Amelia Rosselli tra i poeti “inventori di mondi”. L’ultimo apostolo del secolo breve

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di Martina Peloso

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Amalia Rosselli – @Dino Ignani

Raramente nella letteratura nascono autori la cui voce va ben oltre l’elaborazione di un mondo peculiare, di uno spazio “fisico” entro i confini del quale è possibile pensarsi e perfino muoversi. Pochi stellati scrittori aggiungono a questa capacità tipica dei grandi la proprietà di fare di quel mondo un “luogo di non ritorno”.

La poesia di Amelia Rosselli è irreversibile. Con quest’affermazione non intendo semplicemente consigliare la “svolta” che la poetessa rappresentò (la svolta canonica che contraddistingue ogni classico) ma voglio indicare la vera e propria “perdizione” nella quale precipitiamo facendo la conoscenza dei suoi versi e, non secondariamente, l’esasperazione dell’agonia del novecento, il termine ultimo che ella rappresenta, oltre il quale era possibile solo inaugurare un’epoca letteraria nuova.

Amelia Rosselli fu l’ultimo apostolo della crisi, quella crisi che ebbe al centro i due conflitti mondiali e che vide la fine del primato europeo, con il disfacimento di ideologie, convinzioni e costumi del secolo breve. La poetessa fu interprete e fine ultimo, superando le avanguardie letterarie o portandole alle estreme conseguenze, fino allo sforzo massimo, allo schianto, oltre il quale non si può più dire.

Fu lì, nella curvatura del secolo, suo malgrado: nacque a Parigi dall’inglese Marion Cave e da Carlo Rosselli, antifascista e ideologo di quella inedita linea politica che da Giustizia e Libertà confluì nel Partito d’Azione. Era appena bambina quando perse il padre, ucciso nell’esilio francese da sicari fascisti: questo costrinse lei e la madre a peregrinare per buona parte dell’esistenza. Visse in Svizzera, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, ma solo in età adulta si stabilì in Italia. Amante e studiosa della musica, indagatrice delle possibilità della lingua, sperimentò lo strazio dei manicomi, ostaggio della malattia psichica e fisica (fu colpita da un precoce morbo di Parkinson). Si suicidò nel 1996, gettandosi dal balcone del suo appartamento romano.

La sua poesia è dimorata dalla nevrosi, il pensiero è una frattura multipla e scomposta e nella sintassi disgregata il lapsus insiste come una giustificazione. Frequenti sono le immagini appaiate senza nesso apparente e così anche le parole, che si susseguono traboccando l’una nell’altra: tutto si muove al zigzag del lapsus, che trova relazioni/rivelazioni di suono e di ritmo, corrispondenze inesplicabili nei pensieri sepolti. E proprio il lapsus è una tecnica voluta e ricercata, ma anche un gesto involontario: d’altra parte la libera associazione di idee è una tecnica psicologica e contemporaneamente un atto con cui la psiche si sbriglia senza controllo. “Barocco bello tutt’impigliato bianca ginestra con la solita Maria blu sul liquido cero nudo scandalosamente il Cristo attraente alle bambine. Cristo Jesù legno che non marcisci con lo cuore spinoso.” (da Prime Prose Italiane).

Amelia Rosselli impiegò questo tipo di andamento nelle tre lingue della sua scrittura: il francese, l’inglese e l’italiano. E se l’inglese fu la lingua madre, forse il francese fu la lingua dell’infanzia e l’italiano la “lingua padre. L’archetipo del padre – si sa – è una figura normativa e nell’italiano della Rosselli troviamo spesso un gioco enigmistico, metalinguistico e di “autistico” genio sulle regole che presiedono alla lingua italiana stessa: “coriambo / piede / (- o o -) / (un trocheo e un giambo) / pidoccheria / scrittura pidocchina // into the forest of no time // straniero nella tua terra” (da Diario in tre lingue).

Alessandro Baldacci in un saggio paragonò la Rosselli ad una bambina che smonta e rimonta i giocattoli: la poetessa scompose e ricompose le tessere minime del linguaggio e forse, cercando le regole, tentò di riabbracciare il “padre”.

Martina Peloso

Martina Peloso

La tecnica di ricomposizione fu presa in prestito dalla musica. Così la poesia di Amelia Rosselli è un pentagramma tutto suo, fatto di parole e di ricordi personali e collettivi e il suo “s-regolarsi” è insieme la norma e l’infrazione.

La memoria collettiva nei  versi di Amelia Rosselli è la guerra, nominata esplicitamente o evocata nel ritmo che mima l’ossessione delle sirene, le bombe di San Lorenzo; “Preghieradisperatarimuove / passionedisperataangoscia / infernoimmobilesintetizza / cantonidisintegratidella / miavita”: come non riconoscervi il battere e levare di un passo marziale?

L’incontro con la guerra e lo straniamento del conflitto ci appaiono anche nella compresenza di lingue diverse. Una Babele che ci respinge… Eppure, se tentiamo di calarci nella torre, capiamo che si tratta di un coro di voci che le appartengono, affatto estranee l’una all’altra, ma dialoganti tra loro. Sono le voci nella mente, ma voci familiari: quella della madre, del padre, di Amelia bambina…

Amelia Rosselli aveva un animo adolescente, meravigliosamente incagliato nella sua “fame di assoluto” (Alessandro Baldacci). L’immaturità, la malattia non sono zavorre, ma vanno ad impreziosire la sua figura di “classico”. Un classico è chi in letteratura ha compiuto una rivoluzione: in via generale chi compie la rivoluzione fa la guerra. Amelia Rosselli partecipò a suo modo alla guerra e alla rivoluzione.

Pur consapevole dei suoi limiti, inchiodata al suo tempo, fu  augure del futuro: “Siamo pronti per un’altra storia” disse ai suoi contemporanei in una poesia che resta a raffigurarla per sempre nel luogo del suo suicidio, epitaffio di Via del Corallo a Roma.

 

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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