Presentazione e approfondimento del libro: Il Duca, opera prima di Pietro Gattari

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di Achille Pisanti

Achille Pisanti e Pietro Gattari

Achille Pisanti e Pietro Gattari

Entro subito nel vivo: si tratta di un libro bello, ben concepito e scritto, documentatissimo ma anche pieno d’immaginazione, drammatico epico e talvolta elegiaco, con un obiettivo di completezza di rappresentazione e con una forte carica di passione ideale che lo sostiene.
E dico anche subito quello che IL DUCA non è: pur essendo di lettura piana e piacevole, non è un libro didattico né meramente divulgativo, pur essendo pregno d’informazioni le più disparate, non è mai nozionistico, infine, pur riconoscendo al protagonista tutte le doti e il peso che l’autore ritiene dovuti, non è un semplice tributo di encomio celebrativo nei confronti di Federico da Montefeltro.
Bene, ora non mi resta che motivare tutto ciò.

Senza dubbio possiamo definire Il Duca un romanzo storico, cioè un libro nel quale gli elementi storici e quelli romanzeschi si fondono, rispettando le reciproche caratteristiche – che sono, per la storia, la fedeltà alle fonti, e per il romanzo, la narrazione drammatica che produca emozioni.
E, come per tutti i romanzi storici, nasce immediatamente la curiosità della storia del romanzo, cioè il perché l’autore abbia scelto di raccontarci quella vicenda e non un’altra, quel periodo storico e non un altro, e così via.
L’oggetto principale della narrazione, che dà il titolo al libro, è la vicenda pubblica e privata di Federico da Montefeltro, il carismatico e poderoso duca di Urbino, che nella seconda metà del 15° secolo, colla sua personalità, l’illuminazione, il coraggio e l’abilità politica, diplomatica e militare, nonché il suo amore per le arti e la cultura in generale, campeggia nella storia di un’Italia che non è ancora Italia, che è anzi drammaticamente divisa e contesa tra i comuni-nazione di origine feudale (le varie repubbliche e i vari ducati), il regno di Napoli, lo stato Pontificio e la Repubblica della Serenissima, sotto lo sguardo interessato e avido del re di Francia Carlo VIII che aspetta il momento adatto per scendere lungo la penisola e impossessarsi delle nostre terre.
Ma a campeggiare nel libro di Gattari non è il solo duca di Montefeltro.
Altre figure decisive, da Lorenzo il Magnifico, a Sigismondo Malatesta di Rimini, al Re di Napoli, ai vari Papi (ne ho contati ben sei, ognuno di essi molto raccontato, individualizzato, e, nella maggioranza dei casi, criticato aspramente (Niccolò V, Callisto III Borgia, Pio II Piccolomini, Paolo II Barbo, Sisto IV Della Rovere, Innocenzo VIII), ognuno di essi, dicevo, trae dalla scrittura ricca e appassionata di Gattari la statura di protagonista.
E più ancora, le due formidabili figure di donne che emergono nel libro, la Battista da Pesaro, seconda moglie amatissima di Federico, e l’Isotta degli Atti, anch’essa seconda moglie di Sigismondo Malatesta, personaggie, come si usa dire oggi, che emergono nel racconto con una particolare e sensibile qualità di donne affettivamente ma anche politicamente ispirate, decisive a orientare gli avvenimenti del loro tempo.
E ancora di più, sempre sul piano del protagonismo di questo romanzo, si segnala la relazione tra questi personaggi e lo sfondo, che non è sfondo per niente, perchè stiamo parlando di un secolo di primo piano (il cuore del Rinascimento), una relazione indagata e descritta da Gattari con molta precisione con le politiche, le culture, e i saperi a essi collegati ( la scienza, l’arte, la filosofia, l’estetica, in ultimo ma non meno importante, l’arte della guerra).
Su questo piano relazionale rivivono nel romanzo, nella loro quotidiana umanità e nella descrizione attenta delle loro opere, grandi figure di artisti (con la prevalenza di Piero della Francesca, che fu del duca amico), di architetti, medici, letterati accanto a piccoli caratteristi (utilizzo il termine in uso nel cinema, e non è un caso, perché il libro di Gattari, come vedremo più avanti, me lo permette), appartenenti al popolo, al contado, all’entourage del duca, all’esercito, all’Università: essi sono sempre vividi, ben disegnati, non solo funzionali allo sviluppo del racconto ma portatori di una carica di umanità e d’idealità che essi condividono con i protagonisti e dei quali rilanciano le potenzialità espressive. Quindi: il protagonista maschile, le due protagoniste femminili, i coprotagonisti, le figure artistiche che hanno fatto del Rinascimento il Rinascimento, e infine le piccole caratterizzazioni. Una pletora variegata di personalità, comportamenti e psicologie, che il romanzo promette e riesce a tenere insieme nella loro complessità.
