Diario di Bordo di una Scrittrice Emergente – Il Laboratorio di Scrittura Rai Eri

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Prima puntata – Cenerentola mi ha rubato la scarpetta

Di Kristine Maria Rapino

Cenerentola è una gatta morta.
L’ho sempre pensato. Bella, docile. Sorridente anche quando lava i piatti e spazza le scale. È evidente che solo uno scrittore di favole poteva inventarla. Immaginate il trauma quando l’ho scoperto. Che sì, possiede qualcosa di mio. Oltre al Principe Azzurro, ovvio.

Mi chiamo Kristine Maria Rapino e sono una scrittrice emergente. Etichetta ascrivibile ai milioni di esordienti, emergenti, aspiranti, tutti con le telecamere puntate sulla fumata bianca del participio passato, per poter affermare: «Ecco, sono finalmente emerso».

L’Italia è una domenica d’agosto con i fili dei panni sospesi da un balcone all’altro. Si aspetta il sole. E tra chioschi di granite e file di bagnanti, c’è un tram affollato di scrittori in camicia di flanella. Troppi, disorientati, sudati, fuori stagione, senza speranza di posto a sedere. Eppure, anche se il buonsenso gli passa avanti con sberleffo in canotta e sandali, loro resistono.
Perché ci sono voci che non ammettono di non essere ascoltate. La più impertinente è l’immaginazione, che ha carni di femmina e in quanto tale, seduce per sottile sfinimento. Conviene darle retta o, in alternativa, denunciarla per molestie sessuali.
Gli esordi sono per tutti confetti al rabarbaro: duri, amari e dal forte potere lassativo. La tendenza alla diuresi verbale è tipica degli inizi. Riuscire a identificare la necessità di imporsi regole e paletti è già il primo passo.
È per questa ragione che alle tre di pomeriggio di un lunedì, due ore e mezzo dopo aver lasciato l’Abruzzo, mi ritrovo alla stazione Tiburtina. Attendo un autobus. Mi condurrà a Via Teulada, alla sede della Rai. È ottobre. È ancora caldo. Gironzolo con uno sguardo primaverile. Mani al vento, gonna ciclamino. Nulla a che vedere con Cenerentola, all’apparenza.

Il motivo della mia diaspora che avrà cadenza settimanale è la partecipazione al Laboratorio Rai Eri di scrittura creativa “Il libro che non c’è”, al quale, bontà loro, sono stata ammessa.
CAM03351Il progetto è curato da Paola Gaglianone, editor zelante che da anni accorre al capezzale della scrittezza per ricondurla a buona scrittura. Insieme a lei, il giovane scrittore Alessandro Salas accompagnato dal suo participio passato: emerso, esordito o più verosimilmente, affermato.
Il corso è al suo settimo anno ed ha durata trimestrale, da ottobre a dicembre. Sono 12 lunedì di «creatività condivisa», come li ha definiti la stessa Gaglianone, e di promozione della buona narrazione. Sono stati selezionati 77 corsisti. Uno di loro ha deciso di condividere i contenuti del laboratorio con quanti ambiscono a indossare la stessa inflazionata camicia di flanella, ma dichiarano guerra ai pelucchi. Rimedio della nonna: lettura, tanta lettura. Più carta abrasiva a grana finissima.

Cominciamo.

Innanzitutto, ci si chiede: perché si narra? Perché si raccontano storie? Perché solo in questo modo riusciamo a mettere una lente d’ingrandimento sul mondo che viviamo. Quindi, la narrazione ha bisogno del supporto delle tecniche, ma nasce soprattutto dalla voglia di rappresentare la dialettica dei sentimenti, di costruire un mondo immaginario per capire meglio quali sono le dinamiche dell’animo umano.
La tecnica viene dopo la ricerca di senso. Chiediamoci perché ancora adesso ascoltiamo e raccontiamo la storia di Cenerentola. La favola racconta le aspirazioni di una donna umiliata, il desiderio che un giorno possa avvenire qualcosa di magico nella vita e la delusione che si prova quando la senti sfumare. La scarpetta di Cenerentola somiglia alla mia, a ben rifletterci. Anzi, è proprio la mia.
Narrare significa questo: mettere in gioco in una storia inventata sentimenti che ci appartengono, riconoscibili, condivisibili. L’obiettivo è rendere una storia credibile. Perché abbia questa caratteristica occorre recuperare esperienze e sentimenti che ci sono noti, anche se raccontiamo favole apparentemente slegate dalla nostra quotidianità.
Affronta l’argomento Luigi Malerba, nel suo ‛Conversazione sul perché si scrive’:

