“Il Duca” Federico da Montefeltro in un nuovo romanzo storico

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Di Stefania Taruffi
Intervista a Pietro Gattari

DUCA1Dopo due secoli di quasi silenzio sull’importante figura di Federico da Montefeltro, Duca di Urbino, è stato pubblicato la scorsa estate, e presentato giovedì 16 gennaio a Roma, presso la Libreria Arion, lo straordinario affresco storico e appassionante romanzo di avventure, guerre e intrighi, Il Duca, che segna l’esordio di una nuova voce nella narrativa storica italiana: Pietro Gattari. L’autore è un medico, appassionato studioso di storia e cultore, in particolare, delle vicende del Montefeltro. Il Duca è il suo primo romanzo.

Ha presentato il libro, lo scrittore, sceneggiatore e docente presso l’Università di Salerno, Achille Pisanti, mentre Alfonso Veneroso, attore e regista siciliano, ha declamato magistralmente alcuni passi salienti del libro, a un pubblico attento e rapito dalle vicende storiche raccontate e discusse in sala. Evento a cura di Cinzia Bellone.

Alfonso Veneroso

Alfonso Veneroso

Federico da Montefeltro, duca di Urbino, è un personaggio centrale e rappresentativo del Rinascimento. Grande capitano d’arme, invitto sul campo di battaglia, coniugò l’abilità di stratega militare con quelle di finissimo politico. Appassionato matematico, munifico mecenate, protettore degli artisti e scienziati che sempre affollarono la sua splendida corte di Urbino, studioso a sua volta e bibliofilo insuperato, Federico contribuì in maniera decisiva al risveglio culturale, letterario e artistico che ebbe luogo in Italia nel XV secolo. Le vicende pubbliche e private sono narrate in questo romanzo attraverso il diario del medico personale del duca, suo amico fin dall’infanzia, unico elemento romanzato. Sodale in vita, consigliere e testimone, fedele esecutore delle volontà di Federico alla sua morte, costui riuscirà, assieme a un ristretto nucleo di amici, a consegnare il ducato all’erede legittimo, Guidobaldo.

Achille Pisanti e Pietro Gattari

Achille Pisanti e Pietro Gattari

Il romanzo si chiude sul finire del secolo, dieci anni dopo la morte di Federico, in un anno rappresentativo quale il 1492, che vede il succedersi di eventi cruciali come il viaggio di Colombo, la definitiva cacciata degli arabi dall’Europa, e la morte di Lorenzo de’ Medici e di Piero della Francesca. Di lì a poco, Carlo VIII di Francia varcherà le Alpi, approfittando delle divisioni tra gli stati italiani. Da quel momento, per quattro secoli, gli stranieri non abbandoneranno più l’Italia.

Quando e com’è nata la passione per questo personaggio storico rinascimentale?
Tutto è nato dalle frequentazioni di quei luoghi, in realtà poco conosciuti, della zona del Montefeltro. Quella parte d’Italia lambita da tre regioni, Toscana, Marche e d Umbria, intorno alla bellissima città di Urbino. Mia moglie è di Pesaro, quindi andavamo al mare da quelle parti. Alcuni pomeriggi, esploravo quei territori, subendo il fascino della loro storia e delle bellezze architettoniche ereditate dal vivace periodo rinascimentale.
Una parente acquisita, Mariolina Franti, una donna dal grandissimo spessore culturale, intorno alla fine degli anni ’70 mi portò a Urbino con la sua 500 ed ebbi accesso alla sua biblioteca personale, molto ricca, che mi aprì il mondo del Montefeltro. E’ stata un’esperienza estetica e culturale e storica molto emozionante, che ha segnato la mia vita.

Cos’è che l’affascina di più del Duca: l’uomo d’arme, di cultura, il mediatore, il politico, il mecenate, il raffinato umanista, il bibliofilo, l’amante delle arti?
La figura del Duca mi affascina nel suo complesso. Tuttavia, la cosa che più mi ha colpito di Federico, è stata la sua capacità di dominare gli eventi, stando un passo indietro. Pochi si ricordano di Federico da Montefeltro, egli non amava il palcoscenico. Eppure lui è stato una figura centrale nella storia politica e culturale del Rinascimento italiano. Ha avuto degli sponsor che lo hanno lanciato e sostenuto, ma lui è sempre stato coerente: ha pensato sì agli affari del proprio Ducato, ma sempre, nell’ottica di un bilancio complessivo, di un equilibrio generale italiano. Cosa che non è riuscita ad altri, come al suo alter ego Sigismondo Malatesta, grandissimo militare e amante delle arti, che però si è rovinato con le sue mani.