Ma per far questo è necessario un punto di vista unificante che non può essere solo quello dell’autore, che vive e scrive (a partire dalle fonti e con una solida cultura della rappresentazione romanzesca) a distanza di sei secoli, ma bisogna che ci siano occhi e orecchie sul luogo, nella camera accanto, sul medesimo palco di giostra, alla stessa tavola imbandita, nella stessa missione diplomatica dal papa di turno, cavalcando in battaglia sul cavallo affianco, riflettendo sotto lo stesso cielo stellato, o trasudando della stessa afa mefitica.
Ed ecco allora la voce narrante del libro, colui che vede, testimonia, racconta, descrive, interpreta, giudica, analizza, approva e disapprova, perdona o accusa: il medico personale di Federico e suo amico fin dall’infanzia, il diario del quale è il romanzo di Gattari.
Voglio soffermarmi un momento su questa scelta narratologica del romanzo che è ben più del semplice artificio letterario del testimone in loco, che annota ammirato nel suo manoscritto le gesta del protagonista.
Facciamo due esempi, noti a tutti ( e a me particolarmente cari): il dottor Watson (toh, altro medico), che riporta con sussiego e precisione le avventure del suo amico Sherlock Holmes, sempre stupefatto dalla capacità di deduzione dell’investigatore, ma senza mai aggiungere troppo di suo (né avrebbe potuto, visto che la sua intelligenza è, ahimè, di molto inferiore a quella del famoso detective).
O ancora, il marinaio Ismaele, narratore del Moby Dick di Melville: qui abbiamo a che fare con uno spirito acuto, dotato di una forte capacità di osservazione. Tuttavia è Ismaele a narrare le gesta del capitano Achab unicamente perché egli è l’unico sopravvissuto al naufragio del Pequod, il bastimento col quale Achab si lancia alla ricerca della balena bianca che lo aveva privato di una gamba.
Dunque, in qualche modo, egli è un testimone obbligato, per quanto all’altezza della sua testimonianza.
E’ diverso il caso del medico personale e amico di Federico del romanzo di Gattari: egli è un testimone d’eccezione, deputato culturalmente a quella testimonianza, è colui che possiede gli strumenti di quel racconto, colui che sa di poterlo rendere credibile, completo, complesso, imparziale e critico (ricordiamo che all’inizio del romanzo, in una contesa giovanile sull’identificazione del verso della civetta, egli confessa lusingato a Federico che la sua cultura – prima contadina, poi scientifica, ma sempre e soprattutto umana – gli serve “a sentirsi più saggio di un duca”.
Mi è del tutto evidente che il medico personale di Federico, nonché suo amico, sia Gattari stesso: egli si mette in scena, autore e testimone al tempo stesso, perché sa di potere meglio di altri ricostruire e governare quel racconto, vestire i personaggi della sua scrittura, rappresentare la scena con le tinte adatte (cioè le coloriture di genere letterario), e, come vedremo alla fine di questo mio intervento, intonare su tutta la rappresentazione, il suo disincantato canto personale.
Cerchiamo ora di capire quali sono i criteri, gli orientamenti attraverso i quali il narratore organizza la sua materia del racconto, cioè quali sono i principi di ordine che regolano la scrittura (ma avrei voglia di dire la messa in scena) del diario e del romanzo.
Io credo di non sbagliare se, tra tutte le concettualizzazioni astratte che la lettura mi ha suscitato, ne privilegio due al di sopra di tutte le altre, indicando in esse i capisaldi che hanno guidato Gattari nel suo lavoro e che ispirano il resoconto che ne fa il medico narrante: il concetto di verosimiglianza e quello di prospettiva.
Per quanto riguarda la verosimiglianza, faccio un brevissimo riferimento Aristotele (che ne parla sia nella Poetica sia nella Retorica), ma non vi preoccupate , sono cose semplici e soprattutto molto attuali (al punto che ogni scuola di scrittura e di sceneggiatura non può che partire proprio dalla poetica aristotelica).
Aristotele scrisse che : “…compito del poeta (e per Aristotele il poeta è colui che racconta attraverso la tragedia, l’epica e la commedia) è di dire non le cose accadute, ma quelle che potrebbero accadere e le possibili, secondo verosimiglianza e necessità. Ed infatti lo storico ed il poeta non differiscono per il fatto di dire l’uno in prosa e l’altro in versi…ma differiscono in questo, che l’uno dice le cose accadute e l’altro quelle che potrebbero accadere”.
Chiediamoci subito: da che parte si situa la scrittura del libro di Gattari? La risposta facile sarebbe: dalla parte di chi dice le cose accadute, cioè lo storico. Ma sarebbe la risposta sbagliata. Vediamo perché.