Direi che la mia grande scommessa per la scrittura è quella di dare un senso alla realtà. Una scommessa persa in partenza. Ma è proprio su questa scommessa disperata che si misura il talento di uno scrittore. Ognuno di noi legge la realtà a proprio modo, ne interpreta i significati, ne vive le contraddizioni, ne registra i dati che ritiene essenziali. Lo scrittore ha una gamma infinita di racconti da scrivere, un’infinità di storie, perché nonostante le ripetizioni della natura, si gioca tutto su questi infiniti volti della realtà. Non ci sono limiti alla scrittura. Lo stesso fatto, lo stesso volto e anche lo stesso oggetto, possono passare per la scrittura in modi innumerevoli. È per questo che diventa vero il volto , il sentimento o l’oggetto solo quando è scritto. […] Un ruolo essenziale in questo lo gioca l’esperienza. Se uno ha vissuto anche una sola storia d’amore, potrà scrivere mille storie d’amore, ma se uno non è mai stato innamorato, non potrà mai scrivere due righe credibili su quest’argomento. […] L’esperienza ci offre dei modelli e delle suggestioni ma se non interviene la fiction farei della cronaca, e questo non è il mio mestiere.

È interessante l’opinione di Mario Vargas Llosa, uno dei grandi della scrittura sudamericana, il quale sottolinea: «Credo che sia la cosa più difficile quella di raccontare una storia in modo che sia del tutto convincente. Farla vivere ai lettori non solo da lettori, ma come se stessero facendo davvero un’esperienza di vita».

Si parte da un’idea narrativa. Ogni racconto nasce da qualcosa che ci ha colpito e che ci riguarda. Il che significa, innanzitutto, che ognuno di noi ha i suoi temi caldi. Non tutti possono scrivere tutto ed è perfino possibile che si finisca con lo scrivere di quei due o tre temi caldi per tutta la vita. L’importante è saperlo per individuarli, ma non è detto che costituiscano una limitazione. Pensiamo ad Andrea Camilleri.

L’invenzione non ha una tecnica. Tuttavia, è importante sapersi ascoltare. Sull’idea bisogna restare a lungo, elaborarla, senza fretta. Dobbiamo essere consapevoli del fatto che se da un’idea non riusciamo a ricavare una narrazione, quella esperienza sarà persa per sempre. Ci sono realtà che si sperimentano solo attraverso la scrittura, non sono fungibili altrimenti.
Una volta nata l’idea, diventa narrazione solo nel momento in cui abbiamo davanti il personaggio, quasi corporeo. L’idea della fanciulla umiliata che vive in una famiglia cattiva rimane tale finché non diventa Cenerentola: dolce, remissiva, ottimista. Bisogna arrivare a creare, a vedere, a convivere con il personaggio.
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Siamo a buon punto, tuttavia manca qualcosa.
Quello che determina la credibilità della narrazione è la risposta alla domanda:chi è la voce narrante? Si tratta del narratore al quale decidiamo di affidare la storia. In altre parole, il punto di vista.

Sono le prime cinque righe di qualsiasi romanzo. La voce narrante esiste sempre, anche quando non è una persona fisica. Ha delle caratteristiche ben precise ed una sua relazione con quello che racconta: distaccata, ironica, analitica, vicinissima alla narrazione. Oppure tanto vicina da essere il protagonista stesso a narrare i fatti mentre questi avvengono. Si tratta di una scelta naturale ed immediata, oppure sofferta e lungamente meditata. A tal proposito, può consolare o terrorizzare il fatto che Marguerite Yourcenar racconti di aver impiegato la bellezza di 25 anni a capire da che punto di vista affrontare la storia, prima di cominciare a scrivere le ‛Memorie di Adriano’.
Quante volte capita di avere un’idea, una storia ben congegnata, per poi rendersi conto di non sapere da che parte cominciare. Il progetto muore per un problema di voce narrante, croce e delizia di ogni scrittore. Ogni notizia, per quanto arida sia, può diventare una storia nel momento in cui si azzecca la voce narrante.

Si arriva così alla prima fase della scrittura dove vige una sola regola: l’istinto. Urge raccontare. Detto questo, è bene ricordarlo: “Il romanzo non è quello che si scrive, ma che si riscrive”. In un secondo tempo bisognerà togliere tutto quello che sporca l’idea centrale e che allontana dalla credibilità.

Ma ci arriveremo. Nessuna fretta.
Siamo solo alla prima puntata. E Cenerentola già mi sta un po’ meno antipatica.

www.laboratoriodiscrittura.eri.rai.it

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

One Comment

  1. 17 ottobre 2014

    Una sagace parafrasi dei “nostri” lunedì letterari, con un utilissimo riassunto dei punti topici della lezione. Brava Kristine.

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