Diario di Bordo di una Scrittrice Emergente – Il Laboratorio di Scrittura Rai Eri

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Nona puntata: nozioni di Coloreria per Bianconigli

Di Kristine Maria Rapino

Houston, non ora. Ho lavatrice, colloquio con gli insegnanti, simulazione di lavoro retribuito, parcheggio su strisce pedonali, pacate negoziazioni con il gommista, sopratacco rotto. Ah, già. Serbatoio d’ossigeno dell’Apollo 13 esploso. La fame nel mondo. Mia suocera a cena. Houston, abbiamo un problema.

E il problema, anche in un testo, si chiama tempo. Meteorologico, o cronologico che sia. Ha ragione Giuliacci. Occorre un meteorologo testuale. Studiare con cura temporali narrativi, trame a bassa quota, temperatura della scena, cicloni e anticicloni fra personaggi. E imparare a governarli. Sì, certo. È un’onnipotenza da piani alti. Non a caso si chiama Genesi Testuale.

Quando non è un problema di ombrello, sicuro è di lancette. L’uomo ha sempre ipotizzato un ritorno al futuro. Anche nel testo: flashback, flashforward. Il personaggio è un autostoppista ai bordi del testo, pronto a balzare sui sedili della DeLorean per essere scarrozzato di epoca in epoca. Tutti gli scrittori sono inventori alla Emmet “Doc” Brown, in grado di modificare un veicolo per farlo viaggiare nel tempo. Per funzionare, quello aveva bisogno della scarica di un fulmine sull’orologio del municipio. A te serve molto meno: un buon piatto di spaghetti, una pennichella, una poltrona comoda. Meno avventuroso, più agricolo. Un pellegrinare avanti e indietro nella sintassi comodamente da casa tua. Cicchetto post-prandiale incluso. Ruttino optional.

Creare un’ambientazione temporale efficace significa corredare la scena di tante minuzie e particolari dell’epoca. Tappezzerie vintage, boiserie e controsoffitti testuali. Dettagli. Purché plausibili. Non si può mandare Rhett Butler a farsi una tazza al bar dello sport di Atlanta, così come non si può dire che Madame Bovary andasse pazza per le patate di Avezzano. Suonerebbe poco veritiero perfino al lettore più inesperto sapere che Dante, nel mezzo del cammin di sua vita, si ritrovò “per una bisca oscura”, ché la scritta Exit era smarrita.

Nel dipingere un’epoca occorre essere credibili e coerenti. Sempre. Quindi, se nella foresta di sostantivi ti sguscia tra le lettere un coniglio bianco con il panciotto e una bambina bionda che gli corre dietro, osa seguirli. Se una storia è vera per te, sarà vera per tutti. Prova i funghi. Che siano realmente allucinogeni. Fuma. Bevi strane sostanze. Probabilmente Lewis Carroll l’ha fatto. Non c’è da stupirsi, poi, che abbia inventato un gatto a strisce fucsia.

Gestire il tempo è difficile, parola di timer. Soprattutto per te, che essicchi crostate nel forno, parcheggi ignorando il parcometro e poi, pur di non ritrovare sorprese sull’auto, preferisci lasciarla lì e rottamarla. Quando ogni strategia fallisse e i problemi dovessero sussistere, non disperare. Anche Doc alla fine, ci aveva rinunciato. Infatti, concluse col dire: «Il tempo non porta altro che guai. Mi occuperò del secondo grande mistero dell’universo: le donne!» E se non riesci neanche in quello, ricorda: il numero del Brucaliffo è sull’elenco.

Siamo alla nona lezione del laboratorio di scrittura Rai Eri.
Affrontiamo un nuovo tema: che cos’è il tempo narrativo?

Primo punto: qualunque storia avviene in un’epoca. In un passato storico riconoscibile, in un futuro da prefigurare, in un tempo del mito o della fiaba. C’è comunque un tempo. Sempre.

Secondo punto: la storia si sviluppa in un presente, in un passato o in un futuro. Avviene oggi, è avvenuta ieri o avverrà domani. È il tempo narrativo della voce narrante, il tempo grammaticale, quello che usiamo per raccontare la storia.

Terzo punto: la storia ha una durata. Comincia sempre da un punto e finisce in un altro.

tempo_000012_goccia_orologioQueste sono le tre coordinate temporali che fanno parte della vita, oltre che della letteratura. Non sono concetti meditati a priori. Il tempo è intrinseco all’idea stessa della voce narrante. Infatti, già nell’incipit del racconto c’è la dimensione temporale completa: sappiamo da dove parte la storia, in che epoca avviene e sicuramente se è già avvenuta, sta avvenendo o se avverrà. Su questo disegno possono inserirsi tante variabili. La storia può passare dal presente al passato, o dal presente al futuro. Si gioca di flashback o flashforward. A prescindere dai giochi temporali, queste tre coordinate rimarranno il DNA della storia. Vanno maturate. Ne dobbiamo diventare consapevoli, soprattutto in fase di revisione.
Il tempo narrativo è un elemento determinante. Una delle capacità della voce narrante è proprio quella di governare la scelta narrativa temporale iniziale. Si tratta di un’abilità complessa, che spesso non si padroneggia nelle prime esperienze di scrittura. La dimensione temporale deve avere una coerenza ferrea. Il che non significa omogeneità. Occorre vivere il clima temporale. E non sempre è un’epoca storica. Può anche essere simbolica, onirica. A volte si avvicina al realismo contemporaneo, a volte no. Dobbiamo solo affinare l’orecchio.