Gattari ha le sue fonti (che lui rende inconfutabili attraverso la testimonianza diretta di chi c’era e ha visto e sentito), e potrebbe scrivere un libro di Storia (cioè un repertorio ordinato di avvenimenti storici). Ma lui invece scrive un romanzo, e per fare questo sa che deve trattare le cose accadute come se fossero possibili, e viceversa, le cose possibili come se fossero davvero accadute. Egli deve trovare la sua unità di scrittura mettendo insieme documento e verosimiglianza , per far si che il suo libro sia non solo documentato ma avvincente ed emozionante, sia cioè un romanzo.
E lo fa bene. E per questo, il suo libro si legge d’un fiato (si fa per dire, trattandosi di 380 pagine, ma diciamo di una serie di fiati continui e collegati.
Si comincia a leggere alla pagina 1, poi si mette sul comodino e, sera dopo sera, senza fatica e spinti da una forte aspettativa, si legge tutto , concludendolo qualche settimana dopo. E quando lo avete concluso, ne siete usciti soddisfatti ed arricchiti allo stesso tempo , perché avrete capito qualcosa che non conoscevate per bene, e ne siete colpiti).
Ma quali sono le prerogative di questa unificazione tra evento accaduto ed evento possibile, cioè con quali elementi lavora Gattari per spalmare di emozione (Aristotele direbbe di Poesia) la Storia, e contemporaneamente dare un peso storico verosimile a ciò che lui (e prima di lui, il medico-amico) ha immaginato possa essere accaduto? Cioè, in che modo egli riesce a mediare tra vero e verosimile (ma necessario, diceva il filosofo)?
Applicando sempre nella sua scrittura, appunto tre princìpi aristotelici:
– quello della coerenza interna,
– quello della verità dei caratteri
– e quello della credibilità d’insieme.
Scendiamo ora sul piano esemplificativo .
Riguardo alla coerenza interna: tutti gli avvenimenti risultano legati tra loro, anche di là da una verità storica che potrebbe essere stata in alcuni casi molto più irrazionale o casuale o illogica della concatenazione che ce ne dà Gattari.
C’è sempre nel libro una logica precisa che collega i grandi fatti a quelli meno grandi, e talvolta a quelli minimali.
Faccio degli esempi :
-la situazione politica generale dell’Italia smembrata di allora in relazione con le mire di decine e decine di governanti, ognuno col suo obiettivo individualistico (e, su questo piano, si segnalano per la loro particolare avidità quasi tutti i Pontefici sulla scena).
-E ancora, la vittoria in battaglia del Duca con una aumentata dose di colchicina che il medico amico gli ha somministrato per lenire la sofferenza della sua gotta.
– Oppure l’immobilismo opaco del ducato in una certa fase con il dolore per la morte dell’amata Battista.
– O la necessità di riempire le casse del Ducato (attraverso la conduzione di eserciti in scontri campali, arte della guerra nella quale il Duca era particolarmente abile e che rappresentava la principale fonte di reddito del ducato), con la determinazione di terminare la costruzione di qualche grande opera d’arte rinascimentale, di cui il Duca è munifico mecenate.
– O infine, e sono queste pagine molto belle, lo stanco e indeciso svolgersi di una battaglia con il caldo afoso delle mefitiche paludi del Polesine.
Nel suo racconto il medico intreccia sempre tra loro i fatti, conferendo ad ogni avvenimento la sua necessità, in una visione concatenata e complessa della realtà, che non è mai casuale.

