Firenze inedita al Museo dell’Opificio delle Pietre Dure

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Firenze. Museo dell'Opificio delle Pietre Dure, una delle sale del percorso.

Firenze. Museo dell'Opificio delle Pietre Dure, una delle sale del percorso.

Di Mariano Colla

In una Firenze grigia e autunnale, mi appresto a farmi spazio tra la moltitudine  di turisti in perenne attesa di ammirare il David di Michelangelo, per entrare al  numero 78 di via degli Alfani, dove risiede la struttura museale dell’Opificio delle Pietre Dure.
All’ingresso mi osserva il  busto marmoreo di Ferdinando I° de’ Medici.
Il nobile fiorentino, secondogenito di Cosimo I° de’ Medici, è qui glorificato perché fu proprio lui,  al termine del XVII secolo, a dare  all’Opificio delle Pietre Dure un assetto stabile. Nel 1588, infatti,  fondò una manifattura, destinata a durare nel tempo, sia per il restauro delle opere d’arte della propria casata, che per la lavorazione di minerali provenienti sia dall’Italia che dall’estero.

Le botteghe del Granducato ubicate nell’Opificio  acquisirono, ben presto, una eccellente capacità nella  lavorazione delle pietre dure, grazie a un insuperato livello artigianale, tanto che i Medici si fecero portatori della passione per le rilucenti pietre policrome, non solo a corte,  ma in tutta Europa. E così, davanti ai miei occhi, sfilano meravigliosi manufatti, tra cui spicca  il “mosaico fiorentino”, ingegnoso puzzle, dove l’immagine che si propone come magicamente unitaria, nasce in realtà dall’accostamento di innumerevoli sezioni di pietre, sagomate secondo profili articolati e complessi, tagliati a filo con capillare precisione, in modo da assicurare la perfetta coincidenza dei diversi elementi. Contribuisce all’effetto finale la scelta sapiente delle sfumature naturali delle pietre e la lucidatura  della superficie lapidea. All’occhio poco attento potrebbero sembrare quadri, ma avvicinandomi, posso apprezzare la precisione degli incastri.

Firenze. Museo dell’Opificio delle Pietre Dure, pappagallo.

Non a caso è stata definita “pittura di pietra”, definizione che ben   si addice a questi sofisticati mosaici, in grado di raffigurare tutti i soggetti della pittura, dal ritratto, al paesaggio, alla natura morta, alla storia figurata, con facilità e duttilità apparenti, frutto in realtà di un laborioso e arduo magistero tecnico, che mira a stupire e sedurre l’osservatore.Il termine mosaico può sembrare improprio, perché, nel caso specifico, non usa tessere come “l’opus sectile” romano, a cui si ispira, bensì sottili lamine di pietre dallo spessore di alcuni millimetri e superficie variabili a seconda dell’utilizzazione.

Generazioni di artigiani hanno trascorso la vita nelle botteghe, prima dei Medici, e, poi, dei Lorena, dove, chini sui banchi di lavoro, hanno  creato, con pazienza e maestria,  oggetti di prestigio  in pietre dure, destinati ad arredare palazzi e dimore dei Grandi di tutta Europa. Con la fine del XIX e l’avvento del XX secolo  il mercato per tali opere si è contratto, sia per i costi, sia perché strutture industriali alternative hanno offerto prodotti qualitativamente inferiori a un prezzo  più accessibile. Il direttore dell’epoca, Marchionni, ha trasformato, quindi, l’Opificio in un istituto di restauro.

L’Opificio delle Pietre Dure e i Laboratori di Restauro di Firenze fanno oggi parte dell’Istituto Centrale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Le opere in mostra sono distribuite, cronologicamente, in otto piccole sale. I locali dell’Opificio, stranamente deserti, mi  consentono una lenta e attenta carrellata dei “quadri in pietra”, un campionario artistico di rara bellezza. Vorrei sfiorarne, con la mano, le superfici per percepire qualche discontinuità, quasi a rilevare qualche imperfezione, ma ne rimarrei deluso;  l’abilità degli artigiani rasenta la perfezione. I manufatti  esprimono un’arte in grado di  superare  il formalismo cromatico della pittura del tempo, grazie alla ricercata policromia consentita dalla miriadie di pietre e minerali disponibili.

Cieli in lapislazzuli, con striature variegate, dal blu profondo all’azzurro pallido, onde marine ricavate dalle venature del diaspro di Sicilia, conferiscono tocchi di modernità alle composizioni. Anche se il bozzetto che ispirava il lavoro in pietra, era un quadro dipinto a olio da qualche celebre pittore di corte, come lo Zocchi, l’artigiano della pietra dura lo trasformava in un’opera magica, dai colori scintillanti, con un livello di definizione quasi perfetto.

Tra i pezzi esposti, in una sequenza che non può non lasciare stupefatti, si alternano composizioni geometriche stilizzate, ritratti, vasi di fiori, piani di tavolo con animali, uccelli,  fiori e trofei militari, modelli per le cappelle dei principi, stemmi delle città toscane, immagini bibliche, sportelli per stipi, modelli per tabacchiere, etc. Vecchi banchi di lavoro, dotati di tecnologie primitive ma, evidentemente, efficaci sono allineati in sequenza, quasi a ricordare una catena di montaggio. Tra questi, un banco per il taglio del mosaico fiorentino, un banco con castelletto mobile per rifiniture di dettaglio, una randa ovale per tagli ellittici, un banco per glittica, che consentiva  piccoli lavori di intaglio su cammei e gemme, oltre a strumenti manuali, polveri e collanti.

Lunghe scaffalature occhieggiano sui banchi di lavoro, ricolme di un ricco  campionario di pietre dure provenienti da tutto il mondo. Agate, alabastri, alberese, basalti, calcedonii traslucidi, cristalli di rocca, diaspri, graniti, lapislazzuli, legni silicizzati, malachite, marmi, nefriti d’Egitto, porfidi, creano un caleidoscopio di colori e di sfumature che, anche  la più ambiziosa tavolozza di un pittore, avrebbe difficoltà a imitare. Nel silenzio dei locali, appena appena disturbato dalla presenza di qualche visitatore  occasionale, sembra di udire il brusio delle frese e delle lime che tagliano le pietre, il battere cadenzato di scalpellini e martelli, il fruscio delle lucidature, la voce ovattata degli artigiani. Appesi al muro, o chiusi in bacheche di vetro, i quadri di pietra sono testimoni di un’epoca che fu e che ha portato con  sé sapienti e artistiche manualità. Chiamarli artigiani è senz’altro riduttivo, il rammarico è che  solo raramente hanno lasciato tracce anagrafiche di sé, a parlar di loro sono le loro opere raffinate.

Una volta uscito dal museo ritrovo, immutata, la lunga coda per visitare il David, mentre le sale dell’Opificio  restano vuote e silenziose. Una delle tante gemme nel patrimonio artistico italiano che  andrebbero riscoperte e valorizzate, un lavoro di questi tempi assai complicato e meticoloso almeno quanto quello necessario agli illustri maestri per rifinire in modo impeccabile le loro composizioni policrome.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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