Diario di Bordo di una Scrittrice Emergente – Il Laboratorio di Scrittura Rai Eri

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Seconda puntata: manuale del perfetto stalker

Di Kristine Maria Rapino

In un’altra vita ero un turista tedesco. Sicuro. Di quelli con i sandali senza calzini. All’inizio spuntano taglietti e vesciche, ma poi ti abitui. Diventi perfino sexy. È tutta la settimana che convivo con questa serena convinzione: sono geneticamente portata alla sofferenza. Lo dimostrano anni di ceretta e collant. È per questo motivo che non mi scandalizzo, né provo particolare ripugnanza se un personaggio mi si attacca alle costole e non mi molla un attimo. Non uno, ma tutti. Tutti quelli che sono capace di leggere e che ho l’ardire d’inventare.

L’incubo è cominciato la settimana scorsa, dopo la mia prima trasferta settimanale nella Capitale. Motivo del pendolarismo è la partecipazione al Laboratorio Rai Eri di scrittura creativa ʿIl libro che non c’èʾ, curato dall’editor Paola Gaglianone e dallo scrittore Alessandro Salas. La scalata veloce ed efficace al testo prevede l’uso di corda, imbrago e moschettoni. In altre parole, occorre seguire delle regole o rischi di far precipitare un periodo ipotetico o peggio ancora, un tempo composto in testa al lettore. Non ti lamentare se poi ti becchi una bella denuncia. Chiamasi “aggressione verbale”.

Laboratorio di scrittura Rai Eri

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Tuttavia, ciò non giustifica quanto accaduto.
«Per scrivere una storia devi vivere con i tuoi personaggi in un’intimità senza paraventi, scavare nelle pieghe del loro animo senza paura di farti male, e arrischiarti con loro in situazioni ignote». Così scrive Paola Gaglianone. In poche parole, “only the brave”. La scrittura è uno sport estremo.

Ho deciso di raccontare questa esperienza al Laboratorio, solo perché si sappia riconoscerne in tempo i sintomi. Se Pinocchio ficca il naso dappertutto. Se Ebenezer Scrooge s’infila nel tuo letto. Se tre donne isteriche ti urlano nell’orecchio «A Mosca! A Mosca!» ogni volta che vedono Putin al telegiornale. No, non è cultura. È follia. Perché la verità è questa: con il passare dei libri, diventiamo ciò che leggiamo.

E ciò che inventiamo. Immagina quando sei tu a creare un personaggio. La convivenza con la tua creatura, in quel caso, può non essere pacifica, ma è necessaria. Non protestare. Se ti ruba lo spazzolino, se non abbassa la tavoletta o dimentica – inavvertitamente? – le tue intolleranze alimentari. Pazienta. Se compra yogurt magro, fa le orecchie ai libri e attacca briga con la sintassi, la suocera della narrazione. Soffri in silenzio. Dovrai rimanere con lui fino a quando non scoprirai il suo passato e i suoi desideri segreti. E potrebbe volerci molto tempo. Notti insonni per tentare di afferrare il suo sonniloquio, chilometri di passeggiate al parco. File, sedute dal parrucchiere. Dialoghi scomposti con amici d’asilo e cugini di terzo grado che disseppelliranno l’album del Battesimo. Lunghe telefonate – ovviamente, a carico tuo. Devi poter conoscere tutto.

Pensavi che diventare scrittore fosse facile? L’ispirazione è una dolce attesa: lenta e smaniosa. Certo, a volte comporta nausea e vene varicose. Ma esistono rimedi. Per l’una, pasti piccoli e frequenti. Per l’altra, olimpica rassegnazione.

Torniamo al dunque.

Abbiamo già allineato sul tavolo tutti gli ingredienti della narrazione. Rivediamoli.
Il primo è l’idea narrativa, che nasce in maniera imprevedibile ma pesca comunque nella nostra esperienza, anche se indiretta. Purché ci riguardi. Non si può narrare di cose che non ci toccano. Pena, la perdita di autenticità. L’emozione non si inventa. A monte della scrittura ci sono sempre la vita e l’esperienza personale. Fuori da quella, c’è la letterarietà.

Detto questo, lo scrittore può anche servirsi di un’esperienza altrui, purché nella trasposizione resti inalterato il sentimento. Affronta l’argomento Josip Novakovich, scrittore croato emigrato in America, che scrive: «Molti scrittori affermano di poter trarre ispirazione da qualunque cosa. La più grande fonte d’ispirazione, naturalmente, è l’esperienza, non necessariamente la nostra. Si può dare forma narrativa a esperienze vissute da altri. È quanto fece Nikolai Gogol nel famoso racconto ʿIl cappottoʾ, presunta elaborazione di un aneddoto sentito ad una festa. Un uomo, grande appassionato di caccia, risparmiava da anni per comprarsi un fucile nuovo. Gli fu rubato prima ancora che lo avesse provato. Gogol, presente alla festa, fu il solo a non ridere dell’accaduto. Amareggiato e dispiaciuto per il poveretto, rientrò a casa e scrisse un racconto su quel dolore. Un impiegato da fondo ai suoi risparmi per comprarsi un cappotto nuovo. Ne viene derubato e tutti lo deridono e scherniscono, incuranti della sua sofferenza. Gogol trasformò l’episodio in un racconto: al posto del fucile abbiamo un cappotto. Non si parla di caccia, ma di lavoro di ufficio. Gogol, avendo lui stesso lavorando come impiegato, poté arricchire il racconto di dettagli realistici».

Secondo ingrediente, il personaggio. Quell’idea diventa narrabile solo nel momento in cui è incarnata da un personaggio che si fa portatore di un desiderio e sviluppa l’azione.