La verità dei personaggi
Ogni personaggio, nella sua storia personale e sociale ed infine nel suo tratto psicologico, ci viene da Gattari sempre consegnato in una combinazione precisa ed esaustiva: ogni volta che entra un nuovo personaggio, in poche pagine tutto sappiamo di lui , del suo passato, del suo carattere , delle sue motivazioni e dei suoi obiettivi.
La completezza d’informazioni contempla in taluni casi anche la possibilità della contraddizione interna del personaggio,e questo è un dato realistico che ne esalta l’umanità.
Penso al protagonista, Federico, la cui carica di carisma, lucidità e capacità di visione (politica e artistica) riesce a costruirsi pur a partire dal devastante sospetto di essere lui stato il mandante dell’omicidio del fratellastro Oddantonio (che, se vivo, avrebbe governato la contea).
Per altri protagonisti prevale invece una coloritura di genere che ne rende familiare la percezione al lettore.
Ecco allora il tratteggio romantico con cui Gattari ci fa innamorare tutti, non appena ella entra leggiadra in scena, della minuta, sensibile e intelligente Battista da Pesaro, la giovane ragazza che il Duca sposa in seconde nozze ed al fianco della quale vivrà i dieci migliori anni della sua vita.
O ancora, quello noir con cui Gattari ci presenta Sigismondo Malatesta da Rimini: inquieto, violento, paranoicamente orgoglioso, eppur affascinante nella vividezza del suo carattere fosco e contorto. Personaggio direi fortemente dostoevskiano.

