Diario di Bordo di una Scrittrice Emergente – Il Laboratorio di Scrittura Rai Eri

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Quarta puntata: lezioni di aperitivo cenato

Di Kristine Maria Rapino

E per colazione, un giro di whisky e un buon toscano.
Alle otto, trekking urbano nel tunnel della tangenziale. Alle nove, confronto pacifico con l’amministratore per l’impellente disinfestazione dalle zecche dei piccioni condominiali. Alle dieci, rimozione garbata della cerniera rimasta incastrata nella maglia del completo buono. All’una, pranzo. Più una pila di piatti del giorno prima da lavare. Chissà come ti era saltato in mente di cucinare la trippa.

Pensiamo se la nostra giornata cominciasse così. Probabilmente non arriveremmo all’ora del Carosello. Oppure sì. Perché negli anni abbiamo sviluppato un efficacissimo sistema di sopravvivenza e rimozione che ci permette, all’occorrenza, di escludere l’audio del marito nei mercoledì di Champions, sorridere serafiche davanti alla cellulite, depennare istintivamente il numero degli zeri nelle bollette della luce, leggere da cima a fondo un libro di Fabrizio Corona. Perfino riderne di gusto. Nonostante questo, a sera, nulla ci preserverà da un gran mal di testa.

Insomma, l’inizio pregiudica tutto il resto. In ogni campo. Perché se l’approccio non è accattivante, non esisterà neanche un primo appuntamento. La meccanica della seduzione narrativa è sottile e indossa calze di nylon. Svela quanto basta a mantenere acceso il desiderio di un’ulteriore sbirciatina. In altre parole, è una scrittura in lingerie, un po’ pudica, un po’ sgualdrina.

Fin dall’inizio si rivela chiaramente qual è l’intenzione che si vuole comunicare, l’idea forte. Questo accade sempre. Basta inseguirne gli indizi. Se, per esempio, dopo una cena promettente e un succoso scambio di battute, lui sembra fissare con insistenza il mio portachiavi di casa con il ferro di cavallo, due sono le ipotesi: o è un ladro, o è un maniscalco. Peccato non ci siano alternative.

L’incipit di un testo è un aperitivo cenato con il più vasto assortimento di cibo possibile. Pizze, rustici, bruschette, primi e secondi piatti, freddi e caldi. Dolci al cucchiaio, frutta. Il tutto annaffiato da un buon Prosecco. L’idea è che tu ci possa anche cenare, se hai lo stomaco di Kate Moss, ma di solito è un gustoso apripista. Da lì all’abbacchio è tutta autostrada. Immaginiamo se l’incipit di un romanzo fosse un Crodino accompagnato da una misera ciotola di patatine, olive e salatini. Noi adepti della Confraternita dell’Aperitivo ci uniremmo a quelli della Colazione all’Italiana e faremmo saltare il tavolo per aria. Perché rivendichiamo l’essere continentali senza un briciolo di continenza. Cornetto e cappuccino li lasciamo a Kate Moss. Come gli incipit stitici.

libroDunque, occorre subito rifocillare il lettore con la promessa di una grandiosa scorpacciata letteraria. Solo così avrai la possibilità di essere letto. Sarà il tuo delizioso personaggio, sempre che non si sia alzato con la luna di traverso, a suggerirti come iniziare. Un volta capito qual è il suo desiderio, chiedigli anche quali sono le sue paure. Compragli una lucina per la notte, ospitalo nel lettone durante i temporali e assecondalo se vede mostri nell’armadio delle scope. Non lo apri da anni. Probabilmente ci sono.

Il regista cinematografico tedesco Edgar Reitz ha confessato di collezionare incipit. Lo stesso dobbiamo fare noi: raccogliere inizi. Un esercizio molto utile – da non applicare, presumibilmente, alla vita sentimentale. Gialli, noir, fantasy, romantici, thriller. Ma attenti a Benedetta Parodi. Quando può, s’infila dappertutto. E la Confraternita dei Collezionisti di Incipit potrebbe risentirsi.

Dunque, siamo all’Incipit, il DNA del racconto.
download (15)Come si fa a capire da dove si comincia? Una domanda difficile da teorizzare. Possiamo solo darci alcune indicazioni di base per conoscere il processo che conduce all’incipit, ma siamo nell’ambito dell’imperscrutabile. È un esercizio di azione, più che un insieme di regole da imparare. Si assimila. Occorre esercitarsi tanto nella costruzione dell’incipit per capire quando siamo in presenza di un “incipit abortito”, una prova d’autore. Sicuramente ognuno di noi ha all’attivo un’infinità di incipit che sembravano l’apertura verso chissà quale racconto, e invece non hanno funzionato. Così come ognuno di noi sarà stato perseguitato da una storia che si ripresentava ogni volta in forme diverse, con un incipit sempre nuovo.

Ma qual è l’incipit giusto? Ce ne sarà sempre uno e non un altro, magari tecnicamente migliore, che ti farà capire che puoi partire e andare avanti, proseguire su quella strada. Lo scrittore israeliano Abraham B. Yehoshua parla dell’importanza dell’incipit: «È fondamentale che fin dalle prime battute il racconto faccia emergere un’idea forte, precisa, incisiva. Quest’idea non deve necessariamente essere la trama della storia. Dalle frasi iniziali potrebbe delinearsi un’atmosfera, un personaggio, un’azione, un pensiero, un’emozione. Quel che conta è che vi sia un elemento guida che determini da subito il tono ed il clima del racconto. Se nel romanzo i tempi possono essere diluiti e più rilassati, nella storia breve le armi dell’intreccio e dell’emozione vanno sfoderate subito, nelle prime righe d’attacco».

