La promessa europea di Steven Hill

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Steven Hill

Di Mariano Colla

Nel complesso e insicuro scenario internazionale sembra emergere, nella vecchia Europa, una speranza di stabilità, un’ancora a cui la rampante e inquieta  globalizzazione può fare riferimento, nella ricerca di uno sviluppo socio-economico  più equilibrato e umano.
Questo è quanto afferma il libro di Steven Hill, dal titolo “Europe’s Promise – Why the european way is the best hope  in an insecure age” (Univerity of California Press), presentato il 14/10 presso la Fondazione Fare Futuro e introdotto da Federico Eichberg, direttore delle relazioni internazionali della fondazione[1] .

Steven Hill, direttore del “Political Reform Program for the new America Foundation” e autore di “10 Steps to Repair American Democracy”, afferma  che una forma di rivoluzione silenziosa è avvenuta in Europa, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Trasformazione che ha consentito, e consente, al continente europeo di affermare sullo scenario mondiale una ristrutturazione delle regole, in base alle quali una società moderna dovrebbe fornire sicurezza economica, sostenibilità ambientale e stabilità globale.

Nel suo libro, Hill descrive come l’Europa stia da tempo dando corpo a una coraggiosa “new vision” che ha marginalizzato il mito del dirompente capitalismo di successo, oggi in crisi, per  proporre modelli culturali più idonei a interagire con un mondo sempre più condizionato dalle emergenze economiche, dai problemi climatici, dall’esaurimento delle risorse energetiche e minerarie tradizionali. In tale prospettiva,  gli attuali colossi dell’economia  di mercato quali Stati Uniti, Cina, India, etc,  che combattono per accaparrarsi petrolio e minerali, segnano il passo nei confronti di un’Europa  che delinea il proprio futuro secondo il paradigma “more with less”, con un “more” incentrato non tanto sul consumo, quanto su una rivalorizzazione della società e dell’individuo.

Nella visione europea di Hill, la società ritorna ad essere centrale; tecnica e mercato ritornano ad essere mezzi e non fini.
L’Europa ha sviluppato una forma di capitalismo sociale che, dopo la caduta del muro di Berlino,  ha posto qualche barriera alla radicalizzazione e alla diffusione del liberismo “made in Usa” e che oggi, soprattutto con la crisi economica, ha manifestato tutti i suoi limiti. Hill ritiene che, a fronte di una società europea che ha trovato forme di ammortizzazione della crisi economica, grazie anche a modelli di protezione istituzionali, gli americani risentono di un tasso di indebitamento sempre maggiore, necessario per finanziare servizi sociali primari ( vedi sanità) o per mantenere lo stesso tenore di vita, alimentando di fatto lo slogan “ less for more”.

Il sistema sociale europeo (scuola, sanità, previdenza, diritti dei lavoratori, etc.),  ovviamente con le debite eccezioni, fornisce alla famiglia e all’individuo maggiori garanzie. Anche se riconosce la difficoltà di omogeneizzare l’intero sistema a livello mondiale, Hill  ritiene che l’esperienza europea, pur con i suoi limiti e difetti, possa essere un utile punto di riferimento per i maggiori attori dell’economia del pianeta. Hills, nell’indagare il sistema Europa,  esplora  una società, parzialmente ignota ai suoi compatrioti,  e mostra come i  modelli di sviluppo introdotti, a differenza degli USA,  valorizzino le tematiche sociali, economiche ed energetiche, in linea con un principio di sostenibilità planetaria.

Alla visione ottimistica di Hill,  forse,  sfugge la difficile coabitazione tra il concetto di nazione e l’ idea di Europa unita. Le nazioni fondatrici dell’Europa non hanno di certo abbandonato la loro identità; frizioni nelle relazioni, difficoltà di decentramento, autoreferenzialità, ancora frenano lo sviluppo di un processo omogeneo; tuttavia viene ormai riconosciuto che la recente crisi economica ha unito, più che separato, riducendo la frammentazione di intenti e strategie nazionali.
Non lo dichiara Hills, ma, volendo citare Husserl, si potrebbe dire che l’Europa ha la specificità di essere  il luogo  che ha prodotto e produce filosofia.

La nuova identità dell’Europa  sta nel ritrovare e pensare valori, modalità di vita, modalità di relazione tra i soggetti  e del soggetto con se stesso, in misura universale. L’Europa è sensibile a tali temi  perché essa, nella sua storia, ha creato la filosofia, ritenendo che la filosofia, appunto, potesse indicare un cammino di rinnovamento per  l’intero genere umano.

[1] Il libro è attualmente disponibile solo nella versione inglese

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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