Infine, per concludere il discorso sulla verosimiglianza, il terzo principio di cui avevo parlato: la credibilità d’insieme.
Qui è facile intenderci subito : sto parlando della capacità di Gattari di spingere il pedale in alcune direzioni drammatiche o spettacolari senza mai tuttavia perdere di vista la contiguità col dato storico o con quello di costume e senza mai tradire né lo spirito del tempo né lo stile del suo romanzo.
In questo senso voglio citare due esempi molto ben riusciti , che nella lettura vi terranno diciamo così “col fiato sospeso”: la battaglia della Riccardina e la congiura de’Pazzi .
Nella prima Federico, al comando della Lega Italica, si contrappone nientemeno che a Bartolomeo Colleoni, il mitico condottiero noto anche per il suo reale o metaforico poliorchismo.
Nella congiura de’Pazzi, come ricorderete, si trattava, da parte della famiglia fiorentina dei Pazzi, di interrompere l’egemonia dei Medici nella loro città , assassinando in un agguato i fratelli Lorenzo e Giuliano dei Medici. Il progetto fallì, perché Giuliano fu effettivamente ucciso, ma Lorenzo solo ferito, credo di ricordare leggermente, e riprese a governare con più potere e carisma di prima.
In questi, come in altri episodi (ma io ho apprezzato soprattutto questi) Gattari, come dicevo, spinge sul pedale della spettacolarizzazione. Per intenderci, diciamo che fa cinema.
E lo fa bene, orchestrando in maniera corale le informazioni di cui dispone ed utilizzandole sempre in maniera “visiva”.
Quindi al lettore sembra davvero di essere al centro di una sorta di circorama, spettatore stupefatto della battaglia e della congiura che si svolgono attorno a lui, da tutte le parti, preso in mezzo da un linguaggio che utilizza a schiaffo la grammatica cinematografica, alternando i campi lunghi e i primi piani, le panoramiche ed i dettagli.
La congiura de’Pazzi, in particolare, è costruita come un agguato di mafia, con un suspense di tipo hitchcockiano, in attesa che, durante la funzione ecclesiastica, arrivi il momento climax dell’elevazione del calice, momento deputato agli accoltellamenti dei due Medici.
In questi due casi Gattari utilizza uno stile epico solido per spettacolarizzare scontri di uomini e masse, armi e sangue potremmo dire, senza mai risultare esagerato o non verosimile, rispettando cioè la credibilità dell’insieme, pur forzando le modalità della rappresentazione.
Poiché ogni tanto mi piace citare le divinità del nostro lavoro di artigiani della parola, direi che la lettura di questi due episodi mi ha ricordato alcuni capitoli del Novantatré di Victor Hugo, maestro inarrivabile nella narrazione romanzesca di eventi storici.

A questo punto concluderei con il secondo dei due princìpi di ordine con i quali a mio avviso Gattari costruisce il suo romanzo: il concetto di prospettiva.
Ora è innanzitutto interessante che il concetto di prospettiva legittima sia formalizzata proprio in quegli anni da Leon Battista Alberti (che probabilmente perfeziona l’elaborazione che già ne aveva fatto il Brunelleschi). E’ cioè una delle principali idee del secolo, figlia del Rinascimento.
Si tratta, se vi ricordate, di ragionare sulla relazione che lega la scienza della visione a quella della rappresentazione: per disegnare legittimamente ciò che vedo (che altro non è che una illusione deformante rispetto alla realtà), devo seguire un preciso procedimento geometrico- matematico, che è relativo al punto di visione ed alla posizione degli elementi dimensionati.
E’ chiaro che anche Gattari, come scelta strutturale nel suo romanzo, ha il problema di allocare in una giusta prospettiva tutti gli elementi che intende raccontare.
In primo piano lui ha Federico da Montefeltro, come punto centrale, subito dietro di lui gli altri personaggi, e dietro ancora tutti gli eventi che questi personaggi attraversano e, come vedremo, molto altro ancora.
Gattari a mio avviso trova un modo legittimo di rappresentare tutte queste entità, dal più vicino al più lontano, secondo una modalità che faccia risaltare il principale, ma non trascuri mai il secondario che sta dietro di esso.
Se ora prendiamo della prospettiva l’accezione che ne ha dato un grande storico dell’arte del ‘900, cioè Erwin Panofsky, secondo il quale la prospettiva non è solo un procedimento tecnico per dare all’immagine la verosimiglianza, ma anche, in una sua forma simbolica, la modalità attraverso la quale ogni opera d’arte ci racconta la cultura, la visione del mondo, la filosofia , la religione e infine i vissuti di un periodo, allora abbiamo la spiegazione finale della struttura del romanzo di Gattari.
La sua descrizione attenta ed ammirata di alcune opere di arte figurative ed architettoniche, i resoconti precisi delle strategie militari utilizzate nelle battaglie, le parti gustose dedicate agli abbigliamenti delle dame e dei cavalieri, cioè le mode del tempo, fogge stoffe e ricami inclusi, o le vestiture di battaglia, le bardature, le armature, e poi le armi bianche e le prime armi da fuoco, soprattutto la novità rappresentata dai cannoni, e poi le descrizione dei tornei cavallereschi, delle feste popolari, il carnevale romano in primo piano, o le immagini della peste o le nozioni di medicina, quelle di filosofia, d’idraulica, di scienza delle costruzioni o le raccolte bibliografiche, grande passione del Duca, o gli accenni ai cibi ed alle bevande…
…insomma tutta questa vasta congerie di descrizioni dettagliate, non è mai sovrastruttura, orpello, curiosità da collezionista, bensì l’emanazione concentrica di quella prospettiva simbolica che si costruisce a partire da Federico, attorno a Federico, dietro Federico, che lo immerge nel suo tempo e ce ne spiega il portato culturale e la spinta che lui seppe imprimere ai saperi e ai vissuti.