Il palazzo ducale di Urbino è una delle opere architettoniche più importanti, realizzate dal Duca di Montefeltro.
E’ stato il capolavoro di Federico. Egli amava circondarsi dei migliori architetti e artisti sul mercato e la costruzione del Palazzo ducale è durata quasi tutta la sua vita, con interruzioni dovute soprattutto alla mancanza di fondi, che egli recuperava sempre con gli ingaggi militari. Federico riuscì a vederlo completato appena poco prima di morire. Uno dei suoi pregi è stato, al contrario dei suoi contemporanei, quello di non aver sperperato il denaro che guadagnava, ma lo reinvestiva nel Ducato, in opere memorabili, come il Palazzo.

Quali furono le figure dominanti nella vita del Duca?
Sicuramente la figura della seconda moglie, Battista Sforza, che sposò quando lei aveva 14 anni e dalla quale ha avuto moltissime figlie femmine e un unico maschio. Dopo la nascita dell’erede, morì giovanissima, quasi come fosse stata questa la sua missione. Figlia di Francesco Sforza, il Duca di Milano, era cresciuta in un ambiente raffinato e di grande cultura. Era una donna estremamente affascinante: parlava il greco e il latino e animava i salotti culturali del ducato con grazia e competenza. Pare abbia anche avuto un ruolo importante nelle decisioni politiche del Ducato, essendo suo marito spesso in giro, per combattere o mantenere la pace.

A Federico è stata attribuita una grande capacità di mediatore, spiccate doti diplomatiche, ma anche una buona dose di opportunismo politico. E’ vera secondo lei questa ipotesi?
No, non sono d’accordo, perché quando poi è stato necessario fare delle scelte, Federico si è sbilanciato e ha rischiato. C’è un punto fondamentale nella storia di quel secolo che smentisce quest’ipotesi, che è la Congiura dei Pazzi (1478). La storiografia ha ormai fatto giustizia: lui ne era a conoscenza, anche perché fu costretto ad appoggiarla, poiché la volevano sia Sisto IV, sia il suo alleato di sempre, il re di Napoli. Federico non abbandonò mai l’alleanza con Napoli: quando si è trovato, dopo il fallimento della Congiura dei Pazzi, a dover scegliere se stare con Roma o Napoli, lui scelse Napoli, consapevole che il titolo di ‘Duca’ gli derivava dal Papa e che questi, poteva revocarlo a suo piacimento. Era un problema di serietà e onestà intellettuale, nei confronti di chi non lo aveva mai tradito. Dunque, tra circostanze fortuite e abilità politiche, Federico è riuscito sempre a mantenere gli equilibri, anche a livello globale, italiano. Le sue doti di grande mediatore, sono indiscusse.

Il Duca fu un uomo integro e riconoscente. Quanto ha influito su di lui la formazione giovanile con Vittorino da Feltri presso la scuola “Cà Zoiosa”, ispirata ai grandi temi dell’Umanesimo quattrocentesco teso alla formazione di un uomo ‘integro’ di corpo e di anima?

Certamente questo tipo di formazione ha influito molto nella formazione del carattere e quindi si è riflesso anche nelle scelte di vita che Federico ha fatto. Vittorino si preoccupò moltissimo di formare non solo giovani eruditi, ma soprattutto anime rette e integre, per cui aggiungeva alla preparazione scolastica, in cui era coadiuvato da maestri scelti da lui stesso, un’intensa pratica religiosa e attività ginniche. Proprio in questo sta uno dei meriti più grandi di Vittorino: essere stato uno dei primi a realizzare un tentativo di armonico sviluppo mentale e corporeo.