Viene da porsi una domanda: si può scrivere una storia al futuro? A ben rifletterci, no. Comunque sia, la voce narrante partirà sempre da un punto presente. Quanto avviene nella narrazione corrisponde perfettamente alla realtà: non possiamo essere nel futuro, solo prefigurarlo. Infatti, una storia che non è avvenuta può essere fatta soltanto di ipotesi. In quanto tale, sarà priva di forza narrativa.

Cambiando il tempo narrativo, il punto di vista ne risulterebbe completamente ribaltato. Perché la dimensione temporale è l’asse portante della storia. Modificandolo, cambia il senso del racconto. Quest’asse porta con sé anche la necessità di un’esatta collocazione visiva della storia. La visualizzazione favorisce la logica temporale. Un esempio: ‘Io non ho paura’ di Ammaniti. Questo romanzo ha un tempo ben definito: l’estate del 1978. Ne emerge un tipo di 1978, con determinate caratteristiche sensoriali, cromatiche, emotive. Sono quelle che ci suggerisce il racconto, non è detto che siano le sole. Questo significa che noi scriviamo la nostra idea della realtà, la nostra percezione di un’epoca. Possiamo anche scrivere un racconto ambientato in un futuro fantascientifico. Sarà sempre in base a come lo immaginiamo.

Per rendere la dimensione temporale credibile, è necessario definirla il più possibile. A tal proposito, Alessandro Salas aggiunge: «Ciò che distingue un’ambientazione spazio-temporale che funziona da una che non funziona, è proprio la definizione. Questo vale per tutti. Se, per esempio, dovete scrivere un racconto ambientato nella vostra adolescenza, definirete un ambiente spazio-temporale coerente. Ci saranno elementi che funzionano fra loro, perché sono quelli che ricordate. Quindi, restituirete un’atmosfera credibile. Avere il ricordo è una facilitazione. Però, qualsiasi storia inventata necessita della stessa identica credibilità. Anche se ci sono gli elfi. La qualità della definizione dell’ambiente spazio-temporale è fondamentale. ‘Il signore degli anelli’ è un’opera incredibile proprio perché ha una logica e una coerenza interna perfette. Sembra che l’autore sia nato lì. Quando hai finito di leggerlo non hai alcun dubbio che esista quell’universo».

emozioni-social-mediaAltro elemento che garantisce credibilità al testo è la componente emotiva: i sentimenti narrati. Funziona se, per chi scrive, il quadro spazio-temporale di riferimento è reale. Una storia è vuota di sfondo quando gli elementi sono aggregati alla rinfusa, senza una percezione chiara di quel mondo. Salas commenta: «Chi scrive deve vivere in quel mondo, annusarlo. È inutile spiegare. I buoni libri spiegano molto poco e ti fanno annusare molto quell’atmosfera. Prima di raccontarla, la storia deve essere vera e viva per te».

Il tempo narrativo è un aspetto molto importante anche nel monologo, l’ultima tecnica che stiamo analizzando. Non esiste un personaggio senza connotazione temporale. Il tempo deve essere chiaro al lettore. Nessuna domanda, nessun dubbio.

Esistono due tipi di monologo, dal punto di vista narrativo: il monologo interiore e il parlare ad alta voce. Un conto è se pensiamo fra noi, un conto è se parliamo da soli. Sono due cose diverse, ugualmente possibili. Nel primo caso, il personaggio parla realmente fra sé e sé, si autoanalizza. Il lettore percepisce dall’impostazione che è un testo più intimistico. Nel secondo caso, nel parlare ad alta voce è come se il personaggio si rivolgesse a una parte di sé. È uno sfogo. Anche l’uso della lingua è differente. Il linguaggio della riflessione si avvicina molto alle libere associazioni di pensiero. Non prevede un ascoltatore. Il parlare ad alta voce, invece, assomiglia più al linguaggio del dialogo.

Uno dei monologhi più belli della narrativa contemporanea è tratto da ‘Comici spaventati guerrieri’ di Stefano Benni. È il monologo di Lee. Rende benissimo l’essenza del personaggio. Solo un buon monologo riesce a dare lo scavo dell’animo di un personaggio. E deve andare da un punto A a un punto Z. Anche nel monologo, così come nel dialogo, c’è un’evoluzione di stati d’animo. Si arriva all’acquisizione di senso del personaggio.

Il monologo è un percorso che va dritto verso una meta. Vuole sempre dimostrare qualcosa. Non è un pourparler. Solo i monologhi mal riusciti sono vaneggiamenti. Deve uscire l’essenza del personaggio, il suo pensiero. Altrimenti, fanne a meno. Non c’è cosa peggiore di un monologo narcisista. Il monologo ha un crescendo, un ritmo, e soprattutto la capacità di cogliere l’attimo. È la fotografia del momento, l’hic et nunc. Lascia un’impronta. Ecco l’efficacia di un monologo: pur non conoscendo il contesto nel quale viene pronunciato, funziona.

Imparate anche a vedere quando in un romanzo ci sono le potenzialità di monologo. Non sono indispensabili. Eppure, ogni tanto, immaginate i pensieri dei personaggi che incontrate nei romanzi. È un esercizio che allena, serve a scandagliare il fondo.

L’altro giorno, per esempio, ho dato un colpo di Coloreria rosa al Bianconiglio. Si è disfatto immediatamente dell’orologio e sembrava palesemente soddisfatto. Credo di aver intuito il perché. Ne ho ipotizzato un monologo. Cominciava così:
Caro Hugh, eccomi, finalmente. Non è mai troppo tardi…

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

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