Ed ora voglio concludere con una ultima notazione.
Avevo parlato all’inizio di una sorta di canto disincantato che l’autore intona lungo tutto il romanzo. E’ il momento di spiegare cosa intendevo.
Il medico che racconta è un uomo anziano, che molto ha visto e capito, anche troppo, e che ha saputo dare il giusto peso alle cose importanti, sgombrando la mente da quelle irrisorie, futili ed effimere (e in questo mi ricorda un libro di culto del genere memoria storica, cioè le Memorie di Adriano della belga Marguerite Yourcenar).
Il narratore, pur avendo ben presente il peso storico, politico e culturale di ciò che ha vissuto, tuttavia è al riparo da ogni fanatismo e protagonismo, ha acquistato con gli anni una giusta distanza, nella quale malinconie e rancori hanno finito per affievolirsi e perdere di significato, a favore magari del ricordo fuggevole di un odore, del refrigerio di una brezza mattutina o di un buon boccale di rosso, presumo principalmente di uve sangiovese, vista la zona.
Egli incarna il privilegio della conoscenza abbinato al contenimento degli ardori ed al riconoscimento oggettivo e sereno del ruolo svolto nella vita nei confronti di se stesso e degli altri : ciò che alcuni chiamano la saggezza.
La vicenda del Duca è stata impressiva ed ammirevole, continuamente nasce in chi legge la tentazione del confronto con la modernità, il nostro oggi, spesso miserando e mediocre rispetto all’ entusiasmo delle visioni rinascimentali (anche se, a dir la verità, è comunque rassicurante per noi tutti non dovere ogni due per tre armarci ed andare a morire in battaglia per il signore di turno), ma, di là da tutto questo, aleggia al di sopra della scrittura un senso di pacificazione, di consapevolezza e di responsabilità che, pur riconoscendo all’intera vicenda federiciana la qualità di rilevante appuntamento della storia e della cultura italiana, contemporaneamente ne attenua le ridondanze retoriche e roboanti, in un finale approdo ad una attonita e silenziosa accettazione della caducità della vita, con un casto sorriso di letizia interiore di natura quasi orientaleggiante.
E’ questo il canto di cui parlavo, un canto dalle tonalità profondamente umane.

Achille Pisanti

Achille Pisanti

Achille Pisanti è un ideatore , sceneggiatore e producer di fiction, tra i pionieri in Italia della serialità televisiva (I Ragazzi del Muretto, Un Posto al Sole, Vivere, Vento di Mare).
La sua ultima serie (in coppia con Roberto Pace) è stata Io e Mamma, con Stefania ed Amanda Sandrelli.
E’ anche stato regista (con Alberto Abruzzese) del film per la TV Anemia.
Ha inoltre svolto (e svolge tuttora) attività di docente a contratto di Scrittura Seriale presso varie Università pubbliche e private ( Roma, Teramo, Milano, Salerno).

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

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