Lei ha azzardato anche un’ipotesi storica, nel capitolo 40, dopo la Congiura dei Pazzi, che finora nessuno le ha smentito, sottolineando un comportamento anomalo di Federico. Ce ne parla?
L’anno dopo la Congiura dei Pazzi, il papa muove guerra a Firenze, affidando i comandi dell’esercito a Federico da Montefeltro. Lui passa di vittoria in vittoria e quando sta a 30 km circa da Piazza della Signoria, chissà per quale motivo, torna indietro e assedia una rocca che non interessava nessuno. A quel punto arriva il mese di dicembre, gli eserciti vanno ai ricoveri invernali, il Papa s’infuria e improvvisamente Lorenzo De Medici decide di partire da solo a trattare la pace con il Re di Napoli. L’ipotesi che faccio è che in realtà, il regista di quest’operazione è proprio il Duca Federico da Montefeltro, che aveva un debito di riconoscenza con Lorenzo de Medici. Ha preso tempo. Infatti, quando questi fece l’elenco dei suoi nemici in merito alla Congiura dei Pazzi, non nominò mai il nome di Federico, pur sapendo che le truppe del Duca erano partite da Montefeltro verso Firenze.

Come mai continua a raccontare i fatti che vanno 10 anni oltre la morte del Duca di Montefeltro?
Federico muore nel 1482 e lascia un grande vuoto, anche se il prestigio culturale e politico lasciato in eredità al suo Ducato, fu immenso . Lascia un erede di 10 anni, politicamente in rotta con chi doveva confermare il feudo, il Papa. Un gruppo di consiglieri/amici fedelissimi di Federico, tra cui Ottaviano degli Ubaldini, una grande figura di quel tempo, riuscì a passare il titolo ducale al piccolo Guidobaldo. La congiura dei Pazzi segna la fine della pace in Italia e la fine delle alleanze, della Lega Italica, che aveva tenuto un po’ tutti insieme. A quel punto, quando l’Italia si è divisa, sono entrati in scena gli stranieri, che non hanno più abbandonato l’Italia per secoli. Il quadro politico dopo la sua morte cambia notevolmente e segna il passo di un grande cambiamento radicale in Italia.

La voce narrante è di un medico. E’ una figura reale o è completamente inventato?
A Palazzo erano impiegate centinaia di persone, tra cui anche molti medici. La figura del medico dunque esisteva nella vita del Duca: i medici del Ducato non dovevano essere sposati e sempre a disposizione. Nello specifico, la figura del medico da me descritto nel libro è inventata.

Lei sostiene che nelle biografie non è stato scritto tutto. Molte cose sono state volutamente omesse. Il suo, è un romanzo storico. Quali elementi ha privilegiato nella stesura del romanzo che non si trovano nelle biografie esistenti?

Leggendo varie biografie si cominciano a capire i ‘non detti’. In esse non si poteva raccontare tutto, soprattutto in quelle pubblicate dai suoi contemporanei. Per due secoli non si è più scritto nulla su di lui, fino alla biografia uscita qualche anno fa, elaborata da due tedeschi (Roeck Bernd e Toennesmann Andreas n.d.r.)
Quello che m’interessava approfondire di più, non era solo lo sfondo storico di quegli anni, ma soprattutto le leggende e le ricchezze di tutta quella regione, il patrimonio umano e i luoghi minori, non solo della famosa Urbino. Ci sono anche cittadine splendide quali Casteldurante, Urbania! Mi sono soffermato molto sul panorama umano delle relazioni, dei personaggi, delle scene di vita familiare e personale, sui profili psicologici e caratteriali che rendono il libro, un romanzo vero e proprio.

Il libro inizia con la morte di Piero della Francesca. Qual è l’importanza di quest’artista schivo, nel ducato di Urbino?
Per me Piero è stato il più grande pittore di tutti i tempi, la cerniera tra l’antichità e la modernità. Questo libro è un tributo a Federico, ma anche a Piero. Girando per quei luoghi, ad ammirare le sue opere, ho notato come ad esempio il meraviglioso affresco della “Madonna del parto” sia custodito in una semplice cappella di un piccolo museo dedicato all’opera, nel paesino di Monterchi. Ecco, io credo che Piero della Francesca, sarebbe contento di vedere che le sue opere non sono state tolte da quei luoghi e dimorino appartate, fuori dal palcoscenico, come si addiceva alla sua indole schiva e solitaria. Piero viveva a Sansepolcro, pur avendo avuto in uso una casa a Urbino. Non amava il chiasso delle città. Oggi, chi desidera vedere le opere di questo gigante dell’arte pittorica e della prospettiva, deve recarsi nei luoghi dove egli ha vissuto e creato e dove le sue opere dimorano fuori dai riflettori.

Il Duca
Di Pietro Gattari
pag.384
Castelvecchi Editore
http://www.castelvecchieditore.com/il-duca/

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

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