Terzo ingrediente, la voce narrante, il punto di vista. Ed è l’elemento determinante. Leggendo ʿIl cappottoʾ di Gogol ci si rende subito conto che la voce narrante nasce dal dolore della situazione, dall’affezione al personaggio. La voce narrante “patisce con”, prova empatia. Poteva essere una voce ironica, anche un po’ sadica. Ma non è così. Il punto di vista definisce proprio questo: la relazione tra autore e personaggio, il rapporto emotivo con la situazione.

Si può scegliere la prima persona, al presente o al passato e creare una simbiosi con il personaggio, una completa identificazione. Al presente, se m’interessa rivivere il momento in un work in progress, mentre il sentimento attraversa tutte le fasi dell’emozione, senza sapere cosa accadrà dopo. Al passato, se preferisco un momento di riflessione e desidero dare un senso evolutivo, decantato dall’imminenza dell’azione. La terza persona, invece, può sapere o non sapere, o perfino vivere nella testa del personaggio. Può commentare, oppure limitarsi a elencare gli avvenimenti.

Purché sia credibile. Una situazione può anche essere irreale, ma i sentimenti devono sempre essere reali. «I laboratori di scrittura funzionano sulla fiducia condivisa che i mondi narrati in modo convincente, credibile, acquistano consistenza reale», scrive Paola Gaglianone.

Tuttavia, anche la narrazione più realistica è un frutto dell’immaginazione. In questo spazio e tempo si sviluppa una situazione iniziale fino a quando non trova il suo senso definitivo. Narrare è immaginare una situazione e svilupparla fino alla sua acquisizione di senso.

La scelta dello spazio e del tempo della narrazione è fondamentale. Questo implica una necessaria visualizzazione. Visualizzare è la prima cosa che accade quando si legge. Il lettore deve poter visualizzare una situazione che non conosce, ed è una delle abilità più complesse. Spesso nella foga di descrivere le emozioni, si trascura il contesto. Col risultato che le emozioni, prive di una realtà visiva, rimangono più vaghe. Chiarezza e semplicità sono imprescindibili. Se il lettore non capisce, hai fallito. Non devono mai esserci dubbi su quello che accade, né sul contesto nel quale si svolgono le azioni.

Come si caratterizza un personaggio? La risposta è sempre la stessa: dal desiderio che lo anima. Può essere un desiderio contrastato, o meno. Perché è il desiderio che determina la drammaturgia, la conflittualità. È ciò che ci muove. Qual è il suo desiderio più grande? Che cosa prova, come tratto dominante del personaggio, in quel momento preciso della narrazione? Se non ci sono desideri, non ci sono neanche i conflitti, e non c’è narrazione. Perché la narrazione è movimento. In tutte le grandi o piccole opere, il protagonista è sempre mosso dal desiderio, o dalla voglia di non averne. Non c’è un personaggio che non ne abbia. Pinocchio desidera diventare un bambino, tanto per dirne uno.

Per appropriarsi dei personaggi bisogna sapere il desiderio segreto che nascondono. Bisogna conoscerli, abitare con loro fino a che non lo scopriamo. Solo allora riusciremo a interpretarli. In pratica, è un’istigazione allo stalking, neppure troppo velata. Forse scopriremo addirittura qualcosa che non credevamo d’incontrare, perché «i bravi narratori aprono gli occhi su realtà che prima erano ignote», ricorda ancora la Gaglianone. Lo stile dipende dal punto di vista che scegliamo, ma la voce narrante sa che quel personaggio tende profondamente a quel desiderio. Anche nei racconti più apparentemente asettici c’è questo desiderio. Un esempio, tratto da ʿLe città invisibiliʾ di Italo Calvino, è «Leonia». Una voce narrante, apparentemente scientifica, è in grado di cogliere l’aspirazione e i desideri della città di Leonia: essere sempre perfetta. Leonia «rifà se stessa ogni giorno», non vuole il segno del tempo che passa, dell’imperfezione. Calvino qui sceglie la terza persona, non la prima, che l’avrebbe comunque limitato. Questo racconto ha chiaro lo spazio e il tempo ed è estremamente visivo. E per questo, convincente. L’assurdità di Leonia si vede, si sente, si annusa.

La narrazione ha dei confini fondamentali che bisogna circoscrivere nello spazio e nel tempo. Una volta stabiliti, la situazione deve evolversi, in base a questi desideri. I personaggi, spinti dal loro desiderio segreto, in un arco di tempo, devono evolversi, passare dalla situazione A alla Z. Il cambiamento non è dato dalla successione dei fatti, ma dall’evoluzione del personaggio. Altrimenti non ci sarebbe narrazione. Deve sempre succedere qualcosa.

La prima stesura serve proprio a stabilire le coordinate spazio-temporali. Spazio e tempo devono essere ben definiti ed è una delle prime cose da imparare a governare. Nella seconda stesura, deve sparire quanto rischia di non dare rilievo al punto di vista principale. Se mettiamo troppi impulsi, il testo non funziona. Devo prendere un fulcro e lo devo maneggiare. Ci vuole anche ordine per narrare. E pazienza.

Quindi, come prima cosa sistema un letto a due piazze e fai accomodare il personaggio. Poi, preparati un drink.
Forte. Molto forte.

Il testo de ʿIl cappottoʾ è disponibile online al link:
http://www.larici.it/culturadellest/letteratura/gogol/cappotto.pdf

Il testo di ʿLeoniaʾ è disponibile online al link:
http://www.piazzambiente.it/Festambiente%202008/Leonia-Italo-Calvino1972.pdf

Per informazioni sul Laboratorio Rai Eri:
www.laboratoriodiscrittura.eri.rai.it

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

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