, diventati quattordici e quindi quella tristezza si diradò.
Gli aneddoti su papà Arturo sono tanti; se c’è un comune denominatore che li accompagna quando li ricordiamo è il sorriso che compare sempre sul nostro volto e quell’orgoglio sempre “febbricitante” che aveva, papà, per noi figli. Difficilmente lo esprimeva palesemente ma sapeva come farlo arrivare ai nostri cuori. Stefano, racconta un aneddoto che forse rappresenta questo modo di papà di esprimere il suo orgoglio per noi figli: “ Ricordo che alcune volte lo andavo a trovare a Via Guido Reni, dove era la “zona”, come era chiamata il suo posto di lavoro, di operaio comunale e più precisamente di netturbino prima, e successivamente responsabile custode degli ambienti del suo reparto. Rimaneva abbastanza vicino al mio ufficio, quindi prendevo la macchina, alcune volte riuscivo ad avere quella aziendale – perché a lui piaceva “fare il fanatico” con i suoi amici che lo amavano tantissimo – e andavamo a fare colazione al “baretto”, proprio attiguo al suo lavoro. Ogni volta era una festa e mi presentava a tutti i suoi colleghi; mi portava in giro per il mercato coperto che era adiacente alla “zona”, e mi presentava a ogni fruttivendolo. Per ognuno c’era una battuta pronta, che i “bancaroli” apprezzavano molto. In quei luoghi di incontro e di commercio, rumorosi e colorati, in cui trovavi sapori e la storia di Roma, papà Arturo si muoveva con grande disinvoltura, e mi faceva assaggiare gli aspetti più profondi del significato della buona convivenza negli ambienti di lavoro e di vita. Poi al bar, dove rigorosamente doveva offrire lui. Era contento di quella ritualità, un modo per ringraziare tutti. Alla fine arrivava sempre in regalo: gli immancabili sacchetti neri, quelli grandi per l’immondizia, insieme ai guanti che gli operai usavano e che ancora conservo”. Queste “sortite” improvvise le continuò a fare Adriano, quando papà andò in pensione e iniziò a frequentare la parrocchia di S. Felice. Sempre la stessa festa, sempre la stessa atmosfera di ambienti vitali affettivamente! Gli occhi lucidi di papà erano sempre gli stessi, era cambiato solo il suo gruppo di amici e il luogo. Ora, erano quelli della Caritas e il bar si trovava vicino alla chiesa: “Bar Bonfantoni”. I proprietari erano nostri dirimpettai di casa, e pur non avendo grande frequentazione, erano legati alla nostra famiglia da un affetto profondissimo. I Bonfantoni, avendo la finestra sopra il nostro giardino, in qualche modo, condividevano la nostra quotidianità e apprezzavano l’operosità familiare e la vivacità della schiera di bimbi che scorrazzava per il cortile, senza mai diventare, però, “pericolosi” per la quiete condominiale. Comunque, la battuta davanti alla cassa era la stessa : “ No, PAGO IO! ”. Guai contraddirlo!
Papà Arturo lo ritroveremo in molti passi di questo libro e anche quando sembra non comparire, la sua presenza si sente e comunque si percepisce sempre; in fondo è lui il regista dietro la macchina da presa e l’artista del mosaico che sceglie il meglio per noi.
Papà Arturo ci ha lasciato il 28 maggio 1988!

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

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