Caravaggio e la caravaggite: in ricordo di Vincenzo Pacelli

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Di Achille Pisanti

Qualche settimana fa ci ha lasciato anzitempo un maestro e amico, lo storico dell’arte napoletano Vincenzo Pacelli, grande esperto di Caravaggio, al punto da avere dedicato una parte della sua vita all’attribuzione (certa) del Martirio di Sant’Orsola al Caravaggio, e averla conclusa ancora con studi interdisciplinari su Caravaggio da un punto di vista scientifico, filosofico e medico.martiriodisantorsola
Si trattava evidentemente di uno studioso affetto da una sindrome concettuale ed emotiva che io chiamo, caravaggite.
Molti di quelli che hanno seguito le lezioni del professor Ferdinando Bologna a Napoli nei primi anni settanta, dedicate appunto al Caravaggio, (Vincenzo era uno degli assistenti dell’esimio professore ed io uno studente universitario che aveva fatto dell’Istituto di Storia dell’Arte la sua seconda casa), si sono ammalati di questa sindrome, tale fu la passione, la lucidità, la profondità di analisi e la vastezza di argomenti che permearono quelle indimenticabili lezioni (e i relativi libri dedicati al Caravaggio da Bologna stesso).
Che cosa è esattamente la caravaggite?

Per spiegarlo riporto le parole che pronunciai nel 2010 alla presentazione romana del libro su Caravaggio di Giuliano Capecelatro (a quella napoletana aveva partecipato lo stesso Pacelli, oltre che il sottoscritto).

Caravaggio lascia la Lombardia ed arriva a Roma forte di una convinzione vitale, un fuoco, una missione interiore, una utopia che lo aiuterà a superare miserie, dolori, sofferenze difficoltà etc: la convinzione che il suo talento e la visione creativa della sua pittura lo proteggerà dalle difficoltà e dalle indigenze, sul piano esterno, ed anche dalle inquietudini interiori che lo travagliano.
La pittura dunque per Caravaggio dovrà essere, lui ne è più che convinto, come uno scudo, qualcosa che lo renda immune agli attacchi esterni (i critici, i committenti, la chiesa, i cavalieri di malta, i guappi di quartiere, la sifilide, il moralismo, la fame, i topi, etc) e dagli attacchi interni (sensi di colpa etici e religiosi , instabilità caratteriale, edipo mai affrontato e tantomeno risolto, ambivalenza sessuale, l’autodistruttività, infine il suo difetto narcisistico grave).
A proposito del Narciso, se guardate il quadro di Caravaggio , il ragazzo non si riflette nell’acqua, ma riflette : probabilmente su se stesso, come se solo attraverso il narcisismo Caravaggio riuscisse a guardare nella sua interiorità.
Da manuale.
La pittura, solo la pittura, lo salverà da tutto questo, anzi lo farà trionfare su tutto ciò. Attraverso di essa, egli vincerà.
La pittura sarà il suo sistema immunitario.
Lo proteggerà e lo porterà ad essere nobile, cavaliere, ricco, stimato, adulato, soddisfatto e vitale.
Ora, gran parte di queste cose Caravaggio le ha raggiunte, proprio attraverso la pittura.
Ricco lo è diventato (almeno, a tratti, danaroso), cavaliere anche, stimato, adulato, forse anche soddisfatto di se stesso, vitale sicuramente, anche se della vitalità violenta dei cinghiali o dei lupi di montagna.

Vincenzo Pacelli

Vincenzo Pacelli

Tuttavia, mentre avvengono tutte queste cose, egli si sta avvicinando alla morte e non alla vita.
Progressivamente, la pittura lo sta uccidendo.
E’ la sua stessa pittura che uccide Caravaggio, non la malattia, gli stenti, gli affanni , gli arresti, le prigionie, i voltafaccia, le lame delle spade, i sicari di Napoli o l’invidia dei pittori a lui contemporanei.
E’ la pittura che lo sta uccidendo, l’atto creativo che invece di rigenerarlo, per la sua stessa impazzita iperreatività, produce anticorpi al suo stesso corpo, rendendolo ignoto a se stesso.
Ciò che doveva difenderlo, lo sta dunque ammazzando.
Ecco perché nello specchio della tela negli ultimi anni Caravaggio inscena sempre più spesso la morte, la sua morte, la sua testa mozzata, la sua gola che getta fiotti di sangue, il suo sguardo ed i tratti stessi della sua faccia oramai deformati nella mostruosità dall’orrore della morte, che lo fa assomigliare ad un lupo rabbioso
“.
Ricordare queste parole mi sembra il modo migliore di salutare il professor Vincenzo Pacelli, a cui le dedico. Ciao, Vincè.

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

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