George M.Church

Biologia fai-da-te

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George M.Church

George M.Church

Di Francesca Lippi

Non si tratta di un nuovo passatempo e neppure di una eccentrica moda momentanea. Il DIYbio, ovvero “Do it yourself Biology” è una rete mondiale di amatori (non professionisti) che si cimentano nella ricerca scientifica a costi ridotti. I più diranno saranno convinti che si tratti di una cosa ridicola, mera attività ludica, ma così non è.

L’evoluzione del piccolo chimico?

Non si tratta di un gioco, ma di veri e propri progetti di ricerca svolti fuori dai laboratori convenzionali. DIYbio, infatti, è una vera e propria organizzazione con lo scopo di rendere la ricerca in biologia accessibile non solo agli scienziati ed ai biologi, ma anche ai tecnici ed ai cittadini. Jason Bobe, co-fondatore di DIYbio.org spiega che lo scopo è contemporaneamente la condivisione dei risultati e la sicurezza della ricerca, creando “un quadro per le migliori pratiche a livello mondiale”. Il tutto ovviamente seguendo “codici etici, norme di buona pratica e risorse condivise che promuovano il successo della comunità e gli individui”. L’idea è “di aumentare le conoscenze e le competenze dei tecnici amatori; incrementare l’accesso a una comunità di esperti, lo sviluppo di un codice di deontologia e di controllo responsabile”. In realtà la “biologia fai-da-te” non c’entra nulla con il bricolage della domenica, ma scaturisce dalla stessa volontà da cui è nato l’open source informatico, configurandosi infatti come open science. Questi tecnici, infatti, non saranno “professionisti”, ma sono in grado di fare ricerca scientifica anche dentro a garage e scantinati producendo risultati interessanti ed innovativi. Per esempio, grazie al progetto Bioweathermap, gli stessi cittadini possono partecipare all’analisi delle minacce ambientali che degradano la qualità di vita delle nostre città. Fra gli esempi più clamorosi c’è il caso della ventiquattrenne Kay Aull, laureata al MIT, che con soli 300 dollari è riuscita ad “istituire” un laboratorio di ricerca nel suo armadio analizzando parte del suo genoma.

Il kit di Kay Aull, che con soli 300 dollari è riuscita analizzare parte del suo genoma

Il kit di Kay Aull, che con soli 300 dollari è riuscita ad analizzare parte del suo genoma

Dati condivisi, risultati accelerati, costi contenuti

Fra i progetti interessanti vi è sicuramente il Personal Genome Project, che si propone di sequenziale il genoma di circa centomila volontari e di pubblicarlo in forma accessibile da parte di tutti. A dirigere il progetto è George M. Church, docente di genetica presso la Harvard Medical School di Boston, che ha all’attivo anche la collaborazione nella produzione di Polonator, un sequenziatore di Dna ovviamente open source che ha la particolarità di poter essere costruito da chiunque. In una intervista apparsa su Le Scienze, Church spiega che la open science “incoraggia la partecipazione alla ricerca, favorendone la comprensione e coinvolgendo attivamente i non addetti ai lavori”. Secondo lo studioso statunitense questo servirebbe per “rendere possibile e incoraggiare la condivisione di dati che gli scienziati , da soli, farebbero fatica a elaborare”. Il concetto è molto semplice: i risultati condivisi possono far arrivare alla soluzione in tempi più brevi, riducendo sensibilmente i costi della ricerca.

E i guadagni?

Ovviamente c’è chi teme che fare ricerca in questo modo possa dare qualche problema alle istituzioni scientifiche. E’ vero? “Certo –dice ironicamente Church- la scienza rischia di avere una nuova vitalità e di finire sotto i riflettori molto più di quanto accada ora, e rischia di essere obbligata a occuparsi di come rendere il nostro mondo un posto migliore”. Sicuramente se la “genomica personalizzata e fai-da-te seguirà il cammino dei personal computer, ci potrebbero essere conseguenze economiche significative”. Però i guadagni ricavati dai brevetti sulle innovazioni scientifiche non diminuiranno. Anzi, lo studioso americano è convinto che questi potrebbero aumentare “creando un ambiente più innovativo e produttivo, che però potrebbe rendere alcuni brevetti difficili da commercializzare e sfruttare”. Alla fine un po’ di sacrificio per il bene dell’umanità ci vuole, no?

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

2 Comments

  1. Davide
    14 dicembre 2010

    … mi stavo appunto informando per questa “cosa” del DIYBio, in Italia c’è già qualcosa che si muove?

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