Ci deve essere un’idea forte presente fin dall’inizio. Cambiandola, si modifica anche l’incipit. Tra i tanti temi, infatti, ce ne sarà sempre uno che domina e che deve emergere da subito. Afferma Raymond Carver, scrittore statunitense, che «un racconto può ricevere una benedizione o una maledizione dalle sue battute d’inizio». E non vorremmo mai che in libreria un potenziale lettore si lasciasse andare a rituali di magia nera, giusto in prossimità della cassa. Perché qualsiasi comune mortale sbircia l’incipit prima di acquistare un nuovo libro. Cascasse il mondo.

Centanni-di-solitudineBisogna scoprire il giusto tono del racconto. Ce ne parla Gabriel García Márquez: «Avevo un’idea di cosa volevo fare da sempre, ma mi mancava qualcosa e non ero sicuro di cosa fosse, finché un giorno scoprii il giusto tono – il tono che finalmente usai in ‘Cent’anni di solitudine’. Era basato sul modo in cui mia nonna mi raccontava le storie. […] con la faccia come un muro». Leggiamo l’incipit di ‘Cent’anni di solitudine’, e scopriamo qual era il tono della nonna di Gabriel García Márquez:
«Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito».

Se l’inizio funziona è anche perché si è trovato il tono giusto per la propria storia. L’incipit scelto da Gabriel García Márquez ha un tono tra la favola e la realtà che risulta perfettamente credibile. Si tratta di una scelta espressiva fondamentale. È l’inclinazione, il colore. Il tono caratterizza la voce narrante. In una narrazione il tono può essere grave, solenne, divertito, amaro, distaccato, grottesco, favoloso, patologico, assurdo. Si delinea sulla pagina fin dalle prime frasi. Non a caso si parla di “intonare”. Perché il linguaggio di un racconto è come una musica.

Ma come si costruisce un incipit? La risposta è sempre in quella famosa domanda che ci perseguita: questo personaggio che cosa vuole veramente e di cosa ha paura? La spinta alla scrittura nasce lì, dove risiede anche l’idea forte. L’ideale sarebbe braccare il personaggio, prenderlo per la collottola e intimargli: «tu adesso mi spieghi perché vuoi fare questo». Pacificamente. Mai nessuno insinui che la scrittura è istigazione alla violenza.

i-promessi-sposiPensiamo ad alcuni esempi che conosciamo. Perché la storia de ‘I Promessi Sposi’ comincia da Don Abbondio che incontra i Bravi e non da Renzo e Lucia? Evidentemente l’idea forte che Manzoni persegue è proprio la violenza del potere che, in realtà, in tutte le sue forme, ha del marcio. Il punto di vista è fondamentale per la scrittura dell’incipit. Se non fosse stato un liberale come lo era Manzoni, ma un mazziniano e convinto rivoluzionario alla Carlo Pisacane, la narrazione sicuramente non sarebbe cominciata da lì. Pisacane forse avrebbe evidenziato le possibilità che il popolo aveva di contrastare il potere. Perché l’incipit è la premessa forte a quello che ti preme di più sottolineare. Possiamo divertirci a cambiarlo, pensandolo da un altro punto di vista. Se ad esempio la ‘Divina Commedia’ non l’avesse scritta Dante, ma Cecco Angiolieri, sarebbe stata una ‘Commedia Divina’. Un’altra cosa. Indipendentemente dal giudizio estetico. Il punto di vista differente determina il cambiamento dell’incipit, a parità di tema o di situazione. Un ottimo esercizio per le ipotesi dei punti di vista è quello di provare a “ri-raccontare” i miti.

Il vero volano che ti porta all’incipit giusto è la conoscenza profonda del protagonista. Per tornare a quella gatta morta di Cenerentola, l’incipit della favola è legato al punto forte del personaggio, la sua dolcezza. Se fosse stato la sua capacità di eroica ribellione – e magari lo avremmo preferito, l’inizio sarebbe stato differente.

Qual è il processo che mettiamo in atto quando creiamo un incipit? Se volessimo divertirci a costruire un incipit, per capirne la diretta derivazione da un’idea forte, potrebbe tornarci utile rispondere ad alcune domande di pre-incipit, tutte incentrate sul personaggio: chi è il personaggio? che cosa desidera? che cosa teme? in che spazio si trova? in che tempo? che atmosfera respira? Il resto viene di conseguenza.

Questo potrebbe indurci a pensare che prima di cominciare a scrivere dobbiamo avere già in mente tutto nei minimi dettagli. In realtà, non è così. Ma è quanto fisiologicamente avviene: cerchi un’idea che abbia un senso, non basta un’immagine. È istintivo chiedersi perché.
Quanto sa uno scrittore della trama di un romanzo prima di cominciare? Paul Auster dice di sapere solo «il senso generale della forma che avrà la storia. Cioè un’idea dell’inizio, della metà e della fine. Ma quando inizio a lavorare, le cose cambiano sempre. E il libro che pensavo di scrivere all’inizio, si rivela essere un libro diverso». Ed è inevitabile, perché la scrittura è un’esperienza. La parte divertente è proprio la scoperta. Può servire avere una vaga idea di dove si vuole andare, ma è di gran lunga più importante sapere chi sono i personaggi.

Quanto dura un incipit? Quando la premessa è completa, cioè quando senti di essere arrivato ad identificare in quella situazione un elemento in maniera chiara. In altre parole, alla fine del dolce, appena senti tentennare il bottone dei pantaloni. Quando sai che è il momento del digestivo. E di una buona sarta.

Per informazioni sul Laboratorio Rai Eri:
www.laboratoriodiscrittura.eri.rai.it

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

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